Non
ci si
pensa molto ma nei primi anni del cinema le proiezioni erano spesso
supportate da un narratore (erede dell’epoca della lanterna
magica): poi
lo sostituirono
le didascalie. In Giappone invece
le cose andarono diversamente. Detto
in una parola, il film muto era parlato: infatti
il “katsudo benshi”
(“oratore cinematografico”), o genericamente benshi, era un
narratore che accompagnava e spiegava i film muti, anche recitando le
battute di dialogo. Si creava
così un’interazione originale tra la voce esterna e lo schermo,
che – con la sua particolare libertà – modificava non solo il
processo di visione ma la
stessa struttura drammatica del film. I benshi
ebbero una lunga storia che accompagnò il cinema giapponese per
tutta l’epoca del muto. A tal punto era popolare
e personale il loro
intervento che non solo v’erano diverse scuole ma si era creato un
autentico divismo del
benshi, tanto che il pubblico poteva andare a vedere più
di una volta il film per godere delle differenti
interpretazioni. Negli anni Venti si era creato un sistema
intermediale ante litteram, in cui i benshi più famosi venivano
trasmessi alla radio e si
estendevano all’industria discografica.
Ciò
incise sul tormentato passaggio al sonoro in Giappone, tormentato non
solo per problemi tecnici. Vari
registi giapponesi erano
ostili al sonoro (il grande Ozu Yasujiro realizzerà il suo primo
film sonoro, “Figlio
unico”, solo nel 1936).
Cosa tutt’altro che
sorprendente, vi fu una forte
opposizione dei benshi e degli orchestrali, che
sfociò in un grande sciopero quando passò al sonoro anche la
conservatrice Nikkatsu (mentre
la casa che più spingeva in questa direzione era la
Shochiku).
Fra gli episodi di questa
battaglia, si racconta che alcuni benshi cercassero di commentare
anche i film sonori parlando a voce altissima (questo però
era necessario nel caso dei
film americani, perché il pubblico non capiva la lingua); altri
imponevano di togliere il sonoro e commentavano il film “mutizzato”.
Ma la vittoria del sonoro era inevitabile, tanto più quando, nel
1931, furono introdotti i
sottotitoli per i film stranieri.
L’esperienza
artistica del benshi, sorta di commistione fra cinema e teatro,
rimane esempio di un’arte specifica nazionale che non è andata
perduta. Attualmente in Giappone un’associazione, la Yanai
Initiative, si impegna per mantenere viva l’arte dei benshi, anche
con l’organizzazione di proiezioni in tutto il mondo. A Pordenone,
le Giornate del Cinema Muto già hanno presentato film giapponesi col
commento del benshi in precedenti edizioni, e nel 2026 propongono un
programma articolato di tre classici giapponesi. Questa sera il
pubblico potrà vedere il capolavoro “Kurutta Ippeiji” (“A Page
of Madness”) di Kinugasa Teinosuke, del 1925, con il commento del
benshi Kataoka Ichiro, già allievo di Sawato Midori che in passato è
stata presente alle Giornate. Al pianoforte, Matsumura Makia.
È
un esperimento audace quello di presentare col commento del benshi un
film che il regista Kinugasa aveva girato con esclusione completa
delle didascalie. “Kurutta Ippeiji” è un film di avanguardia, di
sconcertante modernità. Il dramma di un uomo che lavora come
inserviente in un manicomio per stare vicino alla moglie pazza –
tra sensi di colpa e sogni di evasione – è reso con un ritmo
frenetico, basato su una concezione ritmico-musicale del discorso per
immagini. Presente e memoria, oggettivo e soggettivo, fantasia e
realtà, realtà e follia (anche resa da audaci deformazioni
dell’immagine) si incontrano e si scontrano in un’esperienza
visiva e narrativa memorabile. Il film rifiuta coerentemente di porre
una demarcazione fra i vari statuti del racconto, che culmina nella
grandiosa scena in cui tutti i ricoverati indossano delle maschere.
Si rimane affascinati davanti alla ricchezza di mezzi espressivi che
Kinugasa adopera con assoluta sicurezza nel film, dalle immagini
quasi astratte al grande uso della soggettività – e tutto si
unisce in un discorso di impressionante compattezza.
(Messaggero
Veneto)
