Ferzan Ozpetek
“Le fate ignoranti” di Ferzan Ozpetek, regista turco e italiano a un tempo, è come i versi del suo poeta-simbolo, Nazim Hikmet, un poeta turco del nostro secolo. Non si può dire che questi raggiungano la grande ispirazione; Hikmet non è T.S. Eliot o Dylan Thomas; ma è piacevole da leggere e da ascoltare, né manca di passaggi espressivi e commoventi.
Similmente, anche se questo film sulla morte non raggiunge mai l’ispirazione dello splendido “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, “Le fate ignoranti” è piacevole da vedere, accuratamente costruito, non senza una buona dose di astuzia drammaturgica, pieno di trappoloni emotivi che scattano con puntualità. Ben recitato (Margherita Buy in primo luogo, ma anche Stefano Accorsi, e la veterana Erica Blanc, nella parte di una madre intelligente che, oltre a rappresentare il buon senso, fornire al film un accenno di umorismo), “Le fate” è un buon esempio di film medio: che non è una cosa da vergognarsi, anzi, è proprio quel che manca nel cinema italiano, dove di solito i film medi è meglio perderli che trovarli.
E’ interessante che i tre film italiani più interessanti del momento si incentrino tutti sulla morte. “La stanza del figlio” mostra in modo impressionante l’elaborazione del lutto; il bizzarro e bellissimo “I Cavalieri che fecero l’impresa” di Pupi Avati è un film medievale attraversato ossessivamente dalla morte, un film che comincia in un ossario e termina con la strage insensata dei protagonisti; “Le fate ignoranti” rappresenta quella scoperta che la morte talvolta porta circa la vita passata di chi conoscevamo. La morte spesso è come una luce accesa all’improvviso in una stanza in penombra, che ci rivela nuovi contorni e oggetti impensati. Così accade ne “Le fate”: solo dopo la morte del marito in un incidente Antonia/Margherita Buy scopre che lui aveva una doppia vita, una relazione omosessuale segreta con Michele/Stefano Accorsi; ma questo comprende anche certe micro-scoperte, minori ma autentiche (una delle battute del film che suonano più “vere” è un incredulo “Sapeva cucinare?!”).
Così Antonia, prima mossa da una curiosità rancorosa, poi con crescente adesione, entra a far parte del gruppo di amici gay che si riuniscono, con frequenti pranzi comuni, a casa di Michele; e che sono (con una certa dose di ottimismo statistico) tutti simpatici, buoni e belli. In questa casa dal grande terrazzo assolato il gruppo è una specie di famiglia alternativa nella quale trova voce il dolore (il dolore per il compagno scomparso e per la segretezza del rapporto, l’AIDS di cui sta morendo un altro personaggio, l’emarginazione, il rifiuto delle famiglie). Il film riporta tutto questo in modo un po’ didattico ma sentito, approfondendo una descrizione che all’inizio è stereotipata fino a sfiorare il macchiettistico (di certo Ozpetek non è Almodovar). La chiusa e trattenuta Antonia unendosi spiritualmente alla “famiglia” comprende e cresce. E’ il sogno della casa-comune, dove si mangia insieme e ci si vuole bene (“il sogno di una casa”, direbbe Pasolini?). Del resto questo concetto di un luogo/altrove dove rifugiarsi e sentirsi liberi è sempre stato presente nella filmografia di Ozpetek.
“Le fate” non è perfetto, si mostra artificioso in alcuni momenti, come ad esempio la sciocchezza melodrammatica, nel senso cattivo, sul giovanotto che ha preso l’AIDS per amore (“Volevo tutto di lui, anche la malattia”). Contestualmente, però, sa elevarsi in alcuni dettagli davvero buoni, come l’uso originale di un paio di bicchieri che cadono per dir/ci qualcosa. E’ interessante nel film l’uso dell’ellissi narrativa, a volte inusualmente forte: ovvero, parlandoci dell’evoluzione di Antonia Ozpetek (anche sceneggiatore con Gianni Romoli) ama lasciare certi mutamenti psicologici entro il non-detto delle ellissi, il che può indicare una fatica sul piano della costruzione del racconto, ma dà al film un andamento fratto, che si fa ricordare.
