Richard Donner
Non ho letto il romanzo di Michael Crichton dal quale è stato tratto il film di viaggi nel tempo “Timeline”, di Richard Donner; magari è un capolavoro. Tuttavia la stupidità di questo film, non solo in termini di realizzazione ma anche a livello diegetico (ovvero: grossolanità e imperizia del racconto), è tale da fare una pessima pubblicità al romanzo stesso. S’intende, non sarebbe la prima volta che da un buon libro viene tratto un film orribile (perché mi salta in mente il film di Marco Ferreri da Bukowski?); s’intende, il biasimo ricade sugli incompetenti sceneggiatori Jeff Maguire e George Nolfi; tuttavia stavolta, vorace dottor Crichton, lei non avrà i miei euro.
E’ vero che la versione corrente di “Timeline” è stata visibilmente sconciata. Quando, vedendo l’inizio di un film, uno si chiede se per sbaglio il cinema non ne stia invece proiettando il trailer (brevissimi frammenti di scena montati apparentemente a caso; nessun tentativo di costruire la storia e introdurre i personaggi; insomma uno degli inizi più inetti e sfasciati della storia del cinema contemporaneo), ciò significa che il montatore della versione definitiva non era “compos sui” più degli sceneggiatori. Però, superato se Dio vuole il caos iniziale, la trama si delinea e “Timeline” risulta comprensibile; ma rimane dilettantesco. Nonché passabilmente ridicolo: alludo alla trovata - quanto mai inutile - di descrivere il viaggio nel tempo (qui realizzato mediante un processo di smaterializzazione nel presente e ricomposizione nel passato) paragonandolo all’invio di un fax. Dovrebbe servire a rinforzare il concetto degli “errori di trasmissione”, dandogli concretezza attuale agli occhi degli spettatori più beoti? Però quest’analogia cervellotica - il fax non spedisce materialmente un documento, al massimo lo ricopia - introduce un elemento di comicità involontaria: l’idea di farsi faxare nel passato, e (il processo essendo doloroso) il concetto che essere faxati fa male, distruggono quel tanto di adesione che poteva fornire uno spettatore già spazientito dal delirante inizio.
Ma consideriamo quest’analogia sbilenca un mero errore di retorica, e andiamo avanti. I protagonisti si trovano scaraventati fra inglesi e francesi nella Guerra dei Cento Anni, dove non hanno problemi di comunicazione, visto che gli inglesi (almeno nel doppiaggio) parlano l’inglese d’oggi. Nel film gli inglesi sono i cattivi, donde per il gruppo laboriose preoccupazioni per salvare capra e cavoli: salvare la pelle propria e della dama francese amata, ma insieme lasciare che gli inglesi vincano la battaglia, sennò cambiamo la storia. Per inciso, nel frattempo hanno già ucciso delle persone, quindi - è il classico paradosso temporale della fantascienza - la storia potrebbero già averla sconvolta (in un famoso racconto di Ray Bradbury, l’uccisione di una farfalla al tempo dei dinosauri cambia disastrosamente l’America contemporanea).
Seguono giochi d’incastri temporali prevedibilissimi e sviluppi telegrafati (vedi come il film all’inizio cerca pesantemente di attirare l’attenzione sulla tomba scolpita). L’azione si sviluppa secondo logiche dementi e gratuite; la caratterizzazione dei personaggi è risibile; gli interpreti sembrano usciti dalla filodrammatica della parrocchia. Il lettore si potrebbe chiedere: cosa combina l’anziano Richard Donner, discreto artigiano che aveva già avuto a che fare - assai lodevolmente - col Medioevo in “Ladyhawke”? Presumibilmente, per la maggior parte del film dorme sul set, come si dice facesse il nostro Mario Bonnard. Poi si va all’assedio del castello con battaglia finale, e qui la situazione suggerisce a Donner alcune belle immagini (ha anche un buon direttore della fotografia, Caleb Deschanel). L’incrocio di due sciami opposti di frecce infuocate che volano nella notte, eccetera. Ma sorbirsi tutto “Timeline” a pro di qualche fuoco nella notte? Meglio andare a tirare le cidulis in Carnia.
(Il Nuovo FVG)
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lunedì 7 gennaio 2008
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