Lee Sang-il
Visto
in anteprima sul grande schermo del Far East Film Festival a Udine, è
uscito sugli schermi italiani Kokuho – Il maestro di kabuki, film
capolavoro di Lee Sang-il. Il quale, merita aggiungere, ha un nome coreano ma è un regista giapponese: è un coreano di terza
generazione nato e cresciuto in Giappone.
Nato
nel periodo Edo, il kabuki era il teatro dei grandi centri urbani –
e, pur contenendo una misura di astrazione, si contrapponeva allo
stile astratto e rituale del più antico teatro Nō. Il kabuki non
era amato dal regime degli shōgun, che più volte cercò di
limitarne la portata. Poiché un editto dello shōgunato vietava alle
donne di recitare sul palco, nacquero gli onnagata: attori maschi
specializzati in parti femminili, che non rappresentavano tanto la
singola persona quanto un ideale di femminilità, anche concretizzato
da certi gesti come una data piegatura del collo. È
interessante ricordare che gli onnagata monopolizzarono anche il primissimo
cinema giapponese.
Lo
splendido film di Lee Sang-il si svolge, in tre ore, nell’arco di cinquant’anni
della vita di un attore kabuki, da ragazzino dilettante a “tesoro
nazionale vivente” (ningen kokuho), nel Giappone dal 1964 al 2014;
e dice più cose sul teatro kabuki – e sul mondo degli attori che
la praticano – di cento altre opere, tanto che non è solo per il
tema che lo si può accostare all’inarrivabile Zangiku monogatari
(Storia dell’ultimo crisantemo) di Mizoguchi Kenji. Oltre alla
bellissima illustrazione del tema, Kokuho mostra una forte carica
emotiva nello sviluppo drammatico, nel cesellare le psicologie dei
due amici/nemici Kikuo e Shunsuke, onnagata che condividono il
racconto. Il protagonista Kikuo, figlio di un boss della yakuza
assassinato, viene preso come apprendista dal grande attore kabuki
Hanai Hanjiro II e addestrato accanto al proprio figlio Shunsuke. A
onta del fatto che il kabuki si tramanda gelosamente all’interno
delle famiglie di attori, dei due sarà Kikuo – in una vicenda di
ascesa, caduta, risalita e trionfo – a scalare la vette dell’arte.
Le rivalità artistiche si intrecciano con quelle familiari.
Il
racconto si distende fluendo lungamente, anche con ellissi temporali
che inghiottono personaggi destinati a ritornare, magari solo come
menzione, molto dopo, oppure che ne introducono di nuovi – o
inghiottono, in modo stupefacente, degli episodi, come il tentativo
di vendetta del giovanissimo Kikuo (questo è anche dovuto a un
lavoro di riduzione rispetto a una prima versione di quattro ore e
mezza, che speriamo si possa vedere prima o poi). È una tragedia
umana di ambizione e di dolore, che porta in primo piano (ecco una
cosa in comune tra Oriente e Occidente, ma non stupisce) la
concezione faustiana dell’attore. Alla figlia bambina che gli
chiede cosa ha chiesto a Dio mentre pregava al tempio, il
protagonista risponde “Stavo facendo un patto con il Diavolo, non
con Dio”: chiedendo di diventare il primo attore kabuki al mondo –
il che significa non solo dissolversi nella performance ma essere
disposto a sacrificare tutto, vita e amori, per questo risultato. In
tal senso c’è un bellissimo discorso della stessa bambina, ora
donna (“Lo devi al Signor Diavolo”) alla fine del film.
Riccamente
articolato sul piano narrativo e sontuoso sul piano visivo, Kokuho è
una storia epica del Giappone, sul palcoscenico e fuori. Il tema
della neve che cade, che accompagna psicologicamente il film, nasce
dallo shock dell’uccisione del padre sotto la neve, vista dal
giovanissimo Kikuo subito dopo la rappresentazione kabuki in cui lui
si è distinto come dilettante – che poi è il classico La barriera
innevata. Una compagnia di attori di superbo livello dà vita al
film; bisogna menzionare almeno Yoshizawa Ryo nel ruolo di Kikuo (ma
anche Kurokawa Soya, Kikuo da ragazzo), Yokohama Ryusei come Shunsuke
e Watanabe Ken come Hanai Hanjiro II. I due giovani protagonisti non
appartengono al mondo del kabuki ma hanno studiato per un anno e
mezzo sotto l’attore kabuki Nakamura Ganjiro IV (che appare in una
parte secondaria, quasi un cameo); il loro risultato è stupefacente.
Naturalmente
sta in primo piano la meravigliosa messa in scena degli spettacoli
kabuki. Restituendo la bellezza folgorante dei gesti e dei costumi,
Kokuho si configura come un’autentica introduzione a quest’arte.
Molto saggiamente le didascalie aggiungono al titolo dell’opera un
brevissimo riassunto di due righe del contenuto, che permette la
comprensione – tanto più che più d’una voltai crea un valore
metanarrativo, un cortocircuito fra l’azione del film e il dramma
kabuki che vediamo in scena, arrivando fino a identificarsi del tutto
nell’ultima rappresentazione di Shunsuke, Doppio suicidio d’amore
a Sonezaki. Portandoci letteralmente dentro le opere il film ottiene
anche il risultato di creare una nuova platea di appassionati del
kabuki, rendendone il fascino con luminosa chiarezza.
