Andrej Zvjagincev
Il
Minotauro della mitologia era un mostro cannibale mezzo umano e mezzo
animale (“Semibovemque virum, semivirumque bovem”, dice
Ovidio) al quale venivano sacrificati dei giovani.
Il
bellissimo Minotaur
– Nel labirinto del potere
di Andrej Petrovič
Zvjagincev
parla di un omicidio. Non
è uno spoiler – ma
approfitto per avvertire che questa
recensione ne contiene molti
– perché
il film è
il remake di un famoso film
francese, Stéphane, una moglie infedele
di Claude Chabrol. Ma questo
dramma potente e raggelato è
un film profondamente
russo (anche
se per necessità girato a
Riga in Lettonia, che “sta
per” una città russa
di provincia).
Ossessivamente
attraversato
in mille forme dalla
presenza della
guerra di Putin, che
ha finito di trasformare la Russia in uno stato autoritario di stampo
fascista, Minotaur
incrocia due crisi contemporanee nella vita di Gleb
(Dmitrij
Mazurov),
ricco dirigente
industriale. La prima è lavorativa:
i suoi lavoratori scompaiono via via, o
perché arruolati o perché fuggiti in Georgia o Kazakistan per
sottrarsi all’arruolamento, e
adesso
il regime pretende
che lui selezioni
altri 14 uomini da mandare
sotto le armi (altrimenti
arrivano i militari e arruolano
chi capita).
La seconda è personale: questo
pater familias
dell’alta borghesia russa,
sempre impegnato nel lavoro,
con una moglie estraniata
(“Sono stanca di essere la
tua ombra”) e un figlio
amichevole ma sempre
con le cuffie in testa,
scopre che la moglie Galina
(Iris
Lebedeva)
ha un amante, un
giovane fotografo.
Gleb
va a trovarlo in una sorta di smarrimento – ma in un momento di
rabbia improvvisa lo uccide (l’elemento
ferino che salta fuori). Se
Hitchcock ci ha insegnato quanto tempo ci voglia
per uccidere qualcuno
(Il sipario strappato),
Zvjagincev
lo riprende e lo supera nella
lunghissima, penosa
sequenza
della rimozione del corpo della
vittima – che ci mette un po’ a spirare
– e della pulizia delle
tracce di sangue. Un’opera
di ripulitura di cui fa parte il tradimento di un sottoposto che sa
troppo e che Gleb fa arruolare (più tardi lo vedremo
in foto su un
grande manifesto in onore dei caduti). A
un certo punto l’auto con cui Gleb porta via il corpo avvolto in
una coperta incrocia un treno di carri armati – qui i due grandi
temi narrativi del film
(il
crimine privato e quello pubblico) si toccano.
C’è
un delitto ma non un castigo: Minotaur
non
è un film dostoevskiano, anzi è un anti-Dostoevskij: nel senso che
la coscienza in questo mondo non esiste. È
una Russia spaventosa non tanto perché è corrotta (se la
polizia fa domande scomode, ci si rivolge “in alto” e non le farà
più; il che naturalmente non viene gratis) ma perché la corruzione
ha inghiottito il piano morale. I personaggi vivono, per così dire,
una “vita laterale”: uno può portare avanti l’esistenza, con i
sentimenti e qualche personale verità privata, a patto di sapere che
si può farlo solo dando per scontato il sistema. I deboli vengono
ingoiati. Simbolo
del film potrebbe essere
l’acqua nera del canale, che inghiotte tutto, cadaveri e colpe.
La
fotografia di Michail Kričman traduce il racconto in forme di
desolata bellezza, tanto
negli interni – di una
precisione e una giustezza
magistrale nella disposizione delle figure e
nel grande uso degli specchi
– quanto negli esterni,
freddi, quotidiani
e malinconici. La sua
immagine di una sterminata discarica sotto il cielo biancastro pieno
di uccelli che stridono è destinata a imprimersi nella memoria con
la stessa perentorietà
di Bergman o di Tarkovskij.
La
figura più umana è la moglie, e il film tocca una punta di
intensità umana nel descrivere la sua muta disperazione (grande
Iris Lebedeva!) quando l’amante improvvisamente scompare: le sue
peregrinazioni incerte e straziate attorno alla casa e nel quartiere;
e le menzogne alla polizia allorché questa si fa viva. Ma poi (come
nel film francese) quando scopre casualmente la prova della
colpevolezza del marito – le fotografie nella sua giacca – si
rappacifica con lui. Come dopo un sacrificio umano. C’è un
Minotauro in ciascuno di noi? Ma il vero grande Minotauro è la
Russia: un paese fondato su una menzogna condivisa, che per esistere
deve regolarmente sacrificare i suoi cittadini.
Il
figlio Serëža (diminutivo di Sergej) è una figura centrale –
proprio perché non sembra centrale. Resta sullo sfondo: Serëža
guarda: osserva muto questa vicenda – e poi sull’aereo
dove si conclude la vicenda realizza e mostra ai genitori un
enigmatico filmato di nuvole riprese dall’alto. Che ne sarà di
Serëža? Qual è il suo futuro? Contiene una speranza? Ovvero, avrà
un futuro la sua anima in mezzo a queste anime morte di cui è
rappresentante suo padre? A me questo ragazzo appartato sembra
rappresentare icasticamente la celebre e inquietante didascalia
conclusiva del Boris
Godunov di Puškin:
“Il popolo tace”.
