lunedì 28 agosto 2017

Made in Hong Kong

Fruit Chan

Oggi visto come il primo di una trilogia che Fruit Chan ha dedicato all'handover (il passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997), quello stesso anno Made in Hong Kong esplose come un grido nella notte. Nel ventennale, molto meritoriamente il Far East Film Festival lo ha restaurato in 4K (affidandosi sul piano tecnico a L'Immagine Ritrovata), e si può dire che l'ha letteralmente salvato. Il film è stato girato con un budget ridicolo, utilizzando pellicola scaduta; una caratteristica del restauro è stata proprio di mantenere tali caratteristiche come la non corrispondenza dei colori: ovvero, è stata preoccupazione di Fruit Chan che il restauro non creasse qualcosa di troppo “pulito” ma mantenesse “la grana delle immagini e il loro carattere grezzo” (intervista sul catalogo del FEFF 2017).
Questo film, che si apre con una carrellata su una rete che riempie lo schermo, fonde la freschezza di sguardo della nouvelle vague con un forte senso della morte che lo rende tragico – e che metaforicamente si lega allo stesso handover, la fine di un mondo. “Odio tutto quello che è Cina”, dice il protagonista Moon. Ma in che senso parlare di nouvelle vague? Innanzitutto, si capisce, la New Wave hongkonghese, legata a grandi nomi come Patrick Tam, Ann Hui, Wong Kar-wai, Tsui Hark, che rivoluzionò il cinema di Hong Kong negli anni Ottanta. Ma in questo caso è altrettanto valido il riferimento alla nouvelle vague originaria, quella francese fra i Cinquanta e i Sessanta. Made in Hong Kong è un film che Truffaut o Godard si sarebbero sentiti onorati di firmare; il loro dato di base, la loro cifra – la freschezza del racconto che deriva dalla freschezza dello sguardo – vi trionfa.
Narrata in prima persona in voce over, è la storia di Autumn Moon, giovanissimo aspirante “duro” del quartiere (una grande interpretazione di Sam Lee), e dei suoi due amici: Ping, la ragazza di cui è innamorato, condannata a morte da una malattia, e il ritardato Sylvester (che sanguina dal naso quando Ping mostra le gambe e le mutandine). La loro storia si incrocia con quella della giovane suicida Susan Hui, che si butta dal tetto di un palazzo (potente l'inquadratura di lei sul tetto, presa con un filtro azzurro, con l'evidenza inutile di una croce sul lato sinistro del quadro). Accanto al corpo Sylvester trova delle lettere macchiate di sangue. Mentre lo spettro/ricordo di Susan perseguita Moon causandogli una serie di wet dreams, i giovani decidono di restituirle ai destinatari: uno spregevole fidanzato-dongiovanni e i genitori di lei.
Tutto questo si svolge all'interno di una serie di linee narrative in maniera fluida, spezzata, ritornante; Fruit Chan mantiene un'estrema libertà del flusso narrativo qui come in tutto il suo cinema.
Nel descrivere come questo giovane perdente pieno di illusioni cerca di farsi strada come gangster, Chan riprende parodisticamente l'ambiente e i luoghi comuni del cinema delle triadi – con una libertà che fa sembrare accademici tutti gli altri film hongkonghesi sul tema. Made in Hong Kong ha una maniera fulminante di incrociare la leggerezza e la tragedia. Mentre scorre nel film un tocco di comedy tenera e buffa sulla sessualità, col tono burbero e impacciato dei giovanissimi, sono esilaranti le scene di Moon che fa il duro, come quando difende la madre di Ping (lei non è impressionata) da un usuraio con le classiche bottigliate in testa, o discute con Ping sulla donazione di un rene, o medica Sylvester picchiato dai bulli usando un assorbente come cerotto.
