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martedì 20 novembre 2018

Animali fantastici - I crimini di Grindelwald

David Yates


Tutto è cominciato nel lontano 1997 con La pietra filosofale – e poi quello di Harry Potter, dilatandosi a proporzioni mostruose, è diventato un Potterverse. Ma non è questo il segno del successo nella fiction contemporanea? Una storia diviene un universo in espansione tramite continui ampliamenti attraverso le storie laterali e quelle di prequel (talvolta anche attraverso la fanfiction, come in Star Wars). Nel cinema, si perde il suo carattere conchiuso per omologarsi alle serie televisive. Nel fumetto italiano, anche il roccioso Tex Willer si è arreso, mandando in edicola proprio in questi giorni una serie parallela sulle avventure di Tex da giovane (un lontano antenato di questo concetto si trovava nei fumetti di Superman). Niente di nuovo sotto il sole, naturalmente. Pensiamo alla letteratura ottocentesca di Balzac, che riempie tasselli ed “espande” personaggi nelle varie opere; o, su un piano più popolare e basato su un'arte sopraffina della ripetizione, al novecentesco Wodehouse. Così uno è costretto sempre più a ricorrere a veri e propri dizionari biografici online – ottimo, per il nostro argomento, Harry Potter Wiki.
Ora nuove linee narrative e nuovi sviluppi del Potterverse arrivano en masse dalla serie Animali fantastici, di cui è appena uscito il secondo episodio, Animali fantastici – I crimini di Grindelwald, come il precedente sceneggiato da J.K. Rowling e diretto da David Yates. Conviene dire subito che è un piacere vederlo, e il suo successo lo testimonia, ma è inferiore al precedente Animali fantastici e dove trovarli. Riferendoci alle aggiunte recenti alla saga, non ha la drammatica potenza di Harry Potter e i doni della Morte né l'elegante fantasia del testo teatrale Harry Potter e la maledizione dell'erede. Secondo di una progettata serie, Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è un film di transizione, che elabora una pluralità di avvenimenti e peripezie personali (con ben tre storie d'amore intrecciate in aggiunta allo sviluppo di “politica magica”) allo scopo di preparare il terreno per lo scontro futuro. Certo, quanto a trama intricata anche il film precedente  non era uno scherzo; ma questo lo supera. Spero che non venga considerata lesa maestà se affaccio l'ipotesi che la geniale J.K. Rowling ragiona ancora più da romanziera che da sceneggiatrice cinematografica.
La regia di Yates è efficiente come sempre, ed è servita da buone interpretazioni. Contrariamente al titolo della serie, nel presente film gli animali fantastici sono un po' played down, anche se il nuovo arrivato, lo Zouwu, leone-drago cinese, è impressivo, e il più simpatico di tutti, lo snaso, ha un ruolo piccolo ma importante nel finale. Questo è il film di Newt Scamander (Eddie Redmayne) ma più come persona che come magizoologo. Siamo nel 1927 e Scamander è sempre nei guai per il suo carattere ribelle non in sintonia con gli agenti del Ministero della Magia, che mostrano una durezza ai limiti della spietatezza: si mantiene la visione critica verso il potere costituito che caratterizzava gli ultimi Harry Potter. Tuttavia il nemico è anche peggio: come in quei film il mago avversario, che ora è Grindelwald, ha delle evidenti caratteristiche nazisteggianti. Basta vedere qui l'abbigliamento di un membro del servizio d'ordine di Grindelwald nella scena della riunione dei maghi purosangue: non sarebbe stato fuor di posto in una certa birreria di Monaco. Va detto che a Grindelwald (Johnny Depp) manca la potenza demoniaca di Voldemort, l'Oscuro Signore. Peraltro, mentre Voldemort era ictu oculi uno psicopatico pieno di sé, Grindelwald è un demagogo, un abile manipolatore, e quindi, se vogliamo, ancora più pericoloso.
Più ancora di Johnny Depp colpisce però nel film Jude Law nella parte di un Albus Silente più giovane. Possiede la calma autorevolezza, l'umanità non priva di umorismo e anche i tratti fisionomici che ci permettono di connetterlo senza sforzo al Silente vecchio (Richard Harris, Michael Gambon) che conoscevamo nella serie principale. I film di Harry Potter hanno sempre avuto un punto di forza nel casting anche dal semplice punto di vista della logica delle somiglianze.
Oltre che, non occorre dirlo, nelle scenografie. La serie Animali fantastici sembra intenzionata a esibire un bondiano “gusto turistico”... non sarà sfuggito ai potteriani accaniti l'elenco dei vari termini per dire “babbani”, di cui uno sembra aprire all'Italia... e nel presente film troviamo delle bellissime visuali con dettagli assai pittoreschi, come la cripta della famiglia Lestrange al Père-Lachaise oppure la statua animata che cela l'ingresso all'equivalente parigino di Diagon Alley, la via dei maghi (e sarebbe interessante sapere come si chiama).
Soprattutto, rivediamo la vecchia Hogwarts. Siamo cresciuti tutti con Hogwarts (alcuni crescendo materialmente di film in film; altri, già adulti, semplicemente vivendo interiormente questa crescita); quel tuffo al cuore quando la rivediamo è indicativo di come questa lunga saga e questo luogo magico abbiano segnato il nostro animo. Come se l'avessimo frequentato nella realtà, la gioia quando appare sullo schermo è veramente come tornare a casa.

