Visualizzazione post con etichetta Ritchie Guy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ritchie Guy. Mostra tutti i post

domenica 17 maggio 2026

In the Grey

Guy Ritchie

Nella prima parte della sua carriera, il britannico Guy Ritchie ha realizzato dei film (“Lock & Stock – Pazzi scatenati”, “Snatch – Lo strappo”, “RocknRolla”) deliziosi perché caratterizzati da una vera mania del raccontare, un gusto dell’affabulazione, che adorava il dettaglio bizzarro e la digressione stravagante. Poi, quella cosa assai pericolosa che è il successo ha un po’ attenuato la sua anarchica libertà narrativa; ciò non toglie che Ritchie sia rimasto un regista su cui contare (anche i suoi due “Sherlock Holmes” sono una gustosa rilettura del canone). Così, si resta male quando Ritchie ci propone un film alquanto deludente come “In the Grey”.
L’avvocatessa Rachel Wild (Eiza Gonzalez) si muove nel campo del recupero crediti; ma non pensate a ingiunzioni in carta bollata. Quando il finanziere-supercriminale Manny Salazar (Carlos Bardem, il fratello di Javier) si appropria di un miliardo di dollari, Rachel usa i mezzi più illegali e spregiudicati, dalle microspie all’hackeraggio, per farglieli sputare. In effetti, la facilità con cui mette in ginocchio il feroce Salazar, grazie a una combinazione di astuzia, determinazione e potenza, farebbe quasi provare pietà per lui, se Carlos Bardem non giocasse a renderlo antipatico. E naturalmente, quando nella sua isola-feudo si arriva al “redde rationem”, la parola passa alle armi da fuoco, generosamente impiegate dal fedelissimo team di Rachel, capitanato da Jake Gyllenhaal e Henry Cavill, letali e apparentemente invulnerabili (beh, si sa, Cavill è Superman…), contro un esercito di pupazzi che saranno anche i “minions” di un gangster potentissimo ma sembrano messi lì a far le sagome del tiro a segno.
Va aggiunto che il film ha avuto traversie sia produttive sia distributive, e si vede (anche l’eccesso di voce narrante all’inizio è sospetto). In verità, non si può dire che ci si annoi; l’avventura fracassona ha la sua vivacità, anche se è artificiale quanto le labbra di Eiza Gonzalez. Gran regola del cinema: quando ci sono sparatorie ed esplosioni l’interesse non manca mai. Però, detto in due parole, non è Guy Ritchie: solo a rari sprazzi compare quell’originalità, condita di dialogo brillante, che siamo abituati ad aspettarci da lui. C’è qualche buona battuta qua e là, e qualche
trovata, come farsi arrestare dalla polizia al servizio di Salazar per studiare la topografia delle celle in caso di eventuali problemi, è narrata in modo abbastanza piacevole. Sinceramente, per noi ammiratori di Ritchie è poca roba.