(Il Nuovo FVG)
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martedì 8 gennaio 2008
La finestra di fronte
Ferzan Ozpetek
Prima di cominciare a imprecare contro il cinema italiano, conviene ricordarsi una cosa: il cinema italiano non esiste. Dal Sud arrivano - o fin qui no, però potrebbero - film vivaci, intelligenti, realizzati con fantasia (“L’imbalsamatore”, “Incantesimo napoletano”, “L’uomo in più”). Quello cui invece appartiene “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek si dovrebbe piuttosto chiamare cinema romano: un cinema pseudo-autoriale falso e furbetto, quel genere di opera media artefatta e costruita, che cerca di vendersi come opera alta, per il quale è stata coniata la parola Kitsch.
Un’insincerità di fondo, non morale ma drammaturgica. Da tempo il cinema “italiano” non sa delineare personaggi di carne e sangue, perché gli mancano sia l’osservazione realistica del mondo sia quella capacità di costruire uno stereotipo credibile ch’era la grande dote dei nostri vecchi sceneggiatori. Vedi, ne “La finestra di fronte”, la protagonista Giovanna (Giovanna Mezzogiorno). All’inizio quando compare litigando col marito risulta una rompiscatole di ingiustificata incazzosità. Il perché è oscuro ma forse la sceneggiatura di Ozpetek e Gianni Romoli allude alla sua frustrazione. Comunque lei non cessa di rognare, pure quando il pasticciere smemorato piovuto in casa (Massimo Girotti) prepara la prima colazione: “Mangia una crêpe” - “Non mi va” (regola fondamentale di vita: non fidatevi mai, mai, mai di una persona capace di rifiutare una crêpe). Questa donna è un incitamento vivente all’uxoricidio. Poi di punto in bianco le cose si rovesciano, lei è ragionevole e umana, e da quel momento lo scemo è il marito.
In realtà si capisce che il racconto tenta goffamente di dipingere un cambiamento, dove il misterioso vecchio è l’elemento catalizzatore. Ma queste figurette non hanno né coerenza né una psicologia definita: sono pupazzi, marionette tirate da fili drammaturgici visibilissimi, nel progetto di ottenere un effetto sentimentale sciatto e telegrafato.
Ferzan Ozpetek è un regista di medio livello che in passato ha mostrato (“Le fate ignoranti”) di saper arpeggiare su un bozzettismo abbastanza gradevole, proponendosi come una specie di simil-Almodovar minimo ma simpatico. Di questo spirito sopravvive solo il personaggio dell’amica Nenè, che qui serve a rappresentare quel minimo di “trasgressivo” che Ozpetek usa come marchio di fabbrica. Per il resto... In una scena di imbarazzante goffaggine, Giovanna vuole andare a letto col belloccio occhialuto Raoul Bova (in camera, le classiche candele da scopata fantozziana) ma ad un tratto interrompe, apre la finestra, vede l’insopportabile marito e i figli - e così Raoul Bova va in bianco, e il film non ha l’imbarazzo di mostrare un adulterio (morale: gratta il libertario gay turco e trovi il prete).
Probabilmente - o forse no - questo dramma spompato si potrebbe anche sopportare se il regista non l’avesse avvolto in un estetismo trombonesco da film tv (come quello appena visto nel “Maria Goretti” di Giulio Base). Anche le parte relativa alla distruzione del Ghetto romano da parte dei nazisti, evocata in flashback, è estetizzante la sua parte (quei giochi sul tempo). E’ vero che il film contiene almeno un momento assai convincente per la pregnanza dei visi, quello delle due donne ebree al negozio: è la sequenza migliore dell’intero film; ma la sua voluta teatralità stride in un’operina così annacquata.
Si toccano anche punte di vera ridicolaggine; vedi, nella visita di Giovanna a casa del vecchio, l’orrendo stacco su di lei che prepara una torta, simbolo di riscatto, sulle note trionfali di Nada che canta “Ma che freddo fa” - e qui, se non ci fosse il rischio di disturbare gli altri spettatori, vien la tentazione di mettersi sull’attenti e salutare militarmente: siamo in presenza di uno dei vertici di trash assoluto del cinema italiano. In conclusione, che dire? Bisognerebbe andare a vedere “La finestra di fronte” vestiti di cuoio e di latex: è un’operazione masochistica.
