martedì 12 maggio 2026

Kokuho - Il maestro di kabuki

Lee Sang-il

Visto in anteprima sul grande schermo del Far East Film Festival a Udine, è uscito sugli schermi italiani Kokuho – Il maestro di kabuki, film capolavoro di Lee Sang-il. Il quale, merita aggiungere, ha un nome coreano ma è un regista giapponese: è un coreano di terza generazione nato e cresciuto in Giappone.
Nato nel periodo Edo, il kabuki era il teatro dei grandi centri urbani – e, pur contenendo una misura di astrazione, si contrapponeva allo stile astratto e rituale del più antico teatro Nō. Il kabuki non era amato dal regime degli shōgun, che più volte cercò di limitarne la portata. Poiché un editto dello shōgunato vietava alle donne di recitare sul palco, nacquero gli onnagata: attori maschi specializzati in parti femminili, che non rappresentavano tanto la singola persona quanto un ideale di femminilità, anche concretizzato da certi gesti come una data piegatura del collo. È interessante ricordare che gli onnagata monopolizzarono anche il primissimo cinema giapponese.
Lo splendido film di Lee Sang-il si svolge, in tre ore, nell’arco di cinquant’anni della vita di un attore kabuki, da ragazzino dilettante a “tesoro nazionale vivente” (ningen kokuho), nel Giappone dal 1964 al 2014; e dice più cose sul teatro kabuki – e sul mondo degli attori che la praticano – di cento altre opere, tanto che non è solo per il tema che lo si può accostare all’inarrivabile Zangiku monogatari (Storia dell’ultimo crisantemo) di Mizoguchi Kenji. Oltre alla bellissima illustrazione del tema, Kokuho mostra una forte carica emotiva nello sviluppo drammatico, nel cesellare le psicologie dei due amici/nemici Kikuo e Shunsuke, onnagata che condividono il racconto. Il protagonista Kikuo, figlio di un boss della yakuza assassinato, viene preso come apprendista dal grande attore kabuki Hanai Hanjiro II e addestrato accanto al proprio figlio Shunsuke. A onta del fatto che il kabuki si tramanda gelosamente all’interno delle famiglie di attori, dei due sarà Kikuo – in una vicenda di ascesa, caduta, risalita e trionfo – a scalare la vette dell’arte. Le rivalità artistiche si intrecciano con quelle familiari.
Il racconto si distende fluendo lungamente, anche con ellissi temporali che inghiottono personaggi destinati a ritornare, magari solo come menzione, molto dopo, oppure che ne introducono di nuovi – o inghiottono, in modo stupefacente, degli episodi, come il tentativo di vendetta del giovanissimo Kikuo (questo è anche dovuto a un lavoro di riduzione rispetto a una prima versione di quattro ore e mezza, che speriamo si possa vedere prima o poi). È una tragedia umana di ambizione e di dolore, che porta in primo piano (ecco una cosa in comune tra Oriente e Occidente, ma non stupisce) la concezione faustiana dell’attore. Alla figlia bambina che gli chiede cosa ha chiesto a Dio mentre pregava al tempio, il protagonista risponde “Stavo facendo un patto con il Diavolo, non con Dio”: chiedendo di diventare il primo attore kabuki al mondo – il che significa non solo dissolversi nella performance ma essere disposto a sacrificare tutto, vita e amori, per questo risultato. In tal senso c’è un bellissimo discorso della stessa bambina, ora donna (“Lo devi al Signor Diavolo”) alla fine del film.
Riccamente articolato sul piano narrativo e sontuoso sul piano visivo, Kokuho è una storia epica del Giappone, sul palcoscenico e fuori. Il tema della neve che cade, che accompagna psicologicamente il film, nasce dallo shock dell’uccisione del padre sotto la neve, vista dal giovanissimo Kikuo subito dopo la rappresentazione kabuki in cui lui si è distinto come dilettante – che poi è il classico La barriera innevata. Una compagnia di attori di superbo livello dà vita al film; bisogna menzionare almeno Yoshizawa Ryo nel ruolo di Kikuo (ma anche Kurokawa Soya, Kikuo da ragazzo), Yokohama Ryusei come Shunsuke e Watanabe Ken come Hanai Hanjiro II. I due giovani protagonisti non appartengono al mondo del kabuki ma hanno studiato per un anno e mezzo sotto l’attore kabuki Nakamura Ganjiro IV (che appare in una parte secondaria, quasi un cameo); il loro risultato è stupefacente.
Naturalmente sta in primo piano la meravigliosa messa in scena degli spettacoli kabuki. Restituendo la bellezza folgorante dei gesti e dei costumi, Kokuho si configura come un’autentica introduzione a quest’arte. Molto saggiamente le didascalie aggiungono al titolo dell’opera un brevissimo riassunto di due righe del contenuto, che permette la comprensione – tanto più che più d’una voltai crea un valore metanarrativo, un cortocircuito fra l’azione del film e il dramma kabuki che vediamo in scena, arrivando fino a identificarsi del tutto nell’ultima rappresentazione di Shunsuke, Doppio suicidio d’amore a Sonezaki. Portandoci letteralmente dentro le opere il film ottiene anche il risultato di creare una nuova platea di appassionati del kabuki, rendendone il fascino con luminosa chiarezza.