venerdì 19 maggio 2017

King Arthur - Il potere della spada

Guy Ritchie



In una sezione del piacevolissimo King Arthur – Il potere della spada, diretto e co-sceneggiato da Guy Ritchie, il protagonista Charlie Hunnam (un Re Artù in formazione) deve attraversare le Terre Oscure per attingere completamente al “potere della spada” Excalibur. E’ un viaggio pieno di avventura; s’intuisce che Guy Ritchie ha filmato più materiale; ma ne vediamo un riassunto di pochi minuti. Non faccio per dire, ma Peter Jackson ne avrebbe fatto un intero film (mi affretto ad aggiungere che il tono critico vale solo per il Jackson decaduto de Lo Hobbit). Guy Ritchie non solo possiede un dono per il riassunto ma non ha esitazioni a metterlo in pratica – neppure in un costoso blockbuster pieno di CGI come questo.
E Ritchie è così bravo nel riassunto perché, nel suo cinema, il suo atteggiamento verso la narrazione è libero, addirittura sfrenato. Affabulatore compulsivo, Ritchie (anche sceneggiatore dei suoi film) ama mettere in scena un racconto frazionato, fatto di lampi narrativi: ama procedere per flashes, per accenni, per dettagli divaganti. Ciò può dare al suo cinema un certo senso di slegato – ma gli dà anche originalità e il suo fascino. Se a volte si ha l’impressione che il film vada per conto suo, questo è un prezzo che con Guy Ritchie si paga sempre volentieri.   
Vale anche per King Arthur? Beh, è pacifico che qui Ritchie non possa permettersi l’approccio vagamente anarchico di Lock & Stock, Snatch, RocknRolla. Ma proprio come nei suoi film di Sherlock Holmes (e, se pensiamo alla parte “londinese” di King Arthur, ancora di più) riesce a negoziare coi produttori un compromesso che lascia degnamente integre le sue caratteristiche.
Morale: la miglior caratteristica di King Arthur è la freschezza. Nel film – i cui credits di apertura appaiono audacemente sull’azione (il colpo di stato del crudelissimo Vortigern/Jude Law contro suo fratello Uther/Eric Bana, padre di Artù), contaminandola in modo che lo spettatore non sa cosa guardare – dopo il massacro dei lealisti e l’uccisione dei genitori Artù bambino viene affidato a una barca alla deriva, come Mosè, e finisce a Londinium (una Londra antica bizzarramente multietnica!) dove viene raccolto da una prostituta. Per inciso: che la narrazione sia totalmente eterodossa rispetto alla materia arturiana lo mostra già all’inizio il dettaglio che qui Mordred diventa il nome dell’arcimago malvagio sconfitto da Uther. Fatti salvi, s’intende, i futuri sequel. Cresciuto in un bordello, il futuro Re Artù diventa uno di quei piccoli criminali dotati di sense of humour e grandi parlatori che Ritchie amava tanto ritrarre nella prima parte della sua carriera. Il dialogo in King Arthur è spiritoso, molto veloce, pieno di ironia.
La narrazione è sciolta; l’azione procede con un elegante montaggio temporale a intarsio. La visualizzazione dell’incontro dei ribelli con i baroni del regno, che oscilla tra l’ipotesi visualizzata e il “racconto primo”, esalta il principio del cinema contemporaneo di giocare con i vari statuti di realtà dell’immagine. E quando a un certo punto Artù sta facendo un racconto, che vediamo visualizzato sullo schermo, a un poliziotto scettico, dice “Facciamo un passo indietro” – e il film lo prende sul serio: vediamo i personaggi muoversi a rovescio. Nota bene, quel ch’è tipico di Guy Ritchie non è l’uso di questa trovata linguistica ma il fatto che essa compaia in un punto solo del film. Ritchie è innamorato delle possibilità del cinema, ama sfoggiarne l’onnipotenza, come un bambino coi suoi giocattoli.
Come già accennato, non bisogna aspettarsi una rievocazione solenne alla John Boorman. Il film segue fedelmente le modalità dell’action fantasy: correre e battersi, fiamme e ass-kicking, mostri e magia. King Arthur ingloba e restituisce tutta una serie di suggestioni – però il suo stile vivace impedisce di percepirlo come semplicemente derivativo. Sul piano grafico, il film si rifà allo stile dell’illustrazione sword and sorcery – il mostro fiammeggiante che uccide Uther all’inizio (dire di più sarebbe uno spoiler) deve qualcosa a Frank Frazetta – e per altri aspetti alla pittura fantastica inglese tardo-ottocentesca; lo mostra la superba concezione della creatura maligna che vive nell’acqua (visivamente la miglior invenzione del film), fatta di tentacoli e corpi di donne nude. E’ un’ottima idea, a tal proposito, che la figura della Dama del Lago la rispecchi con un cambiamento di segno, in positivo, coi suoi veli bianchi che fluttuano sott’acqua: omaggio alla concezione dell’equilibrio esposta nel film.
Ma naturalmente i riferimenti più immediati sono cinematografici. I giganteschi elefanti mostruosi al comando del mago Mordred e tutta la battaglia iniziale fanno pensare immediatamente a Il Signore degli Anelli; la divisione tra uomini e maghi in due specie diverse (all’inizio una didascalia ci informa che “uomini e maghi” vivevano in pace finché non arrivò Mordred) può ricordare il mondo di Harry Potter; infine, l’eponimo “potere della spada”, che Artù deve imparare a controllare come soggetto recalcitrante ha un forte sapore di Star Wars – e in fondo le guardie mascherate di Vortigern non sono così distanti dagli Stormtroopers imperiali.
Ma questo gustoso mix di Signore degli Anelli, Star Wars, cinema action e perfino kung fu sottoutilizzato, il tutto vivacizzato dall’umorismo e dalle caratterizzazioni popolaresche propri di Ritchie, funziona bene. Cos’altro dovremmo chiedere al film?