giovedì 24 novembre 2016

Animali fantastici e dove trovarli

David Yates

Aneddoto: dopo che Orson Welles ebbe completato La signora di Shanghai, il boss della Columbia, il temuto Harry Cohn, promise: “Regalerò 1000 dollari a chi mi sa spiegare la trama”. Non siamo messi così (a parte il fatto che La signora di Shanghai è un capolavoro) con il bel film di David Yates Animali fantastici e dove trovarli – ma certamente è un film che per capirlo tutto bisogna vedere due volte.
Se consideriamo come pure le franchises per adulti oggi mirino pecorescamente alla semplicità, dobbiamo riconoscere a questo film una buona dose di coraggio: quello di mettere in scena non uno ma ben tre concetti intrecciati (gli animali magici, le lotte fra maghi legate al personaggio di Grindelwalt, il concetto di Obscurus); quello di fornire alcune informazioni in modo estremamente indiretto; quello di lasciare aperto il racconto anche più di quanto sia usuale per una serie, e pensiamo alla bambina Modesty.
Sceneggiato da J.K. Rowling in persona, Animali fantastici e dove trovarli com'è noto apre una serie dedicata al magizoologo Newt Scamander, autore del libro dallo stesso titolo che Harry Potter studierà a Hogwarts molti anni dopo. Nota in margine: tale libro esiste (lo ha scritto anni fa la Rowling per beneficenza, assieme a un'affascinante storia del quidditch), però è striminzito e contiene molti meno animali fantastici di quelli che vediamo nel presente film – ma a questo non c'è rimedio. Possiamo sempre pensare che quella che possediamo sia un'edizione ridotta per le scuole!
Il target del film non è tanto il mondo infantile quanto la vasta platea di chi ha già almeno un'infarinatura di Harry Potter. Sul piano narrativo, dà vita – con un'eccellente definizione visuale – allo stregone Grindelwalt, presente nella backstory del settimo romanzo, I doni della Morte (senza fare spoiler, un consiglio: guardate bene il ciondolo che il mago Graves tiene nel taschino, e poi mette al collo del giovane Credence).
Il film ci porta, come tutti sanno, a New York nel 1926, e così ci informa anche sull'American English per muggle (babbano): no-maj (italiano no-mag). L'inglesissima Rowling introduce più di un tocco satirico sui maghi americani, col gigantismo burocratico, il decisionismo brutale della giustizia (il loro metodo di esecuzione è puro horror), e l'arretratezza – Scamander dixit – delle loro leggi nel 1926: proibizione totale di sposare o fare amicizia con un no-mag, ove il riferimento concreto è naturalmente l'orrore degli americani del passato verso la miscegenation, l'incrocio tra razze.
David Yates dirige col suo stile fluido di racconto, con ritmo vivace e una sorta di fanatismo della messa in scena: si ha sempre l'impressione che per lui le cose magiche di cui parla siano reali quanto gli automobili e gli agenti del traffico, e riesce a trasmetterla allo spettatore.
Il quartetto protagonista, i maghi Newt, Tina e Queenie e il no-mag Jacob Kowalski, è ben caratterizzato e ben interpretato. Un uso estensivo della CGI (questa magia babbana) dà al film una particolare ariosità nell'evocazione, ricca di fascino storico, della vecchia New York, con queste imponenti file di edifici, pronti a essere demoliti dalla magia. Ma poi assistiamo nel finale alla scena degli Auror che riparano tutto quanto; di tutte le magie del cinema questa è la più antica (Lumière, Démolition d'un mur, 1895) e ancora la più efficace: il tempo che scorre a rovescio.
Un fascino storico, precisavo: perché in Animali fantastici e dove trovarli il mondo no-mag è grigio, e in generale il film è partecipe della cupezza degli ultimi Harry Potter. Di cui Yates è stato il regista e Steve Kloves, qui produttore esecutivo, lo sceneggiatore. Sono evidenti i riferimenti al cinema fantasy-horror, con l'Obscurus che distrugge una bella fetta di New York – una virata all'horror che si rende esplicita nella scena della morte del senatore Shaw; per non dire delle varie scene dei Secondi Salemiani, che sono debitrici all'horror americano recente ancor più che alla tradizione potteriana; ed ho già citato la sequenza nerissima della (mancata) esecuzione.
Non manca l'umorismo, come nella saga di Harry Potter non è mai mancato; ma è un filo d'argento che spicca sul tessuto nero, e non viceversa. A proposito di umorismo, non si può non menzionare la meravigliosa caratterizzazione dello Snaso, una delle creature fantastiche più divertenti e simpatiche di tutti i tempi. E che dire di quel memorabile bar malfamato, o dello humour veramente bawdy quando Newt Scamander mima la danza di corteggiamento per attrarre nella valigia magica un enorme mostro in calore!
Sul piano sentimentale, Animali fantastici e dove trovarli è un film di amori malinconicamente sospesi; e comprende un finale con una grande scena di perfetta recitazione fra Jacob e Queenie che apre una speranza per il loro futuro. Non sappiamo se questi personaggi sono destinati a tornare; speriamo di sì; ma quel ch'è certo è che comunque quel sorriso non lo dimenticheremo più.

