Christopher Nolan
Prima
cosa (perché viene sempre prima l’occhio): fin dall’apertura col
cavallo di Troia sulla spiaggia, Odissea di Christopher Nolan è
un’opera di maestosa bellezza visiva. Ma è anche opera di forte
intensità narrativa. Non so se raggiunga il livello dei massimi film
di Nolan, come Interstellar, Inception e a mio parere Tenet, ma certo
è una potente rilettura moderna del mito.
È
la meno filologica fra tutte le Odissee della storia del cinema,
comprese quelle del primo cinema muto. Ovvero: tutte le versioni
precedenti hanno mirato a ottenere – nelle intenzioni, gli errori
poi erano innumerevoli – una mimesi della Grecia arcaica, o almeno
una sua imitazione in termini di comunicazione, così com’era
immaginata al tempo del film (un film sul passato è sempre un film
sul presente che sogna il passato). Nel film di Nolan invece
l’involucro narrativo “greco” è un contenitore per un universo
fantastico, un’operazione di riscrittura nel senso pieno della
parola, in cui si mette in scena una moralità. Per questo motivo non
ha molto senso mettere in discussione il casting color-blind – ma non perché,
come pensa chi è di sinistra, sia giusto in sé, bensì perché è
ininfluente in un’opera che sfugge in partenza alle determinazioni
storico-filologiche (in questo senso l’Odissea di Nolan è
comparabile, più che alle versioni precedenti, a certe versioni “non
ufficiali”, di allusione, per esempio trasferimenti sul terreno
della fantascienza). Così si possono perdonare alcune pesantezze
come i famosi “mom” e “dad” (o il remare con la corazza, pure
se è di cuoio). Vale tanto più per l’“armatura” di Agamennone
(la corazza e il bizzarro elmo): quando appare, immobile e nero, alle
porte di Troia, appena aperte dai Greci usciti dal cavallo,
quest’immagine drammatica – preludio alla strage – non ci fa
pensare all’antica Micene ma a Darth Vader. Un’enunciazione di
potente fissità ominosa che verrà replicata nell’apparizione di
Penelope con l’arco in mano che prelude al massacro finale.
Alle
belle interpretazioni si aggiunge l’eccellenza della fotografia di
Hoyte van Hoytema. Del montaggio di Jennifer Lame: al climax più
che bimillenario della vendetta di Odisseo contro i Proci, nel
combattimento di Odisseo, che viene replicato da quello di Telemaco
al piano superiore del palazzo, il montaggio frenetico della doppia
azione è un capolavoro di editing perché – contrariamente a
quanto accade molto spesso – fornisce all’azione una velocità
estrema e spezzettata ma ne salva al contempo la leggibilità. Del
commento musicale di Ludwig Göransson: basta sentire, nella sequenza
citata, l’uso delle percussioni che accompagna in modo ossessivo
l’intera scena.
Il
tempo e la percezione della realtà sono i grandi temi del cinema di
Nolan, strutturato su un quadro narrativo che si definisce a poco a
poco attraverso una serie di frammenti di conoscenza: un procedimento
anti-classico di continua ridefinizione (in questo già l’antico
Memento ben lo simboleggiava: la storia era rispecchiata nel
discorso). È un’ovvietà ricordare che già il poema di Omero è
anacronico; ma nell’Odissea di Nolan il gioco dei tempi è
collegato alla psicologia di Odisseo (Ulisse nella versione
italiana) e al suo doloroso processo per ricordare e per
riconquistare una lucidità franta e perturbata (questo è, appunto,
molto nolaniano).
L’Odisseo
di Nolan è certamente l’ingannatore del mito. “Hai mentito a
tutti”, gli dice l’ombra di Sinone; nel film non fa altro che
mentire, ma non è il solo: da Penelope a Telemaco fino ovviamente ad
Antinoo, è tutto un mondo fondato sull’inganno (anzi, si potrebbe
dire che nel Bildungsroman di Telemaco ciò che lo rende atto a
regnare passa per l’appropriazione dell’arte della menzogna,
insegnatagli dal padre). Odisseo è l’ingannatore; ma sarebbe
difficile riconoscere in lui “quell’uom dal multiforme ingegno”
del poema (traduzione Pindemonte). Non a caso nel film viene espunto
il suo episodio più famoso in tutta l’antichità, il gioco di
astuzia col Ciclope. Odisseo è un uomo smarrito, annebbiato dal loto
con cui Calipso l’ha tenuto avvinto a sé, ma soprattutto percosso
dal senso di colpa.