giovedì 29 dicembre 2011

Sherlock Holmes - Gioco di ombre

Guy Ritchie

Se il primo “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie aveva introdotto una lettura “revisionista”, eterodossa ma tutt'altro che campata in aria, del mito creato da Sir Arthur Conan Doyle, il secondo episodio della serie - “Sherlock Holmes - Gioco di ombre” - è anche migliore del primo. E' scritto da Michele e Kieran Mulroney, con un cambio di sceneggiatori rispetto al film precedente.
Avendo già spianato il terreno con la sorpresa di una coppia Holmes-Watson giovani e atletici (e un Watson decisamente meno eterodiretto di quello tradizionale), Guy Ritchie può dedicarsi interamente tutto al racconto, cosa che gli va benissimo, giacché il regista inglese è un affabulatore compulsivo, innamorato della narrazione per il gusto della narrazione, sempre pronto a perdersi in particolari e in digressioni. Certo, una serie hollywoodiana di forte impegno produttivo come questa non gli permette di esercitare a suo piacere il suo sguardo “laterale” (nota però la bellezza di qualche dettaglio buttato lì, come quel cane bianco interessatissimo durante lo scontro fra Sherlock Holmes e il cosacco); tuttavia, per fare una buona narrazione c'è bisogno esattamente di uno spirito simile, cosa che ignorano molti giovani “pragmatici” americani. Ritchie ama sfoggiare l'onnipotenza del cinema. La visualizzazione dei piani d'attacco di Holmes, oltre a quella dei ragionamenti, unita alla fattura elegante dei flashback e dei momenti di enfatizzazione mediante il ralenti (la fuga nel bosco) manifestano lo stile sciolto e fantasioso del regista.
Nel presente film Holmes se la vede col suo arcinemico ufficiale, il professor Moriarty: il film sfocia in una trascrizione del famoso racconto di Conan Doyle “Il problema finale”, quello delle cascate del Reichenbach. E il Moriarty di Jared Harris è il migliore che ci sia capitato di vedere sullo schermo (accanto a Leo McKern ne “il fratello più furbo di Sherlock Holmes”, d'accordo, ma quella era una parodia). Inoltre il film, che già si regge sull'eccellente coppia Robert Downey jr. e Jude Law, presenta anche un magnifico Mycroft Holmes nell'interpretazione di Stephen Fry (“Wilde”); la scena in cui compare a colazione completamente nudo, sconvolgendo la signora Watson, è da antologia.
Non bisogna dimenticare che è un film d'azione, al che provvede generosamente (volendo cercare il pelo nell'uovo si potrebbe osservare che la scena di mega-azione migliore è praticamente la prima, quella sul treno, mentre la scena madre nella fabbrica d'armi appare un po' lunga). Ma non è solo un action pepato con humour. Era ovvio che inserisse con abilità il classico lavoro di deduzione (dove Watson mostra di avere imparato bene la lezione di Holmes, a differenza di quello dei romanzi e di molte sue incarnazioni sullo schermo); in aggiunta, dà più spazio del primo film a un veloce gioco di rimpallo di battute tra Holmes e Watson che è gustosissimo, commedia screwball della più bell'acqua.
Soprattutto, il film adombra con delizioso umorismo l'elemento omosessuale insito nel rapporto Holmes-Watson (“la nostra relazione atipica”, lo chiama Holmes, urtando il vittoriano Watson che preferisce il termine “collaborazione”). Se il pretesto narrativo è quello di salvare i neo-coniugi Watson dalla vendetta di Moriarty, è esilarante vedere come durante il loro viaggio di nozze Holmes (che appare travestito da donna) si liberi della moglie di Watson buttandola dal treno; e quando subito dopo arruola il marito per una missione a Parigi dicendogli che è “la destinazione più ragionevole per una luna di miele”, non occorre essere il dottor Freud per vederci chiaro. Del resto, nella stessa sequenza, il suo “Dovrà giacere con me, Watson” stendendosi sul pavimento del vagone (per salvarsi dalle raffiche di mitragliatrice, certo, che credevate?) val più di una seduta dallo psicoanalista. Se Sir Arthur Conan Doyle vedesse questo film ne rimarrebbe passabilmente sconvolto: come lo specchio del dottor Jekyll, gli mostrerebbe un'insospettata verità.

