Fujiko, Kimura Taichi
Resilienza
è una brutta, abusata parola di moda, ma è la migliore per
descrivere la protagonista eponima del film Fujiko di Kimura Taichi,
che ha vinto il Gelso d’oro al FEFF 2026. Nel 1982, uno stanco
cuoco d’albergo in pausa (Lily Franky) è approcciato dalla
protagonista, che vende assicurazioni. Lui (non è capitato anche a
noi qualche volta?) non vuol essere maleducato ma desidera solo
vederla andare via. Invece ad andare via è la luce, a causa del
temporale. Così la conversazione diventa obbligata; e Fujiko
racconta la sua dura vita di madre single, dopo il divorzio da un
marito smidollato, che vediamo in flashback.
A
livello di mera sinossi non c’è niente di nuovo in questa serie di
avvenimenti scoraggianti; è una storia a tappe già
largamente frequentata dal cinema; ma quello che dà valore il film è
la nuova freschezza del racconto. Pressoché ogni capitolo ha
un’originalità di approccio e sviluppo, ricca di sense of humour,
che gli dà una torsione imprevista. Emerge nel racconto un
piacevolissimo sguardo vivace; che va dal litigio fra la madre di
Fujiko e quella del marito, a base di getti di tazze di tè in faccia
e insulti (“whore”, “psycho bitch”), al posto malfamato –
una bisca clandestina – dove la bella ragazza trova lavoro, e ci
aspettiamo che questi loschi frequentatori come minimo la molestino,
e invece diventa la loro beniamina, con laute mance, grazie alla sua
cucina.
C’è
nella figura di Fujiko, decisa a tenere con sé la figlia bambina, in
lotta contro la chiusura della burocrazia giapponese di allora, un
concetto di forza indomabile: che trova il suo simbolo, enunciato in
un dialogo, nei gamberi, capaci di rinnovare il carapace duro. Ma
anche l’eredità morale del padre rockettaro c’entra qualcosa.
Mentre in questo genere di film lo scopo della narrazione è la
conquista di un ubi consistam sociale, qui i momenti in cui la protagonista
sembra trovarlo sono costantemente gettati in aria dalla sua
irriducibile indipendenza; la conclusione in cui rinuncia al
tradizionale happy ending in favore di un finale aperto è
sorprendente.
Tutto
questo è concretizzato in una serie di belle interpretazioni, anche
nei ruoli minori; ma in primo luogo dalla bravissima Katayama Yuki,
nel suo ruolo più importante finora. E uno dei momenti più
emozionanti del festival è stato quando, al termine della proiezione
di Fuijiko, lei non riusciva a smettere di piangere di fronte al
lunghissimo applauso.
The
Sickness Unto Love, Hiroki Ryuichi
Le
storie di bambini o adolescenti assassini sono un caposaldo del
thriller; ma è raro che lo svolgimento le porti al di fuori dei
confini del genere (un primo esempio è l’interessante ma goffo Il
giglio nero di Mervyn Leroy). Invece il grande regista giapponese
Hiroki Ryuichi, una presenza fissa al FEFF, con The Sickness Unto
Love ne fa un film straziante, in cui l’amore fra due giovanissimi
rimane al centro nonostante tutto. A mio parere il miglior film del
festival accanto a Kokuho di Lee Sang-il che però era fuori
concorso.
Nozomu
(Nagao Kento), nuovo arrivato nella scuola, è uno strano misto di
ostinazione e debolezza, che ha più di un tratto del nimaime. Kei
(Anna Yamada, strepitosa) è la ragazza più popolare della classe, e
lo prende subito sotto la sua ala protettrice, con una bugia a fin di
bene. Nasce un rapporto di amore sottaciuto, che Hiroki descrive con
autentica profondità – e pietas, visto che cresce sempre più il
sospetto che Kei sia (come dice la poliziotta interpretata da Maeda
Atsuko) un mostro manipolatore. Questo concerne dapprima la morte
sospetta di un odioso bullo della scuola (ove la complessità morale
viene aumentata dal fatto che è un omicidio giustificato: il mio
cuore ha fatto un balzo di gioia quando lo ho visto sull’asfalto
con la testa spaccata come un melone); ma soprattutto finisce per
riguardare un misterioso sito online che spinge i giovanissimi al
suicidio convincendoli che rinasceranno migliori in un mondo
migliore.
Forse
esiste ancora un’ambiguità? Forse è wishful thinking, forse lo
vorremmo, come Nozomu che si ostina a non credere a quello che vede.
Ma comunque lo si interpreti, il film mette in luce con chiarezza
fulminante una verità che è già apparsa qualche rara volta nel
cinema: si può essere allo stesso tempo assassini manipolatori e
innocenti. The Sickness Unto Love così diventa, al di là
dell’aspetto del legame amoroso, una riflessione sul bene e il
male, sulla giustificazione morale e sui suoi limiti, e sul senso di
onnipotenza.
Nonché
sul piccolo fatto che l’eclissi della religione tradizionale non
rende i giovanissimi più “laici”, come sperano gli ottimisti, ma
semplicemente li mette in balia tramite i social di culti
neo-religiosi distruttivi e autodistruttivi.
