Dopamine,
Teddy Soeria Atmadja
In
un’edizione in cui scarseggiava un po’ il cinema popolare duro e
puro (purtroppo ho
perso l’hongkonghese Road to Vendetta), è stato il benvenuto un
thriller
modesto
ma piacevole come Dopamine di Teddy Soeria Atmadja (Indonesia). Malik
è disoccupato, indebitato coi loan sharks, sua moglie Alya aspetta
un bambino. Sta
cercando senza successo di cambiare una ruota forata sotto un diluvio
di pioggia quando un buon samaritano si ferma e gli offre un
paesaggio in auto verso casa. Grato, Malik lo invita a cena (grande
la battuta “Mia moglie prepara degli ottimi noodles istantanei”)
e poi gli offre ospitalità per la notte. Ma
il
giorno dopo lo trovano morto di overdose, e vicino a
lui una
valigia strapiena di soldi. Prima
che facciate in tempo a dire “Non è un paese per vecchi”,
decidono di fare sparire il cadavere e le tracce e tenersi il
malloppo.
Felice
di quell’attimo di respiro dopo aver tacitato gli usurai, Malik
comincia a spendere e spandere (anche un televisore di lusso!). Non è
l’uomo più intelligente dell’Indonesia; il cervello in famiglia
ce l’ha sua moglie, ma lui fa di testa sua; tuttavia, impossibile
non provare simpatia per questa coppia di poveracci improvvisamente
baciati dalla fortuna.
Un
bacio relativo – perché poi come è ovvio cominciano i guai, con
l’apparizione di un inquietante figuro in cerca del morto e dei
soldi (con una preferenza per questi ultimi), nonché con la polizia
che annusa qualcosa di losco. Il film diventa violento, ma un lieto
fine, laborioso quanto si vuole, ci fa uscire di buon umore dalla
sala.
Accanto
alla
brava
Shenina Cinnamon nel ruolo della
maltrattatissima Alya,
vanno segnalati due eccellenti attori in ruoli secondari, che tengono
su il film. Teuku Rifnu Wikana è il gangster, e fa davvero paura
nella sua caratterizzazione: non uno psicopatico feroce come Javier
Bardem in Non
è un paese per vecchi ma
un calmo professionista spietato: un
uomo impassibile che provoca dolore e paura non per gusto ma per
mestiere (il suo modo di
colpire all’improvviso fa sobbalzare sulla
poltrona). Mi spiace di
ignorare il nome del secondo, l’attore caratterista che disegna con faccia memorabile una figura
di poliziotto scettico, che
ha visto tutto il male del mondo come Maigret.
Ghost in the Cell, Joko Anwar
Il
delirante horror indonesiano Ghost in the Cell (scritto, diretto e
montato, oltre che co-prodotto, da Joko Anwar) è allo stesso tempo
una storia di orrore soprannaturale (uno spirito vendicativo
imperversa in una prigione indonesiana uccidendo orribilmente le sue
vittime, alle quali appare come copia mostruosa di loro stessi) e un
film sociale a molti strati: vediamo la realtà della vita in
prigione, con una discreta descrizione psicologica dei carcerati, e
di un capoguardia sadico (Bront Palarae), ma vediamo anche la
corruzione diffusa nella società indonesiana dentro e fuori il
carcere – e sentiamo ripetere la frase “Questa è l’Indonesia,
credi che siamo in Norvegia?” come condanna definitiva di un intero
paese.
Ma
c’è un secondo doppio livello, sconcertante, sul piano stilistico.
Il film si svolge normalmente su un binario drammatico, in tutti gli
aspetti sopra elencati – solo che improvvisamente talvolta passa a
un aspetto di commedia. Infatti, il ghost uccide chi è infuriato, il
che si vede dal cambiamento di colore dell’aura, e la preghiera o
il ballo fanno migliorare l’aura, allontanando lo spirito
assassino. Così, durante le risse, tutt’a un tratto questi
criminaloni tatuati si mettono a fare twerking insieme (e del resto,
lo stesso spettacolo di questi durissimi carcerati che imparano a
ballare con un maestro gay contiene una forte carica di ironia
visuale). Questi salti di tonalità non sono proprio un esempio di
cinema classico; ma bisogna dire che funzionano.
L’aspetto
centrale del film è però la sua crudeltà visuale estetizzante. È
normale nell’horror vedere un corpo tormentato, o strappato in due
come strapperemmo un figlio di carta, ma qui il ghost dispone i
cadaveri delle sue vittime creando ora vere installazioni artistiche
,ora incredibili connubi di carne e macchina: il cadavere di un
carcerato diventa una doccia, col soffione che esce dalla bocca, il
cadavere di un cuoco diventa un fornello. In
questo è da riconoscere un’influenza in particolare: quella dei
film (Hellraiser) di Clive Barker.