venerdì 22 luglio 2011

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2

David Yates

Tutto finisce a Hogwarts, dove tutto era cominciato.
E allora è giusto iniziare il commento dell'emozionante “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2” di David Yates esaminando per l'ultima volta il castello di Hogwarts. Che nei film della serie ha mutato continuamente aspetto e visuale: un po' perché è una dimora magica, e molto perché ogni episodio gli ha dato una natura particolare in connessione con l'atmosfera del film.
Senza voler ripercorrere la serie (troverete tutto, anche con dei gentili riferimenti agli interventi di chi scrive, in “Harry Potter al cinema” di Valentina Oppezzo, edito da Le Mani), basta ricordare che nel primo episodio Hogwarts era una casa magica e fiabesca, con scaloni che si muovono cambiandone continuamente la topografia. Via via che la saga è diventata sempre più nera, Hogwarts ha assunto a sua volta caratteri più freddi e cupi. Nel presente film – dove la battaglia finale contro i Mangiamorte quasi distrugge l'edificio – Hogwarts sembra avere perso la sua interna magia. Durante il loro dominio i Mangiamorte avevano trasformato Hogwarts in un antro buio (il primo gesto della professoressa McGranitt dopo la liberazione è di accendere magicamente i bracieri della grande Sala), un tetro collegio dove gli studenti entrano in formazione a passo di marcia come nelle prigioni. E durante il combattimento Hogwarts è immota. Vero che la difendono le statue dei guerrieri di pietra, ma a vivificarli è stato l'incantesimo Piertotum Locomotor della McGranitt (stupenda l'espressione di Maggie Smith quando confida che aveva sempre desiderato usarlo). Nella lotta finale fra Harry Potter e Voldemort, un ponte di legno si schianta a metà e cede, e ricorda per un attimo quelle antiche scale, ma è per un getto di energia magica dalla bacchetta. Hogwarts crolla sotto i colpi; alla fine è un campo di battaglia costellato di rovine. Delizioso (e, salvo errore, non presente nel testo di J.K. Rowling) il particolare del custode Gazza che meccanicamente ripulisce con lo spazzolone un metro quadrato nel mare di macerie. Il direttore della fotografia Eduardo Serra, che aveva dipinto la “Parte I” con una tavolozza grigia e triste, riempie questa seconda parte del bagliore corrusco del fuoco.
Naturalmente Hogwarts sopravvivrà. Nell'epilogo, 19 anni dopo, l'Hogwarts Express parte per un nuovo anno di studi, con a bordo i figli dei nostri eroi. E questo è naturale in una serie attraversata dal concetto di morte e rinascita. La battaglia di Hogwarts è il Götterdämmerung della saga di Harry Potter. Come nel mito nordico, l'armata della malvagità, le forze inferiori della natura (giganti, ragni, lupi mannari scatenati) e il fuoco si alleano per distruggere la cittadella del bene. Ma poi, come il serpente che rinnova la sua pelle, il mondo rinasce. Nel grande momento della verità che conclude la saga tutti, i buoni come i malvagi, devono perdere qualcosa – molti, la vita stessa. Alla resurrezione “nera” di Voldemort fa da contrappunto la morte e resurrezione “bianca” di Harry Potter. Il concetto di sacrificio che sta alla base della storia è certamente leggibile in termini cristiani, ma non è cristiano in sé - appartiene a miti che erano già antichi quando Cristo predicava in Galilea. Il mondo perisce e si rinnova; è appropriato che il film termini accostando due immagini fondanti in questo senso: il treno per Hogwarts che parte dal binario 9¾ e i protagonisti, ora adulti, che si stringono insieme.
Tra parentesi, val la pena di osservare che la rinascita di Hogwarts, la scuola dei maghi, concretizza un concetto importante nella cultura anglosassone (mentre in Italia ci si è sforzati di fare l'esatto contrario): il valore di una tradizione educativa e civile, comprendente una continuità di consuetudini di vita scolastica e di comportamento formale: le materie di studio e lo spirito di corpo, le uniformi degli alunni e la toga dei professori, i regolamenti e le buone maniere; una tradizione capace di sopravvivere, con la sua forza umanistica, anche al cataclisma. Questo non l'ha mica inventato la Rowling! Salta alla memoria un film come “Addio Mr. Chips!” del 1939 – che poi è l'omaggio dell'America alla Gran Bretagna, esattamente come questa serie.
Nel momento in cui lodiamo – e sia dannato chi non prova una certa commozione – la conclusione della serie, non bisogna menzionare solo David Yates ma anche il geniale sceneggiatore Steve Kloves, autore di sette film su otto, che ha condensato le migliaia di pagine della Rowling in un sistema coerente, seppure con tagli dolorosi. In particolare il presente film sacrifica la backstory di Albus Silente alla sua progressione spietata verso lo scontro finale. La “Parte 2”, dopo la grande epopea di massa, reminiscente in alcune immagini de “Il Signore degli Anelli”, si allontana un po' dalle pagine della Rowling, non per tradirla ma per estenderla in modo “cinematografico” mettendo in scena un duello a due fra Voldemort e Harry Potter fra le rovine. Mentre Ron e Hermione si spostano appena un po' sullo sfondo, qui viene a termine e spiegazione l'odissea di Severus Piton (monumentale interpretazione di Alan Rickman), anche nell'esaltazione di uno squarcio poetico in flashback che colpisce come un fulmine entro l'atmosfera cupissima del film.
Ma Steve Kloves ha anche saputo cogliere nel romanzo e riportare nel film un dettaglio fondamentale: la caratterizzazione del secondo figlio di Harry, Albus Severus Potter, quale portatore della promessa – o del sogno – di nuove avventure.