(Il Nuovo Friuli)
Prima di cominciare a imprecare contro il cinema italiano, conviene ricordarsi una cosa: il cinema italiano non esiste. Dal Sud arrivano - o fin qui no, però potrebbero - film vivaci, intelligenti, realizzati con fantasia (“L’imbalsamatore”, “Incantesimo napoletano”, “L’uomo in più”). Quello cui invece appartiene “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek si dovrebbe piuttosto chiamare cinema romano: un cinema pseudo-autoriale falso e furbetto, quel genere di opera media artefatta e costruita, che cerca di vendersi come opera alta, per il quale è stata coniata la parola Kitsch.
Un’insincerità di fondo, non morale ma drammaturgica. Da tempo il cinema “italiano” non sa delineare personaggi di carne e sangue, perché gli mancano sia l’osservazione realistica del mondo sia quella capacità di costruire uno stereotipo credibile ch’era la grande dote dei nostri vecchi sceneggiatori. Vedi, ne “La finestra di fronte”, la protagonista Giovanna (Giovanna Mezzogiorno). All’inizio quando compare litigando col marito risulta una rompiscatole di ingiustificata incazzosità. Il perché è oscuro ma forse la sceneggiatura di Ozpetek e Gianni Romoli allude alla sua frustrazione. Comunque lei non cessa di rognare, pure quando il pasticciere smemorato piovuto in casa (Massimo Girotti) prepara la prima colazione: “Mangia una crêpe” - “Non mi va” (regola fondamentale di vita: non fidatevi mai, mai, mai di una persona capace di rifiutare una crêpe). Questa donna è un incitamento vivente all’uxoricidio. Poi di punto in bianco le cose si rovesciano, lei è ragionevole e umana, e da quel momento lo scemo è il marito.
In realtà si capisce che il racconto tenta goffamente di dipingere un cambiamento, dove il misterioso vecchio è l’elemento catalizzatore. Ma queste figurette non hanno né coerenza né una psicologia definita: sono pupazzi, marionette tirate da fili drammaturgici visibilissimi, nel progetto di ottenere un effetto sentimentale sciatto e telegrafato.
Ferzan Ozpetek è un regista di medio livello che in passato ha mostrato (“Le fate ignoranti”) di saper arpeggiare su un bozzettismo abbastanza gradevole, proponendosi come una specie di simil-Almodovar minimo ma simpatico. Di questo spirito sopravvive solo il personaggio dell’amica Nenè, che qui serve a rappresentare quel minimo di “trasgressivo” che Ozpetek usa come marchio di fabbrica. Per il resto... In una scena di imbarazzante goffaggine, Giovanna vuole andare a letto col belloccio occhialuto Raoul Bova (in camera, le classiche candele da scopata fantozziana) ma ad un tratto interrompe, apre la finestra, vede l’insopportabile marito e i figli - e così Raoul Bova va in bianco, e il film non ha l’imbarazzo di mostrare un adulterio (morale: gratta il libertario gay turco e trovi il prete).
Probabilmente - o forse no - questo dramma spompato si potrebbe anche sopportare se il regista non l’avesse avvolto in un estetismo trombonesco da film tv (come quello appena visto nel “Maria Goretti” di Giulio Base). Anche le parte relativa alla distruzione del Ghetto romano da parte dei nazisti, evocata in flashback, è estetizzante la sua parte (quei giochi sul tempo). E’ vero che il film contiene almeno un momento assai convincente per la pregnanza dei visi, quello delle due donne ebree al negozio: è la sequenza migliore dell’intero film; ma la sua voluta teatralità stride in un’operina così annacquata.
Si toccano anche punte di vera ridicolaggine; vedi, nella visita di Giovanna a casa del vecchio, l’orrendo stacco su di lei che prepara una torta, simbolo di riscatto, sulle note trionfali di Nada che canta “Ma che freddo fa” - e qui, se non ci fosse il rischio di disturbare gli altri spettatori, vien la tentazione di mettersi sull’attenti e salutare militarmente: siamo in presenza di uno dei vertici di trash assoluto del cinema italiano. In conclusione, che dire? Bisognerebbe andare a vedere “La finestra di fronte” vestiti di cuoio e di latex: è un’operazione masochistica.
