Matteo Oleotto
Il
dolore del mondo non è limitato al versante drammatico dell’arte.
Anche la commedia può essere una descrizione, appena travestita,
della tragedia umana – e tanto più la black comedy, come Ultimo
schiaffo di Matteo Oleotto.
Nel
paesaggio gelato di Cave del Predil (alto Friuli), zona di miniere
abbandonate, nei giorni di Natale si svolge la commedia tragica, o
tragedia comica, dei fratelli Petra e Jure (Adalgisa Manfrida e
Massimiliano Motta), due spiantati che cercano di destreggiarsi fra
opportunismo e sfortuna, nell’eterna dimensione dell’illusione.
Il cervello è Petra, mentre Jure, mezzo scemo dal cuore d’oro, la
segue come un cagnolino. Che Oleotto sia un eccellente disegnatore di
caratteri già si vedeva dal film d’esordio, il divertentissimo
Zoran, il mio nipote scemo. Sceneggiato dal regista con Pier Paolo
Piciarelli e Salvatore de Mola, Ultimo schiaffo è, come già detto,
una commedia nera, con tratti di inconsueta crudeltà. Il riferimento
ai fratelli Coen viene naturale ed è ammesso dall’autore, che ama
menzionare Fargo (non solo per la neve). Tuttavia i Coen sono
caratterizzati da un pessimismo di fondo – ben pochi innocenti nel
loro cinema! – che in Oleotto si trasforma in un senso di umanità
dolorosa verso i suoi personaggi smarriti e sconfitti.
Quella
di Petra, frustrata per la loro vita misera in mezzo al nulla
(magnifica l’interpretazione di Adalgisa Manfrida), è un ritratto
magistrale e umanissimo di ragazza disperata, aggressiva, incazzosa,
affamata in permanenza, che gira svapando nervosamente col fratello
satellite che protegge e rimprovera, e che ha bisogno di una
provvista di erba da fumare, se no sono guai. Quando i due vanno a
trovare in casa di riposo la vecchia madre in preda totale
dell’Alzheimer, a peggiorare l’umore della figlia lei ogni volta
salta su: “È morta Petra” (lei con incazzata rassegnazione: “Per
una volta non potresti far morire Jure?”).
Come
in un melodramma americano, il grande sogno è di andar via da quel
posto (“E la mamma?”, chiede il buon Jure – “La smontiamo e
la portiamo con noi”, ringhia Petra, sempre sarcastica davanti alla
sua ingenuità). Poi in un momento di depressione per i guai in cui
sono finiti lei è capace di ammettere col fratello: “È sempre
colpa mia”. Un tocco nascosto bello e commovente: per il loro
lavoro di piccole riparazioni Petra ha inventato un testo
pubblicitario, tipo spot, solo che si recita “in diretta” nel
mondo reale – e che nell’incontro all’albergo si conclude con
una incongrua (per lei) strizzata d’occhio con sorriso. Rifare i
social senza social.
In
questo film che per l’incrocio di tensione, divertimento e
anti-buonismo sarebbe piaciuto a Monicelli, c’è dentro un ricordo
della fame atavica della grande commedia italiana – coi due
fratelli che dopo un furto poco redditizio in una casa trovano nella
cucina della stessa polpette e pasticcio e si abbuffano. Poi lo
vediamo distesi felici sul letto nel loro camper. Petra: “Erano
anni che non mangiavo tanto”.
Questa
è la storia di un cane (di nome Marlowe) perduto, e ricercato dai
due fratelli per la ricompensa; di scommesse clandestine su chi
resiste di più in una gara di schiaffi micidiali nel ventre della
miniera; di un orco-spacciatore detto il Boia che sarebbe stato
meglio non fregare; di un estraneo mattoide con manie di
investigatore che trova la madre morta d’infarto e pensa a
un delitto – e di quant’altro serve per comporre un microcosmo
bizzarro ma veridico. Dove si barcamena un prete ottimista (o
buffamente santo?) interpretato da Giuseppe Battiston. Grande la
scena della tetra funzione funebre in chiesa conclusa dal prete con
un orrendo canto liturgico moderno.
Il
paese è un piccolo mondo chiuso, in cui tutti si conoscono fin da
bambini (“Sei uguale a tuo padre” come insulto), e tutto questo
mondo si muove senza saperlo nell’orbita soggettiva dei due
fratelli. È un girare a vuoto, combinare guai, cercare di rimediare,
uno sbattersi che che ha qualcosa del descensus Averno fra le strade
gelide, gli ambienti freddi quando non ostili, il bosco notturno da
paura – culminando in una doppia discesa nel buio quasi onirica
verso una bolgia schiamazzante nell’ex miniera, dove torme di
figure inquietanti scommettono strepitando sulla gara di schiaffi
(non che Petra non sia pronta ad aggregarvisi).
Lo
svolgimento intreccia abilmente il divertimento con lo svolgimento
drammatico, fra naturalismo e neo-noir. Sarebbe inutile e sleale fare
degli spoiler e parlare del modo disastroso in cui le cose
precipitano. Quel che importa è che il film non perde mai slancio –
e che la chiusura sorprende con un momento di (amara) poesia.
La
commedia pura, si sa, contiene una premessa: quella del lieto fine.
Cary Grant non sarà mangiato dal leopardo in Susanna. Per questo
possiamo guardare ai suoi protagonisti con divertito (sadico)
distacco. Ma questa “presunzione di salvezza” non vale più in
una black comedy (altrimenti sarebbe una farsa macabra – Arsenico e
vecchi merletti – che è altra cosa). Inoltre la black comedy
accentua ancora di più la torsione realistica che il cinema moderno
ha dato alla commedia. E allora, all’anima del divertito distacco.
Di fronte ai protagonisti di Ultimo schiaffo ci si stringe il cuore.