giovedì 9 dicembre 2010

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte I

David Yates

Le carte sono in tavola, scorre il sangue, il tempo delle ambiguità è finito: Voldemort ha preso il potere e ogni mago deve fare la sua scelta. “Adesso cambierà tutto, non è così?”, aveva detto Hermione alla fine di “Harry Potter e il Calice di Fuoco”: come a volte accade nel flusso della Storia, per i protagonisti della saga di J.K. Rowling si congiungono il momento della fine dell'adolescenza e quello in cui il mondo che conoscono è rovesciato dalle fondamenta. E' per questo che il tragico “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte I” di David Yates si apre con una sequenza straziante e sottilmente barocca: Hermione lancia l'incantesimo della perdita della memoria sui suoi genitori babbani, che per il loro bene devono dimenticare di avere una figlia, e l'immagine di lei scompare dalle loro foto incorniciate. Contestualmente gli zii di Harry abbandonano Privet Drive (fa male il film a eliminare, per ovvie ragioni di tempo, uno degli episodi più toccanti del romanzo, l'addio di Dudley). Questo inizio bellissimo e disperato pone il tono del film: non grandi scene da disaster movie (come l'attacco al Millennium Bridge in “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”) ma un cataclisma dell'anima.
Tutto questo è nei colori della fotografia di Eduardo Serra, colori grigi, tristi, che dipingono un mondo gelato anche quando Harry e Hermione si ritrovano in salvo dopo la fuga dalla casa-trappola di Bathilda Bagshot; solo alla fine, sulla sabbia, dopo un'altra fuga fortunosa, pur nel dolore della morte di un amico la luce sarà più calda.
Lo humour della trasformazione collettiva in Harry mediante la Pozione Polisucco, all'inizio del film, non fa che sottolineare per contrasto la cupezza dell'atmosfera; idem per la solennità della partenza, seguita immediatamente dalla battaglia nel cielo. C'è una sorta di stanchezza profonda nel film, non nel senso di una debolezza narrativa ma di una malinconia da fine del mondo; negli scontri, che sono una brutale materia di sopravvivenza, manca l'esaltazione epica. Si può prevedere che questa ritornerà nel grande finale della Parte II, quando l'amata Hogwarts diventerà campo di battaglia fra le fiamme (si potrebbe ipotizzare un'influenza su J.K. Rowling del concetto di Götterdämmerung delle saghe germaniche e di Wagner: Hogwarts come il Walhalla). Ma in questa prima parte non v'è altro che dubbio, tristezza e disperazione. Hogwarts non compare neppure (e proprio a causa di questa mancanza – sia a livello di messa in scena che simbolico – ci accorgiamo meno del gap di età fra i personaggi e gli attori). Il film si svolge prevalentemente in giro (in fuga) per un'Inghilterra vuota e deserta come in un film di zombi.
Sembra incredibile che un tempo la saga cinematografica di Harry Potter sia stata un caldo film per bambini dove l'orrore e il pericolo esistevano ma dove, dopo averli sconfitti, si ritornava nell'accogliente alveo familiare della Grande Sala di Hogwarts a cogliere gli allori e rimpinzarsi di cibo. All'inizio de “I Doni della Morte”, quando il serpente Nagini si scaglia avanti a inghiottire un cadavere, si avventa a fauci aperte contro la macchina da presa. E' un segno: una dichiarazione che non si faranno sconti agli spettatori sul piano del racconto nero. La pagina in cui Harry segue dentro la sua casa la muta, vacillante Bathilda Bagshot è puro horror film: la morta vivente, il ronzare delle mosche (classico segno cinematografico del massacro avvenuto), la scoperta shocking degli schizzi di sangue secco sulle pareti.
Alcuni problemi di resa visiva delle pagine del romanzo sono risolti con estrema acutezza nel film di Yates. Nella scena della tentazione di Ron, quando l'Horcrux gli parla per far leva sul suo senso d'inferiorità nei confronti di Harry e sulla sua gelosia (anche sessuale) riguardo a Hermione, compare una visione allucinatoria di Harry e Hermione come ceree creature perfette e inumane rifatte al computer: ecco che la CGI diviene forma conscia della narrazione, non più semplice fonte di effetti speciali (e nota l'audacia di mostrarli nudi che si baciano). O vedi la superba e delirante sequenza della lettura della fiaba dei Doni della Morte, resa visivamente attraverso figure grafiche irreali, quasi in silhouette, di cui si notano gli arti scheletrici: siamo a mezza strada fra Lotte Reiniger e Tim Burton.
Come nel romanzo, il dominio dei Mangiamorte, che s'impadroniscono del Ministero della Magia e iniziano una campagna di eliminazione dei maghi di sangue babbano, si configura come un parallelo fantasy del nazismo. Il film sotto quest'aspetto è impressionante grazie alla proprietà del cinema di mostrare i visi. Spieghiamoci: i maghi e le streghe che vediamo entrare al Ministero “nazificato” non hanno un aspetto diverso dai film precedenti, e infatti sono gli stessi: per paura o per conformismo sono divenuti collaborazionisti (è la banalità del male di cui ci ha parlato Hannah Arendt). Detto per inciso, e in particolare riguardo a Mrs. Umbridge, più che mai si rimpiange qui che il pacifismo di J.K. Rowling abbia impedito ai suoi eroi positivi di usare la maledizione letale, “Avada Kedavra”; ed è il solito problema della liceità dei mezzi che sorge ogni volta che il bene si confronta contro il male assoluto.
Le carte sono in tavola e ognuno deve fare la sua scelta. Si avvicina la ciclopica battaglia che concluderà il ciclo, e in questo rogo si consumerà - per poi rinascere mostrandoci un mondo purificato - la grande saga.