(Il Nuovo Friuli)
lunedì 7 gennaio 2008
Cuore sacro
Ferzan Ozpetek
Nonostante quel che dicono molti spettatori, non si può affermare che il nuovo film di Ferzan Ozpetek “Cuore sacro” sia spazzatura al cento per cento. In realtà qualche breve attimo si salva, in questo confuso, sconclusionato, faticoso affastellamento di linee narrative: la ricca che si pente e va tra i poveri e poi impazzisce; la storia pregressa della madre confinata in camera dalle perfide zie; più vari fili sparsi abbandonati, quale la storia col barbone flippato e assassino; più il nebuloso discorso sulla religione con la metafora del doppio cuore; più l’incontro con la bambina ribelle che ruba per bontà (un autentico sbandamento narrativo); più, come direbbe De Filippo, “Questi fantasmi”, che appaiono dopo 50 minuti di film (e da 45 minuti ce li aspettavamo!) e anche loro, poveracci, vengono abbandonati dalla narrazione lì per lì... Insomma in “Cuore sacro” si trova tutto e il contrario di tutto.
Il che non è in sé illegale. Purtroppo, a livello di sceneggiatura (firmata dal regista con Gianni Romoli), “Cuore sacro” è il più televisivo dei film di Ozpetek finora. L’antipaticissima bambina? E’ la solita figura del bambino/adolescente/giovane “difficile” che ossessiona la nostra fiction tv. La zia senza cuore cui dà volto Lisa Gastoni? E’ la solita “bitch” cattivissima delle soap (che però almeno a volte ci mettono un tocco di autoironia: la Perfida Alexis di “Dynasty”, Sally Spectra di “Beautiful”). Il prete benefattore? Il solito belloccio televisivo, con occhi azzurri che sembrano la pubblicità del collirio. Il flippato, che sembra Andy Luotto in “Grunt!”? Normale amministrazione pure quello. E ancor più televisive sono le insopportabili battute “risonanti”, para-poetiche, che la bambina e la ricca in via di sviluppo si scambiano continuamente. Ovvero: il film è inferiore alle sue ambizioni.
Lo sviluppo drammatico fa cadere le braccia. Evidentemente, un personaggio teatrale o cinematografico non crea l’azione: non è vivo, si sa, è una marionetta mossa dall’autore. Tuttavia questa è la regola base della drammaturgia: si deve produrre l’impressione che sia proprio il personaggio a creare l’azione, in maniera verosimile. Qui invece la protagonista (Barbara Bobulova) galleggia sulle esigenze della sceneggiatura come una bottiglia in mare galleggia sulle onde. Un ulteriore problema è che, anche quando il plot la mette di fronte alle peggiori miserie umane, Barbara Bobulova è inespressiva come certe olimpiche bellone del cinema passato, da Marisa Mell a Carol Alt. Almeno Marco Bellocchio ne “Il principe di Homburg” aveva sfruttato i suoi limiti a esiti di grande astrazione epica.
Ma allora cosa si salva? In primo luogo, l’occhio di Ozpetek, grazie al quale si realizza il paradosso di un brutto film girato bene. Perché Ferzan Ozpetek non è Giovanni Veronesi; ha un certo talento, che si esprime in bei dettagli visivi: l’occhio di un angelo (una statua policroma) che brilla furbesco nell’ombra, una carrellata drammatica di facce smunte di senzatetto... Inoltre, come si può parlare interamente male di un film che d’improvviso inserisce un’accurata citazione della scena della piscina del classico “Il bacio della pantera” di Jacques Tourneur? Infine, in alcuni rari passaggi il racconto stesso sfiora un tocco di intensità.
Solo che Ozpetek ha una specie di tendenza a farsi del male. Come raggiunge un momento di verità, non resiste alla tentazione di rovinarlo accumulando, esagerando - è il vizio di credersi un genio o è masochismo puro? Così, dopo una scena passabilmente autentica e commossa in cui la protagonista nel metrò regala i suoi gioielli a una mendicante negra, deve seguire quella, ridicola, di lei che si spoglia fino a restare tette al vento e dona ai passanti, a chi la camicetta, a chi le scarpe coi tacchi a spillo. E su tutto quanto piombano come macigni certe entrate di musica orribili, perché retoriche, ammiccanti, effettistiche. Ma è un film a favore della carità o della sordità?