sabato 16 gennaio 2010

Sherlock Holmes

Guy Ritchie

Sir Arthur Conan Doyle - nessuno lo negherà - non sarebbe rimasto soddisfatto dallo “Sherlock Holmes” del dotato Guy Ritchie. “We are not amused”, avrebbe detto, come la Regina Vittoria. Vero è che Conan Doyle detestava la sua creatura, fino al punto, com'è noto, di farlo morire (e poi doverlo risuscitare per tacitare i lettori, fra cui sua madre). Tuttavia, l'orgoglio offeso avrebbe avuto il sopravvento.
Ma non deve lamentarsi troppo sulla sua nuvoletta. Intanto, Sherlock Holmes non è mai stato solo suo ma anche una figura transmediatica ante litteram. Fin dall'inizio la sua figurazione nell'immaginario collettivo non viene solo dai racconti ma dalla grafica (le illustrazioni di Paget con mantellina scozzese e berretto da caccia) e dal teatro (donde proviene quell'“Elementare, Watson” che non si riscontra in Conan Doyle).
E' interessante che una figura così cristallizzata in una forma canonica sia fra quelle più sottoposte a riscrittura. Holmes e Watson hanno incontrato tutte le creature possibili e immaginabili, da Dracula a Jekyll ai marziani di Wells a Jack lo Squartatore a ogni figura storica dell'epoca. E questo perché Holmes è un'icona dell'era vittoriana, e l'era vittoriana sta al centro del nostro immaginario fantastico: se ci pensate, l'eccezione più notevole essendo Frankenstein, viene tutto da lì.
E hanno anche avuto, i due di Baker Street, la loro dose di rovesciamenti (il più spiritoso è “Senza indizio” di Thom Eberhardt, in cui Sherlock Holmes/Michael Caine è un attore alcoolizzato assunto come paravento da Watson/Ben Kingsley che è il vero genio investigativo). Così, non bisogna guardare come un tradimento il fatto che Guy Ritchie col suo team di sceneggiatori riscriva Sherlock Holmes nel segno del cinema action, presentandoci un Holmes e un Watson (Robert Downey jr. e Jude Law) giovanili, attraenti e muscolari, non solo investigatori deduttivi ma ottimi picchiatori.
E non sono inappuntabili (gustosissimo il dettaglio della mania di Watson per il gioco, o la gelosia infantile di Holmes per il matrimonio che gli porta via il compagno); né i loro rapporti sono del genere “padrone e cane” come in tante versioni cinematografiche. Quando qui Watson rifila a Holmes un pugno sul naso, vendica in un colpo solo tutti i Watson della tradizione e indubbiamente un po' anche l'originale.
Peraltro ritroviamo in questo personaggio dagli occhi da pazzo lo Holmes canonico, fino a dettagli quali lo sport di scrivere VR (Victoria Regina) sparando sulla parete della camera. Ovvero, gli sceneggiatori si sono ben documentati; il revisionismo postmoderno del film non nasce dal nulla (com'era per esempio il caso di “Van Helsing”) ma sboccia dal canone holmesiano, con una lettura eterodossa ma non gratuita.
Guy Ritchie è un regista interessante perché è un regista della non necessità: ha sempre mostrato una tendenza “laterale” a sfuggire dalla consecutio drammaturgica nei suoi film, innamorandosi di figure inessenziali, discorsi colti al volo, bozzetti e bizzarrie. Certamente non ha potuto girare “Sherlock Holmes” con la stessa originalità con cui ha girato, diciamo, “Lock & Stock” o “Snatch”. Bisogna chiamarsi Tim Burton per fare quello che si vuole al cospetto delle megaproduzioni.
Tuttavia Ritchie ha realizzato un film piacevolissimo, in cui ha portato, se non proprio il suo sguardo laterale, una buona dose di libertà narrativa. Interessanti le “teorie” dell'attacco fisico esposte in voce over prima del colpo, efficaci i riassunti accelerati, e in generale eccellente il ritmo - la scena classica della lotta contro il tempo mentre si è trasportati verso una sega rotante non è mai stata realizzata così bene. Il dialogo è molto spiritoso (l'ispettore Lestrade a Holmes: “In un'altra vita sarebbe stato un buon poliziotto”. Holmes: “Anche lei”). E il film traccia un affascinante quadro, con colori cupi e cinerei, della Londra vittoriana, con le sue sacche di povertà in cui non ci stupiremmo di veder camminare l'Oliver Twist di Polanski. I travestimenti di Sherlock Holmes (finalmente ricondotti alla loro “meraviglia” doyliana) si inseriscono perfettamente in quell'ambiente picaresco - vedi quella pagina di bravura che è il pedinamento di Irene Adler.
Spacciato lo stregone Lord Blackwood, fa capolino nel film il professor Moriarty. Siccome è già previsto un seguito, chissà che non siamo destinati ad avere - come già quella classica con Basil Rathbone e Nigel Bruce degli anni quaranta - una vera e propria serie holmesiana per il secondo decennio del duemila.

