Wolfgang Petersen
Il problema dell’Iliade di Wolfgang Petersen è l’accelerazione. Diavolo, in Omero i Greci ci mettono dieci anni per arrivare al dunque; in “Troy” Achille sbarca sulle spiagge di Troia la mattina, i suoi Mirmidoni catturano Briseide più o meno a mezzogiorno, Agamennone gliela porta via la sera stessa, il giorno dopo abbiamo la battaglia con Achille in sciopero e i Greci vengono travolti (Menelao e Aiace ci hanno già lasciato le penne)... L’iperconcentrazione degli avvenimenti è la cifra di “Troy”. L’ellissi di 12 giorni concessi in tregua da Achille per i funerali di Ettore equivarrà al periodo più lungo del film?
Tuttavia, benché sia divertente annotarlo, questo è legittimo. Lo sceneggiatore David Benioff non è Omero né pretende esserlo; sgombriamo subito il campo dalle lamentele dei grecisti sui tradimenti di un film dove alla fine muore perfino Agamennone. Rilievi che si potrebbero applicare a qualsiasi peplum; “Troy” del resto nei titoli si dichiara non tratto dall’Iliade ma ispirato ad essa (inoltre, credo che il copyright dell’Iliade sia scaduto). Posto che lo spettacolo funzioni, e “Troy” funziona abbastanza, a che serve piangere sopra le differenze rispetto al corpus mitologico? Idem per l’eliminazione dell’elemento omosessuale fra Achille e Patroclo, in una pellicola dove Achille è Brad Pitt - non per nulla, con gran gioia delle spettatrici ricorre più nudità sua che di chiunque altro nel film. Naturalmente niente impediva a “Troy” di mantenere una certa ambiguità omosex senza sbandierarla “apertis verbis”; ma, anche se ce ne fosse stata l’intenzione, il film non ha bastante sottigliezza per questo.
Allo stesso modo non stupisce l’eliminazione degli dei: “Troy” si basa su un laicismo assoluto, talché a un certo punto l’ironia di Ettore (Eric Bana) arriva a parafrasare Stalin: «Di quanti battaglioni può disporre il Dio Sole?». Il film si presta solo due volte a compiacere agli obblighi mitici del racconto: una è elegante, nel senso che la freccia che colpisce Achille al tallone resta compatibile con l’impostazione materialistica complessiva; l’altra nient’affatto, quando vediamo - nella sua unica scena, in riva al mare - la madre di Achille Teti (Julie Christie) sciacquattare coi piedi a mollo, misero residuo del fatto che si tratterebbe di una dea marina.
In ogni modo, “Troy” è spettacolo piacevole. Se Peter O’Toole nel ruolo di Priamo eclissa (nessuna sorpresa) tutti gli altri interpreti, l’Achille di Brad Pitt incarna bene la “vis” guerriera e quella tensione verso l’immortalità che è il respiro del film, e appartiene un po’ a tutti i personaggi (a tal proposito i dialoghi saccheggiano “Il gladiatore”: «Staremo di nuovo insieme, in questo mondo o nell’altro»). Sean Bean disegna un bell’Ulisse umano e machiavellico insieme. Agamennone (Brian Cox) è un “villain” spudorato, gran bersaglio per le frecciate contro i re - gustosamente anacronistiche per l’epoca micenea - ricorrenti nel film. Paride (Orlando Bloom) è un convincente combinaguai, ed Elena (Diane Kruger) è una vera bellezza sexy simil-raffinata, alla Bo Derek. Solo Briseide (Rose Byrne) è un’autentica rottura, una pacifista rompiscatole e piagnucolosa che Achille avrebbe fatto bene a rimandare ad Agamennone espresso.
Tuttavia “Troy” non ha grande consistenza sul piano dei sentimenti, e solo Peter O’Toole riesce realmente a evocare una dimensione tragica. La forza del film sta invece nella sua dimensione gigantesca e collettiva. Qui la
regia di Petersen è giustamente roboante; vedi il bellissimo movimento di macchina che solennizza l’introduzione del Cavallo di Troia nella città, o il memorabile allargamento di visuale che partendo da una nave ci rivela il mare azzurro costellato all’infinito dalle navi dell’invasione. Bellezza delle mura, delle folle, delle battaglie. La computer graphics si adatta molto bene all’epica, col suo potere di magnificare numeri e dimensioni. Che grazie a lei sia arrivata alfine l’occasione di un ritorno del peplum?