(Il Nuovo FVG)
Nonostante quel che dicono molti spettatori, non si può affermare che il nuovo film di Ferzan Ozpetek “Cuore sacro” sia spazzatura al cento per cento. In realtà qualche breve attimo si salva, in questo confuso, sconclusionato, faticoso affastellamento di linee narrative: la ricca che si pente e va tra i poveri e poi impazzisce; la storia pregressa della madre confinata in camera dalle perfide zie; più vari fili sparsi abbandonati, quale la storia col barbone flippato e assassino; più il nebuloso discorso sulla religione con la metafora del doppio cuore; più l’incontro con la bambina ribelle che ruba per bontà (un autentico sbandamento narrativo); più, come direbbe De Filippo, “Questi fantasmi”, che appaiono dopo 50 minuti di film (e da 45 minuti ce li aspettavamo!) e anche loro, poveracci, vengono abbandonati dalla narrazione lì per lì... Insomma in “Cuore sacro” si trova tutto e il contrario di tutto.
Il che non è in sé illegale. Purtroppo, a livello di sceneggiatura (firmata dal regista con Gianni Romoli), “Cuore sacro” è il più televisivo dei film di Ozpetek finora. L’antipaticissima bambina? E’ la solita figura del bambino/adolescente/giovane “difficile” che ossessiona la nostra fiction tv. La zia senza cuore cui dà volto Lisa Gastoni? E’ la solita “bitch” cattivissima delle soap (che però almeno a volte ci mettono un tocco di autoironia: la Perfida Alexis di “Dynasty”, Sally Spectra di “Beautiful”). Il prete benefattore? Il solito belloccio televisivo, con occhi azzurri che sembrano la pubblicità del collirio. Il flippato, che sembra Andy Luotto in “Grunt!”? Normale amministrazione pure quello. E ancor più televisive sono le insopportabili battute “risonanti”, para-poetiche, che la bambina e la ricca in via di sviluppo si scambiano continuamente. Ovvero: il film è inferiore alle sue ambizioni.
Lo sviluppo drammatico fa cadere le braccia. Evidentemente, un personaggio teatrale o cinematografico non crea l’azione: non è vivo, si sa, è una marionetta mossa dall’autore. Tuttavia questa è la regola base della drammaturgia: si deve produrre l’impressione che sia proprio il personaggio a creare l’azione, in maniera verosimile. Qui invece la protagonista (Barbara Bobulova) galleggia sulle esigenze della sceneggiatura come una bottiglia in mare galleggia sulle onde. Un ulteriore problema è che, anche quando il plot la mette di fronte alle peggiori miserie umane, Barbara Bobulova è inespressiva come certe olimpiche bellone del cinema passato, da Marisa Mell a Carol Alt. Almeno Marco Bellocchio ne “Il principe di Homburg” aveva sfruttato i suoi limiti a esiti di grande astrazione epica.
Ma allora cosa si salva? In primo luogo, l’occhio di Ozpetek, grazie al quale si realizza il paradosso di un brutto film girato bene. Perché Ferzan Ozpetek non è Giovanni Veronesi; ha un certo talento, che si esprime in bei dettagli visivi: l’occhio di un angelo (una statua policroma) che brilla furbesco nell’ombra, una carrellata drammatica di facce smunte di senzatetto... Inoltre, come si può parlare interamente male di un film che d’improvviso inserisce un’accurata citazione della scena della piscina del classico “Il bacio della pantera” di Jacques Tourneur? Infine, in alcuni rari passaggi il racconto stesso sfiora un tocco di intensità.
Solo che Ozpetek ha una specie di tendenza a farsi del male. Come raggiunge un momento di verità, non resiste alla tentazione di rovinarlo accumulando, esagerando - è il vizio di credersi un genio o è masochismo puro? Così, dopo una scena passabilmente autentica e commossa in cui la protagonista nel metrò regala i suoi gioielli a una mendicante negra, deve seguire quella, ridicola, di lei che si spoglia fino a restare tette al vento e dona ai passanti, a chi la camicetta, a chi le scarpe coi tacchi a spillo. E su tutto quanto piombano come macigni certe entrate di musica orribili, perché retoriche, ammiccanti, effettistiche. Ma è un film a favore della carità o della sordità?
(Il Nuovo FVG)
venerdì 4 gennaio 2008
Saturno contro
Ferzan Ozpetek
E’ una costante del cinema di Ferzan Ozpetek l’utopia di una comunità “liberata”, dai forti connotati omosessuali, autonoma e come protetta in un sogno d’amicizia (ed è un sogno nostalgico di lontana ascendenza pasoliniana: cfr. “Il fiore delle Mille e una notte”). Un sogno agrodolce: perché è fragile nel tempo, non può fondarsi sulla persistenza. L’autore ne è ben conscio: in “Saturno contro” (non bello, ma superiore ai suoi ultimi film), non lo dichiara solo la voce over in chiusura, ma vi allude la notazione che il personaggio di Davide è scrittore di fiabe.