Detto
in margine: il film trasmette una visione del Giappone tutta diversa
da quella arcadica cui siamo abituati a pensare. Non tanto per le
cose che già sappiamo (il bullismo è feroce, i suicidi sono
diffusi, e gli insegnanti sono del tutto assenti dalla vita interna
della classe, salvo fare un elogio funebre a chi muore). Ma che i
parchi pubblici siano pieni di spazzatura non ce lo immaginavamo!
Tokyo
Taxi, Yamada Yoji
Il
grande Yamada Yoji, che tutti conoscono come regista
dell’interminabile saga cinematografica (48 episodi, sul grande
schermo) di Tora-san, ha realizzato il suo novantunesimo film a 94
anni nel 2025: è il bellissimo Tokyo Taxi, dove ritorna la sua
attrice feticcio, Baisho Chieko. L’umanità di Yamada – che per
esempio trovava illustrazione nello splendido Where Spring Comes Late
(1970), con Baisho, visto in uno degli ultimi FEFF, ma che emerge in
tutta la sua opera – risulta chiara anche in Tokyo Taxi. Koji
(Kimura Takuya) è un tassista indipendente con problemi economici;
nota che l’ipotesi, di cui discute con la moglie, di vendere la
casa della nonna introduce nascostamente quell’elemento della
memoria, e dell’importanza di preservarla, che è l’asse portante
del film.
La
prospettiva di un compenso importante lo porta ad accettare
malvolentieri il lavoro di portare una ricca anziana signora da
Tokyio a Yokohama, alla casa di riposo dove vuole ritirarsi, facendo
però prima un “giro della memoria” nei luoghi di Tokyo dove ha
vissuto. Entra in scena, tutta elegante, Baisho Chieko; e
naturalmente il viaggio è contestualmente la storia di lei e la
storia del Giappone del dopoguerra, centrata sull’elemento
femminile. Indimenticabile la sua vendetta contro un marito abusivo!,
anche se le costa nove anni di prigione (“60 anni fa il nostro
Paese era così”, commenta).
È
una delizia il gioco psicologico e discorsivo fra la “vecchia
signora indegna”, per citare un antico film francese, e l’onesto
lavoratore: ove lei – dal carattere ancora bollente sotto la scorza
della vecchiaia – cerca di scuotere la sua timidezza, tutta
giapponese, nell’esprimere i sentimenti. In questo senso il film è
un delicato, anomalo racconto di formazione fra adulti. Naturalmente
Baisho Chieko è meravigliosa, e Yamada si permette con lei anche un
piccolo scherzo metacinematografico: dopo che lei ha tolto dai guai
Koji per un’infrazione dicendo tutta sottomessa ai due poliziotti
che stavano correndo in ospedale perché ha problemi di cuore e che
Koji è suo nipote, tutta soddisfatta lei commenta “Forse avrei
dovuto fare l’attrice” – il che detto da Baisho Chieko non è
male!
Tokyo
Taxi è un film talmente pieno di umanità e di saggezza che vien da
considerare, con un’unilateralità nata dall’entusiasmo: ah!
questo è il cinema come dovrebbe essere.
Suzuki=Bakudan, Nagai Akira
Due
classici americani vengono richiamati alla mente (in piccolo) vedendo
Suzuki=Bakudan di Nagai Akira: il primo è naturalmente I soliti
sospetti di Bryan Singer – perché fondamentalmente Suzuki=Bakudan è un interminabile interrogatorio, nella stazione di
polizia, di un arrestato le cui dichiarazioni sono un capolavoro di
ambiguità, con un interminabile interrogatorio fatto di bugie, false
verità, ritirate dialettiche e nuove sfide. Il secondo è Seven di
David Fincher, come esempio di thriller filosofico.
In
nuce il concetto è: mentre a Tokyo scoppia una serie di bombe
dilatata nel tempo, un barbone arrestato per teppismo, Suzuki, si
vanta coi poliziotti di possedere un sesto senso che lo avverte in
modo confuso di quello che sta per accadere. È una posizione comoda,
e infatti non ci cascano, ma estrarre qualcosa da Suzuki, maestro
dialettico e psicologo nato (che lancia degli avvertimenti in modo
enigmistico) è un’impresa drammatica. Quella di Suzuki è una
parte per un attore estremo, e Sato Jiro ci entra a pennello. Suzuki
è una figura demoniaca: nella sua compenetrazione di diversi piani
espressivi, la sua filosofia nichilista – espressa con un’educata
mansuetudine agghiacciante – esprime la paurosa realtà della
mente terrorista – qualcosa che Dostoevskij, senza essere compreso
o creduto, aveva perfettamente intuito. La costruzione psicologica di
questa figura è veramente il vertice narrativo del film.
Suzuki=Bakudan
ha anche altre frecce al suo arco, al di fuori dell’ambiente
claustrofobico della cella. Per esempio il racconto della moglie di
Hasebe (un poliziotto protagonista di uno scandalo, morto suicida, la
cui vicenda si lega al mistero) è un momento di autentico dolore
della vita dipinto sullo schermo – da correlare con la filosofia di
Suzuki. Tuttavia, nel film il racconto si incarta in una serie di
complicazioni eccessive (ciò che accade sovente ai thriller
giapponesi e coreani), che nella seconda parte lo spostano in larga
parte sul piano del thriller elementare (ciò che Seven riusciva
brillantemente a evitare); e questo accumulo di complicazioni finisce
per offuscare alquanto la tristezza mélo del tema della vendetta
nella conclusione.