(Il Nuovo FVG)
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sabato 12 gennaio 2008
lunedì 7 gennaio 2008
Poseidon
Wolfgang Petersen
Nei titoli (posti all’inizio, “come una volta”) “Poseidon” di Wolfgang Petersen trasmette quasi un’impressione “old-fashioned” con la presenza come protagonisti di cari vecchi divi anni ‘70/’80, Kurt Russell e Richard Dreyfuss. E’ appropriato: è il remake di un film del 1972, “L’avventura del Poseidon” di Ronald Neame, che fu decisivo (con “L’inferno di cristallo” di John Guillermin) nel lanciare la voga dei “disaster movies”, il cinema catastrofico. Torna così la storia del transatlantico che, investito da una gigantesca onda anomala, si capovolge, e un gruppo di sopravvissuti cerca di uscirne prima che affondi. Il presente film si avvale delle tecniche moderne e anche di una maggiore franchezza visiva: qui il relitto è, realisticamente, popolato di cadaveri. Le inquadrature subacquee, con corpi e rottami che vorticano sotto l’immensa nave rovesciata, sono abbastanza efficaci.
L’aspetto più intrigante della situazione è l’inversione tra pavimento e soffitto nella nave capovolta; su di essa però il film non lavora, preferendo affidarsi agli sperimentati moduli avventurosi del “passaggio difficile” e della minaccia alle spalle: l’acqua che sale. Il suo casuale gruppo di vacanzieri affronta i pericoli con invidiabile forma fisica (tutti atleti! Le donne poi nuotano bene anche in abito lungo). Il tema avventuroso e la magniloquenza degli effetti speciali non impediscono tuttavia al film di risultare deludente (su un tema simile, più in piccolo, Wolfgang Petersen aveva fatto assai meglio con “La tempesta perfetta”). E’ colpa della stupidità della sceneggiatura, come avviene un po’ troppo spesso nel cinema americano d’oggi.
E’ sempre bello vedere al cinema uno sconvolgimento apocalittico, una nave che affonda, e muoiono tutti - ma bisogna pure che l’elemento umano pesi sul piatto della bilancia. Infatti il cinema catastrofico si risolve nel conflitto fra l’apparato scenografico dell’evento disastroso, con la sua catena di cause-effetti, e le figure umane che vi fanno fronte o vi periscono. A parte Kurt Russell, soprattutto per merito dell’attore, “Poseidon” è gravemente insufficiente proprio sul piano della definizione dei personaggi e dei dialoghi. In particolare le due ragazze - Jennifer, la figlia, ed Elena, la clandestina - sono figure d’una banalità, piattezza, imbecillità, che una volta si sarebbe detto televisiva (oggi invece il cinema dovrebbe imparare dalla tv: parlando di ragazzi, vedi “O.C.”). Due cretine antipaticissime (è una gioia per lo spettatore quando una delle due annega), costruite su caratterizzazioni “ribelli” di imbarazzante vacuità - e questo perché, mirando a un pubblico oggi composto specialmente da giovanissimi, la sceneggiatura vuole goffamente riportare tematiche adolescenziali (è interessante come rispetto ai vecchi “disaster movies” la dialettica marito/moglie venga sostituita da quella padre/figlia).
La sceneggiatura resta incerta fra i due modelli possibili del cinema catastrofico: quello realistico per cui - come recita il proverbio - “piove sui giusti e sugli ingiusti” (Kurt Russell lo teorizza in una scena) e quello allegorico, tradizionale del genere, per cui vivere o morire sono ricompense morali. La costruzione degli effetti drammatici è oltremodo meccanica. Per esempio quando Lucky Larry (il fratello di Matt Dillon) d’improvviso e senza motivo si mette a insultare a freddo il povero Kurt Russell, è facile indovinare che questa caratterizzazione odiosa vuol dire che morirà - ma ciò succede “ipso facto”, con una comica velocità alla Stan e Ollio.
Cosa resta? Qualche mega-scena di eventi naturali (o fisici, come la logica dell’affondamento). Peraltro, anche su questo piano era migliore il “Poseidon” del 1972 (a distanza di tanti anni chi scrive ricorda ancora i passeggeri aggrappati ai tavoli fissati al pavimento che per il rovesciamento della nave ora pendono dal soffitto). Insomma, non affonda solo il transatlantico: anche il film.
