David Robert Mitchell
È
un bizzarro misto di disneysmo e crudeltà La fine di Oak Street di
David Robert Mitchell. (Attenzione: qui pongo subito il cartello: Spoiler! Queste righe possono essere lette solo dopo aver visto il film).
Ambientato nel 1982 – val la pena di
ricordare il ruolo di produttore di J.J. Abrams (Super 8) – pone
l’elemento nostalgico solo per distruggerlo. È puro Disney parodistico
l’inizio con il classico display di normalità prima della
catastrofe, super-mieloso, con la festa con tutti sorridenti e la
famigliola che fa la corsa nei sacchi; ma il quadro familiare e
generale mostra subito le sue crepe. Denise (Anne Hathaway), più
intelligente del marito giuggiolone Greg (Ewan McGregor), è in
rottura con lui – il quale, sentiremo poi, le ha anche tenuto
nascosto di avere perso il lavoro e vive consegnando pizze a
domicilio – ed è un’aspirante scrittrice che si ispira ai propri
guai familiari. La figlia maggiore Audrey si sta estraniando; quanto
al minore, Brian, l’immagine “iconica” del ragazzino in
bicicletta (da E.T. a Stranger Things) è avvelenata da una nota
maligna quando il dialogo ci rivela la sua stupidità. Possiamo
aggiungere un vicino insopportabile che minaccia di far male al loro cane.
E
poi il quartiere viene misteriosamente trasportato al tempo della
preistoria (non c’è spiegazione per questo se non una fumosa
ipotesi di Audrey, lettrice di Carl Sagan, sui wormholes). Il
concetto è di uno “scambio” temporale tra due epoche di una
stessa porzione del mondo – lo stesso che ha ispirato la bella
trilogia di S.M. Stirling sull’isola di Nantucket che si ritrova
nell’Età del Ferro; qui però il salto è di 200 milioni di anni,
con un’invasione di creature feroci che attaccano gli abitanti. Di
qui, un film di lotta – o più che altro fuga – per la
sopravvivenza, con le bestiacce che saltano fuori a sorpresa; il
film ricorda molto un racconto di Stephen King, The Mist (dal quale
fu tratto il film omonimo di Frank Darabont), dove una nebbia
impenetrabile circonda un supermercato, e vi si nascondono paurose
creature di un’altra dimensione. Qui imperversano i dinosauri (uso
il termine in modo generico), che non sono quelli “squamosi” di
Jurassic Park ma sono adeguati alle teorie recenti, coperti di piume
lanuginose.
Distruzione
fin dal titolo della vecchia way of life americana dipinta attraverso
l’ottimismo degli anni ‘80, La fine di Oak Street è un
piacevolissimo film scappa-scappa, tutto fughe e attacchi, ben
realizzati e invero spettacolari. Nota che nella parte iniziale del
disastro, quando appare il primo dinosauro piumato (della stazza di
un velociraptor) che attacca Greg e lo insegue, a un certo punto una
persona esce da una casa vicina e il dinosauro in corsa le salta
addosso e le mangia la testa. Questo momento è alquanto sconvolgente:
evidentemente non perché il pericolo non si fosse già palesato, ma
perché questa prima morte quasi casuale e brutale ci sembra un
improvviso cambio di paradigma: dal pericolo stile Tesoro, mi si sono
ristretti i ragazzi al pericolo stile Jurassic Park. Di qui in poi è
tutto sempre più nero – da menzionare un’inquadratura horror
come quella della strada cosparsa di cadaveri, con uccellacci
preistorici (parenti degli pterodattili) appollaiati che li
assaggiano.
La
logica è a volte piuttosto traballante, e nel film si
nasconde qualche tratto di ingenuità. La capacità dei dinosauri di
avvicinarsi di soppiatto viene sfruttata più del lecito: penso a una
scena in cui i protagonisti sono occupati a guardare, preoccupati,
avanti, e dal fondo scena compare e si avvicina quatto quatto un
dinosaurone enorme senza che loro se ne accorgano. Lo stesso vale, in
maniera diversa, per il serpentone che entra in casa: il quale sarà
anche bravo a strisciare silenziosamente, ma qui si esagera. Comunque
tutto questo si può rubricare sotto il segno della spettacolarità,
e quindi va bene. È quel tipo di esagerazione che nelle platee
maleducate americane induce gli spettatori a gridare avvertimenti.
Un
aspetto interessante, con un addentellato vagamente satirico, mostra
l’atomizzazione della società americana. In qualsiasi film
catastrofico del passato, dopo il primo momento di panico gli abitanti
avrebbero cercato prima di comunicare fra loro e poi di coalizzarsi
per far fronte contro i mostri. (Con tutti i problemi del caso,
naturalmente, e George A. Romero ce l’ha ben mostrato). Qui ogni
unità, persona o famiglia che sia, è da sola – non solo nel segno
della triste necessità (mentre i protagonisti camminano a un certo
punto si vedono sul fondo tre persone che scappano inseguita da un
dinosauro) ma in generale. Parafrasando Werner Herzog: ognuno per sé e i dinosauri
contro tutti.
È
un indubbio momento di shock sul piano narrativo quando Greg prima
perde la gamba e subito dopo la vita sotto i denti di un dinosauro:
perché contraddice alle leggi non scritte del cinema, dove l’eroe
(o anche il marito tonto dell’eroina) non muore, in quanto la
catastrofe serve provvidenzialmente a rimetterli insieme (caso
limite, 2012 di Roland Emmerich: la fine del mondo per ricucire un
divorzio). Ma questo elemento di “shock narrativo” viene
abilmente recuperato nel finale a sorpresa.
Infatti,
sfuggendo a uccellacci particolarmente ripugnanti, i personaggi
riescono a saltare dentro una “bolla” (wormhole?) che li riporta
nel nostro tempo – 20 minuti prima che succeda la catastrofe. Se
chiamiamo Ora X il momento in cui il fenomeno ha trasferito Oak
Street nella preistoria, quello in cui Denise e i ragazzi ricompaiono
è Ora X meno 20’. In questo lasso di tempo, con un trucco
(telefona da una cabina per ordinargli una pizza) Denise fa venire là
dove sono il marito Greg – e riesce anche a telefonare ai suoi
conoscenti, che abbiamo visto morire nel film, di lasciare la zona
condannata.
Ma
c’è un intoppo. Come abbiamo visto, all’Ora X era in casa tutta
la famiglia. Se Denise 1 e i figli 1 recuperano con gioia e abbracci
Greg 2, come un pezzo di ricambio, che cosa succede, all’Ora X,
alla famiglia 2? (Il film accenna a queste altre “versioni”). È
lecito concludere che all’Ora X Denise 2 e i figli 2 si siano
ritrovati nella preistoria senza il marito e padre (non che
servirebbe a molto, peraltro).
Forse
vi si sono adattati, come dei Robinson preistorici (difficile, visto
il tono spietato del film). O forse sono destinati a trovare anche
loro la “bolla” e ripiombare nel nostro tempo (nel qual caso si
crea un interessante caso di bigamia, e si passa dai dinosauri ai
tribunali). L’ipotesi più probabile è che siano periti. Quel ch’è
certo è che, per ricostruire la famiglia 1, Denise 1 ha rubato Greg
2 alla famiglia 2 (ossia a se stessa 2 – mors mea, vita mea). Alla
larga dai paradossi temporali!
E
se è così, l’autore del cupo It Follows si è divertito a
chiudere con una nota nascosta di agghiacciante crudeltà il film.