Come già detto, si stende sui protagonisti l'ombra della morte. La voce narrante e filosoficheggiante di Moon è – come in Viale del tramonto – la voce di un morto, ciò che viene rivelato verso la fine del film (“Due giorni dopo fu ritrovato il mio cadavere”). Ed è un destino di morte anche quello dei suoi amici, rispecchiando peraltro quello di Susan, la ragazza suicida. Non per nulla quel vero e proprio topos del cinema giovanile e di tutte le nouvelles vagues del mondo che è la corsa dei protagonisti (forever young!) si svolge in un vasto cimitero – dove poi loro chiamano a gran voce “Susan Hui!” in piedi sulla tomba di lei. In questa stessa scena, Ping parla tristemente della sua prossima morte; all'affermazione di Moon che invece lei starà bene risponde l'inquadratura, in una luce scura, di un albero scheletrico contro le montagne nebbiose.
Forever young, certo; come dice Moon nel corso di un monologo interiore sull'ingiustizia della vita, “Moriamo giovani – rimarremo sempre giovani”. Ma la madre di Ping dice, sì, “Aveva 16 anni. Ora che è morta rimarrà giovane per sempre”. Poi però Moon colpisce il televisore e lo butta giù dall'alto del palazzo.
Quello che caratterizza tutti i personaggi è la mancanza di speranze che non siano illusorie e vane. C'è una tenerezza calda e patetica nel modo dei più giovani di atteggiarsi a streetwise, navigati; l'atteggiamento di Moon e Ping, quel loro voler essere adulti fra disperazione e ingenuità, è contraddetto dall'orizzonte chiuso, l'assenza di speranze che struttura drammaticamente il film (metaforizzata nella pesantezza claustrofobica del suo monumentale blocco di appartamenti popolari) – e che rispecchia il sentimento di non poter decidere la propria esistenza degli hongkonghesi di fronte alla realtà calata dall'alto dell'handover. E' un dato centrale del film che i personaggi vivono con le loro madri: l'assenza e l'abbandono dei padri è una costante, con la disperazione rabbiosa che ne deriva. A un certo punto Moon va a cercare il proprio padre, pieno di cattive intenzioni, con un chopper, la mannaia da cucina; nei cessi di un locale vede la scena brutale di un altro padre, un incestuoso, a cui il figlio taglia le braccia; mentre se ne va, riflette in un grande monologo interiore sugli adulti “vigliacchi e irresponsabili” che scappano quando c'è bisogno di loro. Anche questo può essere ricostruito come metafora politica. Il senso di abbandono giovanile si fonde col senso di abbandono di Hong Kong prima dell'handover.
Nel superbo, funebre finale su un montage di inquadrature... “Siamo tutti felici ora”, dice la voce narrante del morto Moon su immagini del cimitero... entra un discorso di Mao citato alla radio, parodisticamente retorico e ottimistico, sul potere della gioventù – e viene contraddetto con aspro sarcasmo dall'inquadratura di un aquilone impigliato tra i rami di un albero secco. Fine.