martedì 28 luglio 2009

Harry Potter e il Principe Mezzosangue

David Yates

Il castello di Hogwarts è stabile e immoto, nel magnifico “Harry Potter e il Principe Mezzosangue” di David Yates; i ritratti non si muovono più dentro ai quadri (con la fievole eccezione di quello di Silente addormentato che compare alla fine). Se nel primo “Harry Potter” Hogwarts era incantata e cangiante, nel sesto ha la materialità oggettiva della “nostra” realtà. Nel finale, la feroce Bellatrix si diverte a spegnere le candele magiche aleggianti nella Grande Sala; il mattino dopo essa è fredda e desolata come un qualunque salone vuoto nella luce mattutina.
Tutto ciò potenzia il realismo cupo - in alcune scene, noir - del film: come quella assai elegante del colloquio segreto fra Piton e Draco Malfoy in un corridoio, inquadrati in campo medio-lungo, con la mdp che spostandosi in carrellata laterale passa dietro un pilastro che forma un “nero” - uscendo dal quale rivela il primo piano, gigantesco per contrasto, di Harry che origlia. Per lo stesso atteggiamento matter of fact, va osservato come Yates filma il Quidditch: dalla meraviglia infantile ed esaltata di Chris Columbus nel primo film della serie si passa a una precisione da telecronaca sportiva.
Altre dimore magiche, come casa Weasley e il capanno di Hagrid, vengono incendiati dai Mangiamorte (riguardo a casa Weasley l’aggiunta al romanzo è dovuta alla necessità di provvedere una scena d’azione spettacolare verso la metà del film). Contestualmente, la magia invade il mondo dei Babbani. La scena iniziale del film si svolge a Londra, quando i Mangiamorte di Voldemort distruggono il Millennium Bridge; e però quella parete a specchio del grattacielo, su cui si riflette l’addensarsi innaturale della tempesta, non ricorda uno specchio magico? Tutto l’inizio del film stabilisce un rapporto incestuoso fra il mondo magico e il nostro. Vediamo Harry flirtare nella stazione del metrò con una bella ragazza babbana, in una scenetta aggiunta al romanzo, e poco dopo Harry e Silente ammirano il cartellone pubblicitario di un profumo "magic" (giustissimo: in effetti la pubblicità è la magia del mondo babbano).
Non è, naturalmente, che Hogwarts non sia più magica: quel suo “congelamento” non avviene sul piano diegetico ma su quello discorsivo: ovvero, la sua magia non viene mostrata; e c’è un motivo. Anche se ci aspetta l’episodio conclusivo de “I doni della Morte”, “Harry Potter e il Principe Mezzosangue” si può considerare la tappa finale del lungo percorso di Harry Potter in quanto Bildungsroman che incrocia un grande tema della letteratura infantile, il mito di compensazione dell’orfano maltrattato che trova una casa/famiglia alternativa, con la satira affettuosa, quasi wodehousiana, delle boarding schools inglesi. Entrambi questi motivi vengono a concludersi alla fine del sesto romanzo e del sesto film, quando Harry dichiara “Io non tornerò” (come tutti sanno, nel settimo libro Hogwarts appare solo alla fine, quale luogo della battaglia finale); giustamente le parole di Harry che chiudono il film sono “Non mi ero mai reso conto della bellezza di questo posto”. La scansione dell’esistenza in anni scolastici si conclude con la morte di Albus Silente, il padre sostitutivo. Il mettere tra parentesi l’incanto della casa simboleggia l’uscita dalla casa: la fine dell’adolescenza, il passaggio all’età adulta - che per Harry e i suoi due compagni è più doloroso, e anticipato di un anno, rispetto ai coetanei - in un quadro di dolore e di sacrificio che troverà nel settimo episodio il suo inveramento e la sua risoluzione.
Al suo ritorno dopo avere saltato il film precedente, lo sceneggiatore ufficiale del ciclo, Steve Kloves, consegna una riduzione esemplare proprio perché non ha paura di inventare: Kloves e Yates restituiscono il lungo romanzo di J.K. Rowling con forte fedeltà di fondo ma con tocchi di rimarchevole autonomia. Naturalmente, evidenti esigenze di durata hanno imposto il taglio di vari subplot. Un’unica riserva in merito: viene eliminata tutta la questione dell’albero genealogico di Voldemort, il che toglie motivazione e comprensibilità al personaggio (oltre che offuscare il suo carattere di “doppio” di Harry); almeno un accenno nel dialogo sarebbe stato appropriato.
Nella fotografia del precedente “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, David Yates si era compiaciuto di posizionamenti frontali di gusto vagamente pre-classico, tendenti al tableau. Anche la bella fotografia di “Harry Potter e il Principe Mezzosangue” - firmata dal francese Bruno Delbonnel, all'esordio nella saga - conferma un (piacevole) gusto un po’ retró del regista. Yates usa abbondantemente uno stilema proprio del cinema classico: mette a fuoco il primo piano tenendo fuori fuoco lo sfondo, non senza l’inversione della messa a fuoco quando il punto di interesse scivola dal primo al secondo piano. Anche il taglio di luce è classico, piuttosto dolce. Sul piano visivo, non si può non segnalare la spettacolare bellezza degli esterni: penso all’inquadratura ultra-pittorica dello scoglio sul mare, o alla bella costruzione scenografica di vicoli alti e stretti quando Bellatrix e Narcissa Malfoy vanno a casa di Piton. Se tutto il film è vivo ed emozionante, la scena madre con il triste lago nella caverna e gli zombi sott’acqua è realizzata con eccellente senso epico; val la pena di notare che la figura di Silente, inquadrato dal basso, che agita la bacchetta richiama figurativamente il Mosè de “I dieci comandamenti” di Cecil B. De Mille - non per nulla la cortina di fiamme si separa a destra e sinistra come il Mar Rosso in quel film.
Il corpo docente di Hogwarts è un vero patriziato di eccellenti attori inglesi. Ora vi accede Jim Broadbent, assai convincente come Lumacorno anche se ha perso i baffoni del romanzo. Il grande Alan Rickman (Piton) con una superba pagina finale si mette in marcia verso il ruolo centrale che avrà nell’ultimo episodio. Ma soprattutto sorprende l’exploit di Tom Felton nei panni di Draco Malfoy. “Harry Potter e il Principe Mezzosangue” è il grande momento del personaggio - che si era alquanto usurato nei film precedenti - e in conseguenza dell’attore. Con un taglio di capelli più adulto, in giacca e pantaloni total black come Voldemort nell’apparizione allucinatoria in “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, Felton mostra un viso mobile e sensibile e dà un’inedita profondità al personaggio. Vien da pensare che sarebbe stato più adatto lui nel ruolo del vampiro di “Twilight”.

