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sabato 26 settembre 2026

Maigret - L'amore e la morte

Pascal Bonitzer

Maigret – L’amore e la morte di Pascal Bonitzer si apre sul dettaglio di una pipa che viene pulita con il curapipe, ed è giusto: è una dichiarazione di intenti (“Questo è un film di Maigret”) – come pure l’enunciazione immediata del fedele subordinato Janvier. Questi segni caratteristici servono in primo luogo a farci accettare un Maigret (interpretato da Denis Podalydès) assai differente da quello che conosciamo.
Non si tratta solo di una differenza fisica. L’aggettivo sempre usato per descrivere il Maigret classico è “massiccio”. Burbero, introverso, umanissimo, assapora l’atmosfera come un bicchiere di vino; raggiunge la verità attraverso l’empatia (non in senso buonista, ma piuttosto, umanista). Il suo creatore Simenon in un’intervista del 1963: è un intuitivo, con l’aria un po’ bovina. Qui, il Maigret magro e molto stempiato di Denis Podalydès è un altro, un ragionatore determinato e nervoso, che interroga per appurare i nudi fatti. In questo senso, è più vicino all’idea di un poliziotto tradizionale che a Gino Cervi o Jean Gabin.
Versione solo apparentemente fedele del romanzo Maigret e i vecchi signori (noto anche come Maigret e gli aristocratici), il film narra dell’assassinio di un anziano conte nel momento in cui, dopo un amore assolutamente casto durato decenni, finalmente ha la possibilità di sposare una principessa sua coetanea, che è appena rimasta vedova. Il romanzo di Simenon vede Maigret sconcertato e come incredulo di fronte a questo mondo di vecchi aristocratici e ai loro valori; gli sembra una fiaba di quelle cui credeva da ragazzo; e Bonitzer – anche sceneggiatore – condivide l’incredulità di Maigret, e l’amplifica all’estremo nel film.
Incerto fra tradizione e revisionismo, Maigret – L’amore e la morte è ambientato ai nostri giorni (o quasi), tempi di computer portatili e cellulari, che il commissario non usa. Questo film tradisce nei suoi interni un bizzarro senso di artificialità: non c’è l’aria della vita: appaiono finti. Persino le comparse, nei rari esterni parigini, sembrano onesti salariati impegnati a fare le comparse.
I dialoghi, fondamentalmente simenoniani, sono il meglio del film, e visibilmente sono quello che interessa a Bonitzer. Che ha a disposizione interpreti (quasi tutti) bravi, fra i quali eccelle Anne Alvaro nel ruolo di Jacotte, la grintosa cameriera dell’aristocratico assassinato. Notevole anche Dominique Raymond nel ruolo dell’anziana principessa (personaggio che si ha l’impressione Bonitzer fraintenda un po’).
A questo punto devo mettere un avviso importante: il resto della recensione è uno spoiler.
Dopo aver seguito da vicino il romanzo, Pascal Bonitzer si prende la libertà di cambiare il finale. Ora, intendiamoci: questa non è una cosa illecita in sé. Esempio di scuola, Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d’Europa di Ted Kotcheff (1978): Robert Morley è così simpatico nel film che la sceneggiatura butta via il dénouement del romanzo dei coniugi Nan e Ivan Lyons, e s’inventa un assassino differente. Come sempre, tutto dipende dal risultato.
Qui la beghina Jacotte da una figura quasi bressoniana – ovviamente non parlo di livello artistico ma di concezione – diventa un’astuta “mantide”. Si perde qualcosa? Sì, il fascino del romanzo. Ma tornando a casa Pascal Bonitzer avrà detto tutto fiero alla moglie: “Cara, ho migliorato Simenon”. 

sabato 17 maggio 2025

Il quadro rubato

Pascal Bonitzer

Ha sempre il suo fascino un film sul ritrovamento di un dipinto, specie se ispirato a una storia vera, come il francese Il quadro rubato di Pascal Bonitzer, importante critico (Cahiers du cinéma) passato da diversi anni alla sceneggiatura e alla regia. Inizia con un quadretto fulminante. Una vecchia cattivissima signora cieca (è l’ultranovantenne Marisa Borini, la madre di Valeria Bruni Tedeschi) vende il suo dipinto più prezioso perché non vuole che lo erediti sua figlia che ha troppi amici neri. Quello che non vede è che la sua governante è nera anche lei.
Questo ci introduce nel mondo del commercio delle opere d’arte. Una modesta famiglia operaia scopre di possedere un tesoro: un famoso dipinto di Egon Schiele che si credeva perduto. I nazisti, che sequestravano gli esempi di “arte degenerata”, lo avevano regalato a un loro collaborazionista, ora morto, dal quale la famiglia ha acquistato (con dentro molte cianfrusaglie) la casa in cui abita.
Non ci si aspetti però una riflessione sul vero e il falso: l’autenticità del dipinto è fuori discussione. Intorno a questo gigantesco affare, ruotano le vite di due antieroi che inizialmente sono ben poco simpatici: André (Alex Lutz), alto dirigente di una casa d’aste, un solitario arrogante che non pensa che al lavoro, in guerra fredda con la sua stagista Aurore (Louise Chevillotte), una bugiarda compulsiva con traumi familiari insuperati (questa a dire la verità resta antipatica per tutto il film, ma è un parere personale). A comporre il trio protagonista, l’unica normale è Bertina, ex moglie di André e tuttora suo deus ex machina in servizio permanente. La interpreta Léa Drucker, la migliore in campo.
Il cinema francese ha una lunga tradizione, ereditata dal teatro, di messa in scena sicura e di elegante svolgimento della vicenda. Anche qui, i dialoghi e i battibecchi, la buona scansione delle entrate e delle uscite, il montaggio competente assicurano uno spettacolo piacevole. Stranamente, il limite sta nella sceneggiatura scritta dagli sperimentati Bonitzer e Iliana Lolic: alcune ingenuità, come una tentata truffa in cui André casca troppo facilmente (infatti poi dice “Avrei dovuto capirlo”, mostrando un accenno di coda di paglia dello sceneggiatore), o forzature, come la scena della rissa dei due giovani operai davanti al quadro, che è il punto peggiore del film. Ma la descrizione del vortice economico che gira intorno ai capolavori avvince, e l’asta finale ha lo stesso slancio di quando, nei film western, “arrivano i nostri”.