sabato 5 agosto 2017

I tempi felici verranno presto

Alessandro Comodin

Il cinema di Alessandro Comodin va seguito con attenzione. Se L'estate di Giacomo era bello, I tempi felici verranno presto (anch'esso distribuito dalla Tucker Film) è bellissimo. Comodin persegue un'idea radicale – e incredibilmente fisica – di cinema, che, visti i due lungometraggi e il corto Jagdfieber (La febbre della caccia) che li precedeva, possiamo prendere come un dato di fatto autoriale. Del presente film, Comodin oltre che regista e co-sceneggiatore con Milena Magnani è montatore assieme a João Nicolau, nonché operatore alla macchina per la fotografia di Tristan Bordmann. Merita aggiungere che una caratteristica dei suoi film è un uso notevolissimo e quasi ipnotico del sonoro.
Il tema è una doppia fantasia sulla fuga. Doppia perché il film si articola in due episodi; due storie collegate da rime e richiami, come lo scavare, gli animali sventrati nella logica crudele della caccia, i fucili; ed è anche da notare come la fuga dei due giovani all'inizio del primo episodio e la corsa del ragazzo e della ragazza nel secondo si rispecchino sia dal punto di vista spaziale sia da quello del linguaggio cinematografico, con un carrello laterale che elegantemente crea un angolo, e non una parallela, col movimento.
Il primo episodio si svolge in qualche momento durante l'ultima guerra, fra il 1943 e il 1945- Due giovani sono in fuga in un bosco; appena scappati si liberano di cappotti di foggia militare, e questo è l'unico tenue accenno di backstory. Diceva l'autore in un incontro che Robert Bresson è il suo regista numero uno. Comodin non imita Bresson – non usa i suoi attori, quasi tutti non professionisti, come “modelli” in senso bressoniano: tutto il contrario – ma nel suo film c'è qualcosa di assolutamente bressoniano: la fatica del corpo, del movimento. Perché in Bresson i corpi sono pesanti, lourds – e qui, segnatamente nella sequenza iniziale della fuga ma pure in tutto il film, c'è una sensazione fisica della gravezza; i corpi non sono agili, non sono ballerini, si muovono soggetti alla forza di gravità.
Ti ammazzo. Ti butto nel buco e ciao”, sentiamo fra i due giovani in una rissa scherzosa, da amici, ma non del tutto. C'era qualcosa di simile ne L'estate di Giacomo. Si direbbe sia un tratto ricorrente in Comodin questo che l'amore/l'affetto/il desiderio si colori di un elemento di minaccia (e vedi nello stesso episodio il gioco pericoloso di puntarsi contro il fucile). Il secondo episodio, poi, circa quest'aspetto è paradigmatico e letale.
Anche nella seconda storia sta al centro il bosco, dove una ragazza, Ariane, si inoltra, e incontra il lupo – il lupo che raggiunge la dimensione mitica e umanizzata del lupo mannaro delle fiabe. Ariane vuole uscire dal quotidiano e ritrovarsi (è il termine usato nel film) nella natura; ma attenzione, la natura in Comodin è panica e spietata, e bene lo mostrava già Jagdfieber.
E' un essere dentro la natura in entrambi i casi. Se il primo episodio si basa su un realismo di fondo, pur nella voluta indefinitezza del contesto, il secondo vira su una dimensione onirica e fiabesca, ma senza perdere di quella materialità che è un tratto costante di Comodin.
Perché, cosa notevolissima, Comodin non raggiunge questa indefinitezza attraverso i mezzi dell'astrazione; al contrario, qui come nei suoi film precedenti mostra un'assoluta consistenza, un'immediatezza del reale. I suoi boschi sono così concreti che il film trasmette una sensazione di sinestesia – l'umidità, la tattilità del legno e della pietra, l'odore del terriccio e delle foglie morte sembrano passare attraverso lo schermo in sintonia con l'elemento visivo.
Il racconto è criptico, allusivo, si muove su più piani, lascia molto alla “cooperazione interpretativa” dello spettatore; non è ricezione passiva di una storia, a tale that's told, ma piuttosto conoscenza per empatia: come già ne L'estate di Giacomo, ma in misura maggiore. Esagerando ma nel senso giusto, potremmo paragonare il film alle macchie di Rorschach, in cui il nostro inconscio può guardare se stesso. Prendiamo la caverna onirica in cui si avventura Ariane, uscendone infine come Tom Sawyer da un piccolo pertugio luminoso: chi scrive ci vede una profondità ctonia, per cui il passaggio alla luce e all'aperto attraverso quel pertugio è una ri/nascita; e viene a coincidere con l'entrata della sessualità; ma attenzione, è una rinascita crudele, perché è un'entrata nel mondo delle favole – il mondo del lupo. Che appare nelle forme di un ragazzo che le gira intorno nel fiume dal fondo fangoso dove lei si bagna, nuotandole intorno in una sorta di corteggiamento animale. Questa è una storia d'amore e di sangue. Breve nota in margine: chissà se Comodin ha letto André Pieyre de Mandiargues (sto pensando ai racconti de Il museo nero) – c'è nelle sue storie qualcosa che lo ricorda. C'è una scomparsa, una esplosione di sessualità, una ricerca collettiva, una morte – e c'è un epilogo in prigione che ridefinisce la storia; ma non la “spiega” nel senso tradizionale, anzi, aggiunge dell'altro a questa affascinante, elusiva disponibilità