venerdì 18 gennaio 2008

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

David Yates

“Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, di David Yates, si apre con un volo della macchina da presa che plana sui campi dell’Inghilterra in ripresa aerea. Subito dopo, Harry e suo cugino Dudley, inseguiti dai Dissennatori, fuggono per un viottolo e per una galleria, di malinconico realismo periferico. Di lì a poco, Harry e suoi compagni sfrecciano sulle loro scope volanti - a Londra, sopra il Tamigi e davanti al Parlamento.
Naturalmente, nei geniali e spiritosi romanzi di J.K. Rowling la magia ha sempre prosperato nascosta nel mondo dei Babbani; però è col ritorno fisico di Voldemort che la guerra fra lui e Harry Potter si estende a tutto il mondo, e il presente film bene restituisce questo “allargamento” ideale dell’universo potteriano da Hogwarts (che è sempre il castello freddo e formidabile, adatto a rispecchiare la cupezza degli avvenimenti, del solenne “Harry Potter e il Calice di Fuoco” di Mike Newell). A differenza dei romanzi/film precedenti, Harry scopre che esistono due tipi distinti di nemici: i malvagi e i mediocri; da un lato Voldemort e i Mangiamorte, dall’altro il ministro Caramell e Dolores Umbridge, la cui meschinità e stupidità li rende quasi più odiosi dei primi.
E’ una progressione al nero quella che via via si realizza nei romanzi della saga e nelle loro fedeli riduzioni cinematografiche. A livello di plot, con il precipitare della situazione (basta ricordare che nel sesto romanzo viene ucciso Silente); a livello psicologico, e metaforico, con il doloroso processo di crescita di Harry. J.K. Rowling trascrive sul piano dell’invenzione fantastica il sentimento di rabbia, di isolamento e nel contempo d’incertezza su se stesso, che vive un adolescente. Harry è spesso sospettato e isolato, e dubita sovente di sé, oscuramente legato com’è al suo nemico Voldemort (che anzi da giovane, come ci mostra il romanzo “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”, realizza un “doppio” miserabile e maligno di Harry). Il film di Yates per rendere quest’aspetto ha l’audacia, inedita nella serie cinematografica, di dipartirsi leggermente dal romanzo: dopo lo scontro al Ministero della Magia Harry per un attimo viene letteralmente posseduto dallo spirito di Voldemort, come in un horror asiatico.
Questa efficace soluzione è indice delle capacità di sceneggiatore di Michael Goldenberg (già autore di “Peter Pan”). Come per il film precedente, “Harry Potter e il Calice di Fuoco”, il problema era di portare sullo schermo un romanzo molto lungo e intricato. Lo sceneggiatore tradizionale della serie, Steve Kloves, aveva tradito qualche impaccio in tal compito, come testimonia la sua sceneggiatura un po’ stanca del “Calice”; Goldenberg mostra un’eccellente capacità creativa nella difficile trasformazione dal letterario al cinematografico. Taglia con intelligenza (vedi la fusione dei personaggi della traditrice Marietta e di Cho Chang), inserendo peraltro alcune menzioni “toccata e fuga” a mo’ di risarcimento dei lettori (esempio, Phineas Nigellus); sa altresì quando conviene rimpolpare ai fini della narrazione visuale: inventa per esempio la scena dell’evasione da Azkaban.
Il film mantiene la consueta eccellenza di messa in scena della serie come effetti e scenografia, e la regia di Yates ha delle buone soluzioni (vedi l’inquadratura a piombo del tribunale durante l’arringa di Silente) che ne arricchiscono il “flavour” visuale. Aggiungiamo il solito gruppo di interpreti in stato di grazia (eccelle come sempre Alan Rickman/Piton), ed ottime “new entries” per Bellatrix (Helena Bonham Carter), Tonks e Luna Lovegood - e soprattutto la Umbridge assolutamente perfetta disegnata da Imelda Staunton. Rimane solo un problema, e questo purtroppo è irrisolvibile: il gap fra l’età dei personaggi e l’età degli attori ormai è diventato un baratro. Alla prima apparizione (poi uno si abitua), questi diciotto-ventenni che fanno la parte di quindicenni ti provocano un piccolo soprassalto doloroso. Ma è un prezzo accettabile da pagare.

(Il Nuovo FVG)