Mother
Bhumi, Chong Keat Aun
La
grande diva cinese Fan Bingbing, che tutti abbiamo più volte adorato
sul grande schermo del FEFF (menziono solo I Am Not Madame Bovary
nel 2017), ha ricevuto il Gelso d’Oro alla Carriera – e vorrei
ricordare il suo bellissimo discorso di accettazione – prima della
proiezione del suo film Mother Bhumi. Questo film malaysiano
(coproduzione con Hong Kong, Italia e Arabia Saudita) diretto da
Chong Keat Aun presenta una Fan Bingbing completamente inedita, nel
ruolo di una contadina di origine cinese che nella Malaysia moderna
aiuta i suoi concittadini: di giorno nel difficile rapporto con
l’oppressione della burocrazia, di notte usando le sue doti
sciamaniche in contatto col mondo degli spiriti. Coltivatrice vedova,
da un lato è una donna “moderna”, guida l’auto, aiuta la
popolazione cinese a resistere alle prepotenze del governo malaysiano
che vuole portar loro via la terra e le case (è successo anche alla
sua famiglia); dall’altro, pratica riti ed esorcismi contro la
magia nera (che ha ucciso suo marito) in favore della popolazione
cinese ma anche dei musulmani se lo richiedono. Ciò ha un costo sul piano dei rapporti con la figlia maggiore.
Il
film parla di un conflitto etnico che conosciamo ben poco. I
colonialisti inglesi avevano costretto i nativi malesi a cedere la
terra, tramite loro, ai cinesi venuti dal Siam. Un secolo dopo,
raggiunta l’indipendenza, il governo malaysiano tormenta i
discendenti di quei cinesi perché vuole che la terra sia restituita
ai nativi (nota che nel film si parla di un proprietario terriero,
non di poveri contadini). Come periodo, siamo all’epoca in cui
nella vicina Indonesia cadeva Suharto. Il film espone di scorcio le
convulsioni politiche malaysiane, con un nativo “moderato”, amico
di famiglia di Im, che viene destituito e poi viene arrestato durante
un viaggio politico a Kuala Lumpur.
Il
secondo elemento di Mother Bhumi è quello magico (vediamo anche
l’esame attraverso l’uovo, già visto in altri film) e ha come
sempre un interesse antropologico; ma anche su questo piano il film
non fa sconti allo spettatore occidentale. Per esempio, in una scena
viene demolita la casa di una donna cinese costretta ad andarsene:
assistono in silenzio, inquadrati di schiena, in un bel campo lungo,
numerosi cinesi, fra cui un monaco e un suonatore di strumento ad
arco; forse non si capisce immediatamente che sono fantasmi. Perché
nel film i fantasmi si mescolano ai vivi (c’è una splendida scena
iniziale, quella della donna investita da un auto, che lo mostra). In
contrapposizione alla mania americana dello spiegare tutto a chiare
lettere, qui è lo spettatore che deve rendersi conto entro un
discorso allusivo e poetico.
Tutto
questo rende il film a volte criptico (converrebbe vederlo due volte,
come ha fatto chi scrive), ma gli dà un fascino particolare, che lo
imprime fortemente nella memoria. Anche sul piano visuale Mother
Bhumi si raccomanda per la bellezza della fotografia (di Leung Ming
Kai). La lentezza del racconto è una scelta stilistica voluta che
aggiunge qualcosa a questo suo svolgersi ipnotico, impegnativo ma
fascinoso.
The
Fox King, Woo Ming Jin
C’è
un bellissimo romanzo francese del 1913, Le Grand Meaulnes, di
Alain-Fournier (che morirà in guerra l’anno dopo), sul passaggio
dall’adolescenza all’età adulta, in cui l’impostazione
realistica si “trascolora” in una temperie magica e sognante.
Me
lo ha ricordato lo stupefacente The Fox King (Malaysia) di Woo Ming Jin. Due fratelli
gemelli adolescenti, orfani di madre, di cui uno non sa parlare, o
meglio parla sbottando con nomi di animali (solo il gemello lo
comprende); per questo è perseguitato dai bulli, assieme al fratello
che lo difende. Un padre canagliesco che li ha abbandonati, salvo
farsi vivo quando gli servono (come la raccolta illegale dei durian).
E poi, sulla riva deserta del mare, i due incontrano una bella donna,
Lara, tornata dall’estero, ex campionessa di nuoto sincronizzato
nella sua altra vita (memorabile l’immagine delle sue gambe nude
che emergono verticalmente dall’acqua), che si rivela essere la
loro (severa) insegnante di inglese a scuola. Il loro diverso
rapporto con la bella insegnante crea tra loro una confusa frattura.
Sarebbe
inutile riferire una trama ben più complessa di quanto sembri a
prima vista. Tutto è realistico, eppure tutto è bizzarro, in questo
film che descrive il grumo di sentimenti inespressi, l’incertezza
assistenziale, l’assertività e la paura, la confusione di fondo
dell’età adolescenziale dei due. e insieme offre, come di scorcio
attraverso il loro sguardo soggettivo, la storia di Lara – che
assume anche i tratti dell’allegoria di un Paese a metà strada fra
il passato e il futuro. The Fox King è un film che all’inizio
sembra destinato a un piccolo realismo descrittivo (peraltro i tratti
di bizzarria arrivano subito, con l’incontro dei due ragazzi con la
nuova matrigna) e invece si sviluppa su un livello di originalità
stupefacente. “Realismo magico” potrebbe essere l’espressione
migliore.