(Il Nuovo FVG)
Nei titoli (posti all’inizio, “come una volta”) “Poseidon” di Wolfgang Petersen trasmette quasi un’impressione “old-fashioned” con la presenza come protagonisti di cari vecchi divi anni ‘70/’80, Kurt Russell e Richard Dreyfuss. E’ appropriato: è il remake di un film del 1972, “L’avventura del Poseidon” di Ronald Neame, che fu decisivo (con “L’inferno di cristallo” di John Guillermin) nel lanciare la voga dei “disaster movies”, il cinema catastrofico. Torna così la storia del transatlantico che, investito da una gigantesca onda anomala, si capovolge, e un gruppo di sopravvissuti cerca di uscirne prima che affondi. Il presente film si avvale delle tecniche moderne e anche di una maggiore franchezza visiva: qui il relitto è, realisticamente, popolato di cadaveri. Le inquadrature subacquee, con corpi e rottami che vorticano sotto l’immensa nave rovesciata, sono abbastanza efficaci.
L’aspetto più intrigante della situazione è l’inversione tra pavimento e soffitto nella nave capovolta; su di essa però il film non lavora, preferendo affidarsi agli sperimentati moduli avventurosi del “passaggio difficile” e della minaccia alle spalle: l’acqua che sale. Il suo casuale gruppo di vacanzieri affronta i pericoli con invidiabile forma fisica (tutti atleti! Le donne poi nuotano bene anche in abito lungo). Il tema avventuroso e la magniloquenza degli effetti speciali non impediscono tuttavia al film di risultare deludente (su un tema simile, più in piccolo, Wolfgang Petersen aveva fatto assai meglio con “La tempesta perfetta”). E’ colpa della stupidità della sceneggiatura, come avviene un po’ troppo spesso nel cinema americano d’oggi.
E’ sempre bello vedere al cinema uno sconvolgimento apocalittico, una nave che affonda, e muoiono tutti - ma bisogna pure che l’elemento umano pesi sul piatto della bilancia. Infatti il cinema catastrofico si risolve nel conflitto fra l’apparato scenografico dell’evento disastroso, con la sua catena di cause-effetti, e le figure umane che vi fanno fronte o vi periscono. A parte Kurt Russell, soprattutto per merito dell’attore, “Poseidon” è gravemente insufficiente proprio sul piano della definizione dei personaggi e dei dialoghi. In particolare le due ragazze - Jennifer, la figlia, ed Elena, la clandestina - sono figure d’una banalità, piattezza, imbecillità, che una volta si sarebbe detto televisiva (oggi invece il cinema dovrebbe imparare dalla tv: parlando di ragazzi, vedi “O.C.”). Due cretine antipaticissime (è una gioia per lo spettatore quando una delle due annega), costruite su caratterizzazioni “ribelli” di imbarazzante vacuità - e questo perché, mirando a un pubblico oggi composto specialmente da giovanissimi, la sceneggiatura vuole goffamente riportare tematiche adolescenziali (è interessante come rispetto ai vecchi “disaster movies” la dialettica marito/moglie venga sostituita da quella padre/figlia).
La sceneggiatura resta incerta fra i due modelli possibili del cinema catastrofico: quello realistico per cui - come recita il proverbio - “piove sui giusti e sugli ingiusti” (Kurt Russell lo teorizza in una scena) e quello allegorico, tradizionale del genere, per cui vivere o morire sono ricompense morali. La costruzione degli effetti drammatici è oltremodo meccanica. Per esempio quando Lucky Larry (il fratello di Matt Dillon) d’improvviso e senza motivo si mette a insultare a freddo il povero Kurt Russell, è facile indovinare che questa caratterizzazione odiosa vuol dire che morirà - ma ciò succede “ipso facto”, con una comica velocità alla Stan e Ollio.
Cosa resta? Qualche mega-scena di eventi naturali (o fisici, come la logica dell’affondamento). Peraltro, anche su questo piano era migliore il “Poseidon” del 1972 (a distanza di tanti anni chi scrive ricorda ancora i passeggeri aggrappati ai tavoli fissati al pavimento che per il rovesciamento della nave ora pendono dal soffitto). Insomma, non affonda solo il transatlantico: anche il film.
(Il Nuovo FVG)
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