(Il Nuovo FVG)

lunedì 18 maggio 2009

RocknRolla

Guy Ritchie

Come nel teatro shakespeariano ogni momento è buono per superbe tirate oratorie, così il cinema di Guy Ritchie si porta una vena oratoria in cuore. I suoi banditi sono infidi, sono cattivissimi, ma soprattutto adorano parlare: la loro retorica nasce come prolungamento parodistico del linguaggio “hard-boiled”, ma si estende a identità e dimensione dell’esistenza.
Così “RocknRolla” - che si apre, non per nulla, con una prolusione di Archie (Mark Strong) sulla definizione del termine - è godibile in primo luogo per il parlato. Non soltanto la voce narrante, descrittiva e gnomica, di Archie ci accompagna per tutto il film illustrando il suo universo. Lenny Cole (Tom Wilkinson) non si limita a minacciare i malcapitati di tuffarli nel Tamigi popolato di gamberi carnivori, ci fa sopra una tirata - attenta ai tempi giusti, alle pause eccetera - degna di un bardo irlandese. Idem per la femme fatale, e dark lady per hobby, Stella (Thandie Newton); per i due tossivi che vanno in giro con dimostrazioni impagabili a vendere refurtiva; per lo Strizza (premio per il miglior nome di personaggio 2009); per il furbetto gay Bob; perfino per il delirante drogato Johnny Quid o per lo sfigato One Two (Gerard Butler, il Leonida di “300”!), protagonista di una simil-storia d’amore con la bellona; tutti in questo sottomondo criminale mettono al primo posto fra le loro capacità la favella - nelle diverse specialità dell’orazione distesa o della battuta sintetica (Stella, sposata con un avvocato omosessuale che non la calcola: “Sono una gaysitter a tempo pieno”). C’è molta scuola post-tarantiniana, ovviamente. Lo denuncia in particolare un passaggio - il discorso sul doppio messaggio del pacchetto di sigarette - che mira un po’ troppo evidentemente a quell’imprevisto lampeggiare di sprazzi filosofici nella bassa quotidianità in cui è ineguagliato il maestro americano.
Solo i due gorilla russi parlano in modo strettamente referenziale (perché si esprimono in modo fisico; e il loro dialogo consiste nel mostrarsi con orgoglio la collezione di cicatrici - nel che, sono investiti da un camion); anche per questo sembrano cose da un altro mondo. Però invece il loro boss è entrato perfettamente in questo panorama, che da british è diventato internazionale in una globalizzazione della disonestà. “Londra è in ascesa”, sentiamo dire, in una kermesse di speculazione edilizia e assessori corrotti: è la nuova Londra che ha perso completamente quelle radici imperial-vittoriane che sopravvivevano, sempre più tenui, lungo tutto il Novecento (i Beatles sono nipotini di Oscar Wilde). In questa Londra globale, chi crede di avere un posto di riguardo solo perché è una carogna inglese (Lenny Cole) come minimo si fa rompere una gamba a colpi di mazza da golf.
“RocknRolla” è inferiore ad altri film dell’ex marito di Madonna, segnatamente il delizioso “Snatch - Lo strappo”, ma è assai divertente. A Ritchie, regista e sceneggiatore, non importa tanto tirare i fili dello sviluppo, portare a casa la conclusione del plot (lo fa anzi con una certa fatica), quanto accumulare personaggi bizzarri e situazioni surreali: è come un bambino che fa raccolta di figurine. Per questo “RocknRolla” avrebbe potuto altrettanto bene essere un serial televisivo in 20 episodi.
Il film non è piaciuto alla critica italiana. Lecito. Ma qui si potrebbe speculare: forse la ragione per cui non piace è appunto che Guy Ritchie è innamorato del narrare. Un peccato grave per la cultura italiana, che non apprezza i narratori puri; li preferisce con un intento di critica sociale, un’ideologia o almeno un impianto teorico forte (Calvino). Questo può essere strano visto che la nostra letteratura praticamente nasce con un grandissimo narratore puro, Boccaccio - ma è la Controriforma che ha lasciato il suo segno. Per i critici semplicemente divertirsi a una narrazione priva di un senso che non sia il suo stesso divertimento, proprio “non è cosa”. E’ come andare a letto con Lolita invece che sposare Anna Magnani.