Harry Potter e il Calice di Fuoco

Mike Newell

Aprendo la serie dei romanzi-monstre all’interno del ciclo di J.K. Rowling, “Harry Potter e il Calice di Fuoco” è lungo oltre 600 pagine. Ciò pone ovvie difficoltà di riduzione cinematografica - anche per la sua struttura: se la linea narrativa principale con le tre prove del Torneo Tremaghi e la resurrezione fisica di Voldemort è semplice, il “subplot” concernente il professor Moody e il signor Crouch è complicato e tortuoso, seppur necessario. Ora, “Harry Potter e il Calice di Fuoco” di Mike Newell, quarto della serie, è un bel film: piacevole, emozionante, divertente e quant’altro. Nondimeno, è difficile sottrarsi all’impressione che tra i film del ciclo sia il meno brillante.
Qui gioca la complessità del romanzo (era giusta la prima idea della produzione, di girare il film in due parti); si ha quasi l’impressione di avvertire il panico dello sceneggiatore Steven Kloves nel cercar di ridurlo a una dimensione cinematografica. Mentre alcuni aspetti sono sacrificati da tagli radicali (il fascino soprannaturale di Fleur Delacour, ad esempio), altri sono mantenuti in modo alquanto incerto: il personaggio di Crouch nel film è una figura residuale, non chiara sul piano narrativo (la sua scena con Moody e il suo assassinio sono comprensibili solo per chi ha letto il libro).
Se quanto sopra potrebbe riguardare in ultima analisi solo i lettori della Rowling (una bella fetta di umanità, comunque), il film fa una cosa imperdonabile - peggio delle tre Maledizioni Senza Perdono, peggio che tirare l’Avada Kedavra a un disgraziato. Manca la finale del Campionato Mondiale di Quidditch! Vediamo, sì, una stupenda illustrazione dello stadio magico, vediamo dare il segnale d’inizio - e segue un’ellissi con passaggio al dopo partita, realizzata con uno degli stacchi più brutti, goffi, dilettanteschi di cui si abbia memoria nel cinema recente. Tale bruttezza - mentre il resto del film ha un buon montaggio, con raccordi eleganti e meditati - potrebbe far ipotizzare che la partita sia stata girata e poi tagliata per accorciare; se è così, uscirà il DVD coll’edizione “extended”; d’altro canto è difficile che una scena così costosa sia stata filmata e poi tolta. Quel ch’è certo, si tratta di un grave inciampo estetico.
Vero è che il film poi si fa perdonare trascrivendo le pagine del romanzo con felice sontuosità: la carrozza volante, la nave che viaggia sott’acqua, le prove del Torneo, la memorabile lotta di Harry contro il drago. E’ soddisfacente il côté horror (i corpi cerei degli “ostaggi” che fluttuano sott’acqua!), sebbene inferiore alle superbe pagine del terzo film, diretto da Alfonso Cuaron. Un punto di forza della serie cinematografica è sempre stata la galleria dei professori, e qui un magnifico Brendan Gleeson nel ruolo di Malocchio Moody è una degna aggiunta.
Mike Newell però sembra più personale quando si muove su un piano parallelo a quello fantastico: il Ballo del Ceppo, l’imbarazzo di Harry nudo nel bagno con lo spettro di Mirtilla Malcontenta, il solenne arrivo e la partenza delle scuole rivali (Newell ha sempre avuto un occhio per le cerimonie), e in genere tutto lo sviluppo adolescenziale, dove ritroviamo quell’elemento quasi crepuscolare che Newell aveva sotteso al suo film migliore, “Quattro matrimoni e un funerale”. Le parole finali di Hermione - “Adesso tutto cambierà, non è così?” - fotografano egualmente la guerra imminente annunciata dal ritorno di Voldemort e l’inquieto, malinconico senso del tempo che passa ch’è proprio dell’adolescenza.
Specchio e simbolo cinematografico di questo mutare dell’età è Hogwarts. Che nei primi due film, diretti dall’abile Chris Columbus, era il castello incantato sognato da un bambino senza casa; nel terzo, di Cuaron, ricordava i cupi castelli in decadenza degli horror della Hammer; e qui è un’imponente fortezza dalle mura formidabili e fredde, che in qualche misura rispecchiano la scontrosità di questi adolescenti nel labirinto degli incerti, fragili rapporti umani.

(Il Nuovo FVG)

sabato 12 gennaio 2008

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Alfonso Cuaròn

Creato dalla regia, lo spazio filmico materializza sullo schermo uno spazio architettonico, sia esso reale, ri/costruito, modellino. È importante perché, se il racconto s’iscrive in uno spazio, certo questo spazio non è neutro. La prima cosa da guardare in “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” (il più cupo e forse il migliore dei tre “Harry Potter” usciti finora; la regia passa da Chris Columbus ad Alfonso Cuarón) è proprio lo spazio architettonico principe, la scuola di magia di Hogwarts: cambiata al punto di rischiare una lieve tensione nella continuità.
Nei primi due film la connotazione di Hogwarts è una calda vastità. Si pone sotto il segno di una grandezza “bene abitabile”; la sua sontuosa antichità ha un che di accogliente. Dentro e fuori dal castello l’asse è orizzontale, o facilmente praticabile. Tutto in perfetta sintonia coi primi romanzi di J.K. Rowling: Harry Potter inizialmente incarna lo stereotipo letterario dell’orfano perseguitato che trova fuori dalla propria casa inospitale un’imprevista casa sostitutiva.
Ma in “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” - premesso che a livello delle marche sentimentali Hogwarts resta la Vera Casa - salta all’occhio una differenza di sguardo. All’esterno l’asse da orizzontale è diventato obliquo: tutte ripide discese campestri. Contestualmente la vastità si è come ristretta. Colline aguzze, boschi di pini, tutto un universo nuvoloso sembrano stringere d’assedio queste torri irreali. Anche i cortili trasmettono una sensazione di più stretto. E di antico, ma un antico freddo e distante - “polanskiano” - come certi oggetti: quel diaproiettore antidiluviano usato dal professor Piton nella lezione sui lupi mannari! I colori della fotografia sono più cupi. Sembra che non possa esistere (anche se è implicato, si capisce, nell’universo diegetico) il vasto cortile assolato dove Harry imparava a volare nel primo film. Ora Hogwarts fa pensare ai castelli vampireschi degli horror Hammer, segnatamente alla malinconica villa-castello in rovina di “The Gorgon” (“Lo sguardo che uccide”, 1963) di Terence Fisher.
Non dimentichiamo che i romanzi di J.K. Rowling sono un grande ciclo-Bildungsroman, o romanzo di formazione, in cui Harry Potter cresce come un adolescente inquieto e angosciato. C’è sempre un delizioso umorismo; ma di episodio in episodio si accentua sempre di più una nota nera (il quinto volume è quasi feroce). A livello visuale, questo film porta retrospettivamente l’ombra esistenziale sviluppata negli ultimi romanzi già nel terzo episodio (un vantaggio secondario della scelta è che bene si accorda ai visi degli interpreti, visibilmente cresciuti e un po’ più vecchi dei 13 anni dichiarati nel film). Può essere interessante che all’inizio del film l’esplosione di rabbia di Harry che gonfia l’orrida zia, avvenga senza uso della bacchetta magica, più simile a un fenomeno di Poltergeist adolescenziale.
Cuarón e gli altri realizzatori rileggono il mix di avventura e humour del romanzo originale in senso noir, con sottolineature horror piuttosto marcate: non solamente la bellissima resa dei Dissennatori ma la grande pagina della trasformazione del professor Lupin in lupo mannaro, che è una sequenza - benché spostata appena un filo sul piano grafico/cartoon – di licantropia cinematografica autentica (ed è quasi priva dell’elemento comedy – il terrore di Ron - che bilanciava il clou horror del film precedente coi ragni giganti).
Argomento affascinante dell’ultima parte del film - l’invenzione della Rowling è bene resa sullo schermo - è il ritorno indietro nel tempo, col paradosso di Harry e Hermione che si nascondono da loro stessi, come nel secondo episodio di “Ritorno al futuro”. Molto bello come la soluzione di apertura e chiusura della sequenza (la macchina da presa “passa attraverso” un gigantesco meccanismo a orologio sulla facciata del castello) alluda simbolicamente al segmento narrativo che delimita. Basta questo a dare un’idea della serietà del lavoro di Cuarón.

