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mercoledì 3 maggio 2023

Mad Fate

Soi Cheang

Geniale cavalcata fra realtà e delirio in forma di commedia nera, Mad Fate di Soi Cheang (FEFF 2023) presenta un Maestro esorcista (Lam Ka-tung) che legge il destino delle persone e cerca di modificarlo. O crede di…? Il film rimane nell’ambiguità poiché il racconto ci porta profondamente dentro la mente forse allucinata di quest’uomo. I suoi genitori erano pazzi e lui stesso ha il terrore di scivolare (o di stare scivolando?) nella pazzia.
Questi contorcimenti nell’uso dei verbi, cui è obbligato il recensore, rendono l’idea della radicale ambiguità “fenomenologica” in cui si muove la narrazione di Mad Fate. Ma torniamo al plot. Il Maestro cerca, in un inizio esilarante in un cimitero, di cambiare il destino di morte di una prostituta, che però scappa, giustamente indignata per il folle rito – e tornata a casa viene assassinata da un serial killer. Del delitto viene sospettato un (odioso) giovane pazzoide (Lokman Yeung), assassino di gatti, che era sulla scena del delitto per caso; ma il Maestro scopre che il suo destino è di commettere un omicidio, e si dà da fare per sottrarlo al fato, con riti memorabili nella comicità distruttiva di Soi Cheang (non dimenticheremo lo “scudo di urina”). Ed è affascinante come due personaggi tutt’altro che gradevoli assumano un valore empatico ai nostri occhi.
Naturalmente, presupponendo che quello che vediamo non sia tutta un’interpretazione delirante da parte del Maestro (e del suo riluttante discepolo), il grande tema del film è la determinazione: in quale misura l’intervento per evitare un male contribuisce a farlo accadere? Cosa sarebbe accaduto alla prostituta se se ne fosse rimasta a casa fin dal principio? Ombra di Werner Heisenberg! Il film di Soi Cheang è un vero esempio del principio di indeterminazione nel racconto cinematografico.
Ma c’è di più, e di peggio. Mad Fate tocca un tabù del nostro modo di pensare: perché noi siamo attaccati all'ipotesi che la divinità sia benigna, o alla peggio, neutrale. Qui i tentativi del Maestro vengono frustrati dal destino stesso con un (comico) oggettivo accanimento crudele: la sua diventa una folle guerra contro il Cielo. Così, nonostante un accenno di happy ending sul piano morale, la commedia nera si rivela nerissima; e torna in mente, declinata in chiave comico-grottesca che strizza l'occhio allo spettatore, la cosmologia spietata di un Lovecraft.

lunedì 5 luglio 2021

Limbo

Soi Cheang

L'inquadratura iniziale di Limbo, capolavoro in b/n di Soi Cheang sulla caccia a un serial killer, pone un mondo doppio, rovesciato, perché riflesso nell'acqua delle pozzanghere. Crea immediatamente un effetto di spiazzamento – e infatti la mdp lo sottolinea alzandosi a inquadrare il mondo reale.
La nettezza della foto in b/n (di Cheng Siu-keung) produce tuttavia un senso di malessere, su due piani. Il primo è la messa a fuoco totale, che produce un effetto fisico sullo spettatore: si potrebbe definire impietosa. Secondo, il quadro è sempre zeppo, follemente sovraccarico, fin dal mare di statuette sacre che vediamo all'inizio. Immagini strapiene sia di oggetti sia (nei campi lunghissimi) di edifici sia di oggetti e di edifici assieme, grazie alla messa a fuoco: tutto questo crea un senso di soffocamento, appesantimento, imprigionamento: a cui si accomuna la reductio ad unum con Cya Liu seminuda e terrorizzata accoccolata nello spazio minimo dell'armadietto dove si nasconde – e la visione “in sezione” dell'armadietto con lei, unica macchia di fotografia in un totale nero che “ci pesa” addosso, rappresenta ancora di più questa situazione soffocante portata al suo estremo limite.
Di tutti gli oggetti che riempiono sullo schermo ciò che ci colpisce di più è la spazzatura (con un effetto di sinestesia, vediamo e ci sembra di odorare); un'invasione della spazzatura che sembra il proliferare di un cancro nella metropoli; e non solo i fetidi sacchi neri ma tutto un bric-à-brac di rifiuti, dai mobili scassati ai pezzi di manichini. Limbo è un'epopea della spazzatura (e anche gli esseri umani, dice nel film un personaggio, al livello più basso della scala sociale lo sono).
Soi Cheang nel suo cinema ha sempre cercato una comprensione per il mostro, ma forse non è mai stato così nero e spietato come in questo film. Il killer è inumano e deforme come quelli di The Texas Chain Saw Massacre di Tobe Hooper. Ha avuto una storia, un'umanità, ma (a differenza per esempio di Horror Hotline... Big Head Monster) di questa storia nel film restano poche tracce frammentarie che non compongono un quadro.
La città in Limbo è un labirinto per topi. Ci sono molte fughe angosciate ma questa fughe impossibili riportano al punto di partenza, cioè l'incontro con l'inseguitore. E' terreno di caccia del serial killer, ma in questo universo di follia assoluta anche i poliziotti sono cattivi poliziotti, sia in senso morale (la vendetta del poliziotto Cham nei confronti della ragazza è di una crudeltà assoluta) sia nel senso dell'incapacità. Siccome uno dei punti centrali del film è la ricerca della redenzione, incarnata in primo luogo dal personaggio di Cya Liu, possiamo dire che questa necessità di redenzione riguarda tutti i personaggi senza eccezione.