(Il Nuovo FVG)

martedì 8 gennaio 2008

Snatch - Lo strappo

Guy Ritchie

E’ uno dei film più divertenti della stagione, l’inglese “Snatch - Lo strappo” di Guy Ritchie: che gli amatori di gossip conoscono principalmente come marito di Madonna, ma che si era rivelato tre anni fa con “Lock & Stock - Pazzi scatenati” (alcuni interpreti del quale ritornano qui: Vinnie Jones, Jason Stratham). “Snatch” è una violenta commedia nera senza donne, dove disparate fazioni (malavita ebraica inglese e americana, un russo feroce, un boss inglese delle scommesse peggio ancora di lui, una tribù di zingari poco affidabili, due piccoli delinquenti bianchi, un trio di negri che sono i più sfigati di tutti) convergono attorno a un gigantesco diamante in un gioco di incontri e scontri, culminante nella pagina esilarante degli incidenti a catena. Ritchie (anche sceneggiatore) rinnova un tema più che classico mediante una verve narrativa ammirevole. Sembra la versione post-Tarantino di una “Ealing comedy” (quelle classiche degli anni ’50 con Alec Guinness, ricordate?). E’ un film gasato, veloce, ritmato (va menzionato l’ottimo lavoro del montatore Jon Harris). Guy Ritchie ha talento: vedi il viaggio aereo di Dennis Farina dall’America a Londra, realizzato in riassunto... non più di cinque secondi di montaggio fulminante... in modo da essere il più veloce della storia del cinema.
La descrizione di questa galleria di figure malavitose è impagabile. Si vorrebbe citarli tutti, ma tocca limitarsi ai due cattivi veri (perché di essere “cattivo fino al midollo” lo credono tutti), il grottesco super-duro Tony (l’ex calciatore Vinnie Jones) e il personaggio più centrato di tutti, il gelido, terrorizzante boss Testarossa (Alan Ford - proprio così!). Nella galleria ben s’inserisce Brad Pitt nel ruolo di uno zingaro campione di boxe. Pitt, la cui specialità è l’“overacting”, funziona come attore solo quando ha queste parti eccessive.
Mi rendo conto che sarebbe un’esagerazione tirare in ballo le varie “nouvelles vagues” degli anni sessanta, ma prendiamolo solo come un punto (alto) di paragone. Guy Ritchie è innamorato dei suoi personaggi. Si sente che per ognuno ha un’urgenza di inventare, di dire, di esagerare, di mostrare, di disegnare, di giocare - di raccontare col cinema; ma non erano proprio questo, gli anni sessanta? Ricordate (esempio certo inarrivabile) Tony Richardson e “Tom Jones”? Anche se nella freschezza semidelirante di “Snatch” si sente in ultima analisi un qualcosa di artificioso, di pompato, nondimeno di freschezza si tratta.
Un aspetto basilare del film, connesso a quest’attrazione per i personaggi, è il forte interesse per l’aspetto linguistico. Per quanto il doppiaggio italiano lavori valorosamente, inventando parole di slang (zinghi, sterle) o un intero linguaggio (il dialetto degli zingari, che suona vagamente pugliese), “Snatch” è uno di quei film che più richiederebbero la versione originale sottotitolata. Gioca gustosamente sulla stratificazione linguistica, facendo parlare ogni personaggio nell’inglese suo proprio, dal cockney al gergo negro ai differenti slang inglese e americano (con Dennis Farina che ci si incazza!). Del resto il gusto del linguaggio faceva capolino fin dal folgorante inizio, con dei rabbini che passano sotto le telecamere di una banca discutendo amabilmente di esegesi biblica, e poi si rivelano rapinatori travestiti: se ci fate caso, l’argomento della loro discussione è linguistico... un errore di traduzione dei Settanta, “vergine” per l’ebraico “giovane donna”, da cui (parafrasi mia) il “succès de scandale” del cristianesimo. Ma vedi anche la grande pagina oratoria di Testarossa che spiega con compiacimento come si dà un cadavere in pasto ai maiali, e quando gli chiedono chi è fa: “Conosci il significato della parola nemesi?” - e ci arpeggia sopra, meglio di un dizionario, con la stessa voluttà con cui Guy Ritchie modula i racconti dei suoi personaggi stralunati, sfortunati, buffi e perniciosi.

(Il Nuovo FVG)