(Il Nuovo FVG)

domenica 6 gennaio 2008

Harry Potter e la pietra filosofale

Chris Columbus

Noi tutti avidi lettori di Harry Potter, quando abbiamo saputo che la versione cinematografica sarebbe stata diretta da Chris Columbus (anziché Steven Spielberg com’era stato proposto) abbiamo emesso più “sob” e “groan” di un Babbano che si pesti un dito cercando di piantare un chiodo. Perché la versione cinematografica d’un classico oscilla fra due poli: la riscrittura nel senso proprio della parola, cioè una riformulazione autonoma del testo, e l’illustrazione, più o meno sontuosa ma vicaria. In soldoni: o creativamente infedele o fedele e un po’ smorta. Ora, siccome Chris Columbus è un esecutore, accettabile (checché se ne dica “Mamma, ho perso l’aereo” non è un brutto film) ma esecutore, avevamo iscritto d’ufficio la sua operazione al secondo polo; tanto più, visto il forte controllo di J.K. Rowling. Speravamo che fosse almeno dignitosa, e nulla più.
E invece col bellissimo “Harry Potter e la pietra filosofale” Chris Columbus è riuscito a imboccare la porta stretta che sta in mezzo alle due opzioni (più difficile che segnare a Quidditch!). Ha realizzato un’opera ch’è sì rigorosamente illustrativa, una trascrizione che a parte i limiti di tempo mira per così dire al “riga per riga”... ma una rara trascrizione realmente viva, vibrante, appassionata. In questo senso potremmo paragonare Chris Columbus e il suo eccellente sceneggiatore Steve Kloves a quei grandi illustratori dell’800 che riuscivano quasi a confondersi con il testo, come Tenniel per “Alice”. Però c’è un paragone cinematografico più perspicuo, e “Harry Potter e la pietra filosofale” mi sembra ricordarlo molto: quelle “grandi opere” Metro-Goldwyn-Mayer degli anni ’30, di illustrazione rispettosa ma calda, ammirata (il “David Copperfield” di Cukor, per citare un esempio alto).
Così la magia, la favola, la bellezza, il calore, e perché no, la moralità che sono nei romanzi della Rowling si ritroveranno in quest’illustrazione filmica appassionata. E’ il film di un innamorato della saga potteriana: un atto d’amore dove lo sceneggiatore Kloves, il geniale scenografo Stuart Craig, la costumista Judianna Makovsky, il regista Columbus sembrano voler sfiorare, ammirati, la materia preesistente intervenendovi appena appena. E dove le piccole variazioni sono così rispettose, in un paio di casi così spiritose, che potrebbero uscire dalla penna di J.K. Rowling stessa. A volte in queste variazioni Chris Columbus risolve intelligentemente in modo visivo quello che il romanzo poneva per via letteraria (vedi come nel film la professoressa McGranitt scorge dalla sua finestra la bravura di Harry sulla scopa volante). Il film si sviluppa accuratamente “in crescendo”, stuzzicandoci all’inizio con la magia dell’invasione di lettere in casa Dursley (una scena reminiscente dell’hitchcockiano “Gli uccelli”) fino all’apocalisse finale della partita a scacchi viventi. Quello che ad alcuni critici è sembrato un calo di tensione nella seconda parte è in realtà un’altra cosa: si avvertono di più i tagli nel girato, il lavoro di “editing” per ridurre la primitiva versione-base, pare sulle quattro ore.
Il cast è perfettamente funzionale: ottimi gli insegnanti di Hogwarts (menzione particolare per Alan Rickman, l’ambiguo professor Piton), ottimi gli allievi: l’Harry Potter molto naturale di Daniel Radcliffe, il Ron di Rupert Grint ed Emma Watson (probabilmente la piccola attrice più dotata del trio) che è una stupenda Hermione. Bene anche il perfido compagno di studi Draco Malfoy, la cui presentazione a Harry pare occhieggiare al Dracula di Christopher Lee (il richiamo apparirà meno azzardato se pensiamo che nel film la disintegrazione finale del cattivo ricorda visibilmente proprio il “Dracula” Hammer).
E che magnifica ambientazione! Una gemma: la partita di Quidditch, lo sport dei maghi giocato su scope volanti, è qualcosa di spettacoloso. Chi scrive credeva di conoscere il Quidditch (e tiene per la Nazionale britannica) ma non ne aveva realmente compreso la bellezza finché non ha visto questo film.

(Il Nuovo FVG)