Dunque Ozpetek è un regista arcadico. Il concetto stesso di Arcadia, per l’identico motivo, contiene un che di malinconico; nella loro lieta fila di dame e cicisbei, i vari “Imbarchi per Citera” settecenteschi hanno qualcosa di lievemente mortuario; ed è un tema iconografico forte quello della Morte che lascia il suo segno pure in quella terra felice: “ET IN ARCADIA EGO”.
Così, in “Saturno contro”, nella coppia gay di Lorenzo e Davide - centro di quella comunità libera - d’un tratto Lorenzo entra in coma e muore. Attenzione: se pure sono contemplate le lacrime e la morte, nel mondo di Ozpetek non esistono (cito l’immortale resumé dell’esistenza materiale che Tina Turner enuncia nel terzo “Mad Max”) “il sangue e la merda”. Tutti sono “belli”: non tanto nel senso della bellezza fisica - che pure c’è - ma perché manca il segno della miseria del corpo. Per questo il corpo di Lorenzo dopo l’ictus non si vede mai; è una triste presenza fuoricampo; viene enunciato solo nella scena dell’obitorio, dov’è il biancore della pelle a esprimere l’orrore fisico, ma (grazie al campo medio utilizzato) nient’altro. E’ quello stesso sentimento che faceva scrivere a Tasso “Morte bella parea nel suo bel viso”.
E’ giusto aggiungere che Ozpetek ha già tentato di uscire da quel suo orizzonte di porcellana: ma quando l’ha fatto ha realizzato film orrendi (“Cuore sacro”) o comunque falliti (“La finestra di fronte”). Gli si dovrebbe consigliare quindi di affinare quella dimensione modesta, ma non necessariamente spregevole, che evidentemente gli è propria. Eliminandone i tratti deteriori: i tocchi di brutto pseudorealismo, come qui l’orrida bambina petulante, che si vedeva già in “Cuore sacro”. Il sociologismo facile: la figura di Stefano Accorsi trova tratti da fiction tv (leggi: telegrafati) nel voler costruire l’immagine di trenta-quarantenne col complesso di Peter Pan, marito e padre debole che sfugge alle responsabilità. I poeticismi smancerosi: per esempio l’allucinazione (sogno?) di Ambra Angiolini quando entra nell’obitorio.
Ozpetek è un regista competente. Mostra una buona capacità di direzione degli attori (Ambra Angiolini, la “strafattona”, è una bella sorpresa; Milena Vukotic, l’infermiera, è superba come sempre; Ennio Fantastichini è assai bravo in un ruolo che esige più dalla mimica che dalle battute; bene Pierfrancesco Savino e Margherita Buy; dignitosi tutti gli altri – ma Stefano Accorsi, al suo solito, tende all’“overacting”). E Ozpetek sa inquadrare assai bene. Bello il particolare della donna straniera che piange al telefono sullo sfondo, bellissimo il fuori fuoco in cui la lascia la macchina da presa quando il triste gruppo dei protagonisti esce di scena. L’autore sa inserire dei tocchi interessanti nei personaggi e nei dialoghi; non vale per l’intero film, ma vi sono momenti di dialogo così buoni che uno quasi non crederebbe di vedere un film italiano (vedi l’eccellente scena notturna in ospedale fra Ambra e Vukotic: “Lei si è mai drogata?” – “No, io faccio l’uncinetto”). Il problema di Ozpetek è che, al di là dei tocchi felici, lascia sempre un’impressione di falso: non nel senso dell’insincero ma dell’artificioso, del troppo pensato, del “pulitino”. In una parola, il suo cinema tende al “troppo giusto” (vale, qui, anche per i pezzi scelti da un commento musicale invadente). Triste paradosso, che di troppo giusto si possa morire! Ma se un regista non può volare alto, almeno deve volare bene.