Prima
di tutto per la morte dei commilitoni. Se già nel poema omerico si
parla del suo desiderio di salvarli, la colpa della perdizione è
data alla loro “follia”. Qui assume i caratteri di una
responsabilità. In una delle grandi pagine del film, dopo la nekyia
(l’evocazione dei morti) Odisseo e i suoi uomini ancora viventi
vengono letteralmente inseguiti fino al mare dai compagni morti e
insepolti, inferociti, che gemono come zombie. Di lì a poco,
nell’episodio di Scilla e Cariddi, Odisseo affronterà il dilemma
di ogni generale: sacrificare una parte dei suoi compagni,
ingannandoli, come necessità per non perderli tutti. Se c’è un
concetto che attraversa il film, è quello di perdita. C’è in
questa serie interminabili di morti una sensazione di dolorosa
assurdità, ben resa nello scontro impari coi giganteschi e robotici
Lestrigoni. Ma a ben vedere, anche l’episodio di Circe – in una
originale reinterpretazione – traduce il contemporaneo horror del
corpo in una sorta di teatro dell’assurdo.
Però
c’è di più di questo. Il personaggio nolaniano più vicino a
Odisseo è, imprevedibilmente, Oppenheimer. La caduta di Troia
comporterà la distruzione (parole di Odisseo) di tutto ciò che c’è
di più sacro fra gli uomini. Proprio come Oppenheimer, Odisseo –
artefice della fine di Troia attraverso l’inganno del cavallo – è
un distruttore di mondi. Questo sarà reso esplicito nel finale. Il
film è attraversato in modo ossessivo dal concetto che “la nostra
civiltà sta crollando” e dall’oscura minaccia in arrivo
rappresentata dai “popoli del mare”. Il finale porta, a sorpresa, la consapevolezza che i “popoli del mare” sono loro stessi: la
civiltà si è autodistrutta, la legge di Zeus è finita. Il cavallo
di Troia sulla riva, che apre il film, come ha già notato qualcuno
ricorda la Statua della Libertà semisepolta alla fine de Il pianeta
delle scimmie; ma non sarà inutile aggiungere che quest’ultimo è
un altro film in cui si rivela, nel sorprendente finale, la sua
natura di apologo sull’autodistruzione di una civiltà.
Mentre
nell’Odissea di Omero è centrale la presenza degli dei, nel film
di Nolan essi non ci sono. C’è il tuono di Zeus, che ci fa
sobbalzare la prima volta durante una scena con Calipso; c’è
l’invocazione di Polifemo accecato a suo padre Poseidone; ci sono
le forze della natura che si scatenano; ma in tutto questo il divino
è interpretazione. L’unica divinità che compare è la dea Atena:
che però potrebbe essere benissimo una proiezione dell’inconscio
di Odisseo. Infatti i loro dialoghi non servono all’ausilio come
in Omero ma vertono sull’incomprensibilità dell’operato degli
dei. Zeus è l’incarnazione di una legge, di cui però il film
mette in scena la fine, a Itaca come già a Troia, con la doppia
decapitazione simultanea di una donna e della statua di Atena (per
inciso, il dialogo riprende l’interpretazione “materialista”
della guerra di Troia: Elena come pretesto).
Naturalmente
non siamo ciechi di fronte al fatto ovvio che il film parla di noi e
della nostra civiltà; esprime l’inquietudine contemporanea
dell’Occidente; è il de te fabula narratur di Nolan. C’è una
tenue speranza nel finale – che riprende in modo originale (la
presenza di Penelope) miti su Odisseo posteriori a Omero – con la
frase di Penelope “La civiltà rinascerà”: implica una visione
ciclica della storia umana. Però la drammatica inquadratura finale è
il cavallo di Troia in fiamme nel rogo della città.
