Paolo Strippoli
Sembra
che vada tutto bene per Anna (Jasmine Trinca), con marito e due
figli, in una famiglia di Bari che ha raggiunto la prosperità. Ma
quando la disgrazia tocca la figlia bambina Alice, azzannata da un
cane, il mondo diventa improvvisamente nero. Nella cappella
dell’ospedale (nota la caratterizzazione inquietante già in
partenza: in questa storia Dio non c’è), Anna viene approcciata da
una donna misteriosa (Valeria Bruni Tedeschi) che le offre un patto:
Alice non perderà la gamba – ma ci vuole qualcosa in cambio.
Questo
lo vediamo nel primo di una serie di flashback narrati da Anna in una
visita isterica e sconvolta ad Alice adulta, figlia ormai estraniata,
che vive a Roma. Il racconto copre decenni, ove la spirale della
disgrazia diventa sempre più disastrosa. L’horror ha la
caratteristica di mettere al centro, in modo più o meno esplicito (e
qui esplicito al massimo) il dolore umano: come accade al figlio
Tobia, che ingrassa mostruosamente per una disfunzione ghiandolare.
Scandito
in quattro capitoli, L’estranea di Paolo Strippoli gioca fra
l’oggettività del “racconto primo” e l’ambiguità dei
flashback narrati da Anna: si struttura sul dubbio che Anna sia il
classico narratore inaffidabile. Vi sono in questa vicenda due
possibili spiegazioni: la prima è quella “razionale” di una
psicosi nata e alimentata dalla frustrazione per delle disgrazie
rispetto alle quali Anna non ha colpa né controllo, il che ha fatto
deragliare la sua ragione; la seconda è quella, appartenente
all’ordine del fantastico, di un autentico patto demoniaco, che
diventa una caduta a capofitto in sviluppi sempre più negativi, come
tutti quelli del suo genere (mai fidarsi del diavolo!). Di
conseguenza il potente finale, in cui Anna aggredisce Alice, può
essere lo sviluppo definitivo della sua pazzia oppure il tentativo
disperato – e fallimentare, non è difficile intuirlo – di
“rovesciare” il patto.
La
sceneggiatura di Paolo Strippoli e Salvatore De Chirico ha una logica
spietata nel susseguirsi degli avvenimenti riuscendo a mantenersi
sempre su entrambi i piani, il “razionale” e il fantastico. Anche
i fenomeni che accadono durante l’inondazione, dalle luci che
saltano ai liquami che eruttano, seppur forse troppo spettacolari,
rientrano dal punto di vista logico entro questa ambiguità.
Molto
buoni la fotografia di Cristiano Di Nicola e il montaggio di Federico
Palmerini, ed eccellenti Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi. Fin
dalla sua apparizione nella cappella dell’ospedale accendendosi una
sigaretta, Bruni Tedeschi è eccezionale. Senza mai dichiarare la
propria natura demoniaca (il punto in cui ci va più vicino è una
battuta casuale: “Non pregarmi – questa non è moneta mia”),
crea una meravigliosa figura di insinuante creatura maligna
ironicamente amichevole, dove è geniale l’invenzione di darle una
caratterizzazione quotidiana-piccoloborghese con tocchi degni di
Franca Valeri (come quando finge di protestare annoiata).
L’estranea
di Paolo Strippoli ha luci e ombre, pro e contro. Anche se le luci
prevalgono sulle ombre – L’estranea è decisamente un buon film –
è inevitabile notare i punti deboli, senza i quali il film sarebbe
stato migliore. In primis, la definizione poco immaginosa dei
personaggi: la solita famiglia volgare e danarosa alla quale è
abbonato il cinema italiano. Va bene descriverli come cafoni
arricchiti, ma un po’ di fantasia! Quel padre rumorosamente stronzo
non esce dalla banalità del déja-vu. Non è solo un difetto
generico: incide direttamente sullo svolgimento narrativo, perché
distrae lo sguardo dalla figura della madre. Infatti quello che sta
al cuore del film è (parole della figlia Alice una volta cresciuta)
la sua mania del controllo. Facciamo un esercizio mentale:
immaginiamo che Anna venisse definita con più forza fin dall’inizio
come una madre-drago all’orientale (ce n’è un barlume quando
licenzia la cameriera colpevole di aver sbagliato vassoio) e il padre
fosse invece un mollaccione. Vedete come questo svolgimento ipotetico
appaia più lineare?
Tuttavia,
L’estranea resta piacevolmente nella memoria. Forse Strippoli
avrebbe potuto saltare certe citazioni (Hitchcock, Kubrick) che
appaiono un po’ artificiose; però il suo film ha un’energia che
lo situa al di sopra della produzione italiana.