(Il Nuovo FVG)
E’ una costante del cinema di Ferzan Ozpetek l’utopia di una comunità “liberata”, dai forti connotati omosessuali, autonoma e come protetta in un sogno d’amicizia (ed è un sogno nostalgico di lontana ascendenza pasoliniana: cfr. “Il fiore delle Mille e una notte”). Un sogno agrodolce: perché è fragile nel tempo, non può fondarsi sulla persistenza. L’autore ne è ben conscio: in “Saturno contro” (non bello, ma superiore ai suoi ultimi film), non lo dichiara solo la voce over in chiusura, ma vi allude la notazione che il personaggio di Davide è scrittore di fiabe.
Dunque Ozpetek è un regista arcadico. Il concetto stesso di Arcadia, per l’identico motivo, contiene un che di malinconico; nella loro lieta fila di dame e cicisbei, i vari “Imbarchi per Citera” settecenteschi hanno qualcosa di lievemente mortuario; ed è un tema iconografico forte quello della Morte che lascia il suo segno pure in quella terra felice: “ET IN ARCADIA EGO”.
Così, in “Saturno contro”, nella coppia gay di Lorenzo e Davide - centro di quella comunità libera - d’un tratto Lorenzo entra in coma e muore. Attenzione: se pure sono contemplate le lacrime e la morte, nel mondo di Ozpetek non esistono (cito l’immortale resumé dell’esistenza materiale che Tina Turner enuncia nel terzo “Mad Max”) “il sangue e la merda”. Tutti sono “belli”: non tanto nel senso della bellezza fisica - che pure c’è - ma perché manca il segno della miseria del corpo. Per questo il corpo di Lorenzo dopo l’ictus non si vede mai; è una triste presenza fuoricampo; viene enunciato solo nella scena dell’obitorio, dov’è il biancore della pelle a esprimere l’orrore fisico, ma (grazie al campo medio utilizzato) nient’altro. E’ quello stesso sentimento che faceva scrivere a Tasso “Morte bella parea nel suo bel viso”.
E’ giusto aggiungere che Ozpetek ha già tentato di uscire da quel suo orizzonte di porcellana: ma quando l’ha fatto ha realizzato film orrendi (“Cuore sacro”) o comunque falliti (“La finestra di fronte”). Gli si dovrebbe consigliare quindi di affinare quella dimensione modesta, ma non necessariamente spregevole, che evidentemente gli è propria. Eliminandone i tratti deteriori: i tocchi di brutto pseudorealismo, come qui l’orrida bambina petulante, che si vedeva già in “Cuore sacro”. Il sociologismo facile: la figura di Stefano Accorsi trova tratti da fiction tv (leggi: telegrafati) nel voler costruire l’immagine di trenta-quarantenne col complesso di Peter Pan, marito e padre debole che sfugge alle responsabilità. I poeticismi smancerosi: per esempio l’allucinazione (sogno?) di Ambra Angiolini quando entra nell’obitorio.
Ozpetek è un regista competente. Mostra una buona capacità di direzione degli attori (Ambra Angiolini, la “strafattona”, è una bella sorpresa; Milena Vukotic, l’infermiera, è superba come sempre; Ennio Fantastichini è assai bravo in un ruolo che esige più dalla mimica che dalle battute; bene Pierfrancesco Savino e Margherita Buy; dignitosi tutti gli altri – ma Stefano Accorsi, al suo solito, tende all’“overacting”). E Ozpetek sa inquadrare assai bene. Bello il particolare della donna straniera che piange al telefono sullo sfondo, bellissimo il fuori fuoco in cui la lascia la macchina da presa quando il triste gruppo dei protagonisti esce di scena. L’autore sa inserire dei tocchi interessanti nei personaggi e nei dialoghi; non vale per l’intero film, ma vi sono momenti di dialogo così buoni che uno quasi non crederebbe di vedere un film italiano (vedi l’eccellente scena notturna in ospedale fra Ambra e Vukotic: “Lei si è mai drogata?” – “No, io faccio l’uncinetto”). Il problema di Ozpetek è che, al di là dei tocchi felici, lascia sempre un’impressione di falso: non nel senso dell’insincero ma dell’artificioso, del troppo pensato, del “pulitino”. In una parola, il suo cinema tende al “troppo giusto” (vale, qui, anche per i pezzi scelti da un commento musicale invadente). Triste paradosso, che di troppo giusto si possa morire! Ma se un regista non può volare alto, almeno deve volare bene.
(Il Nuovo FVG)
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