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sabato 13 settembre 2025

Downton Abbey - Il gran finale

Simon Curtis

Nessuno fra noi appassionati di Downton Abbey potrà fare a meno di metter mano al fazzoletto in alcuni momenti dell’agile e bel film che conclude la lunga saga di Julian Fellowes, Downton Abbey – Il gran finale diretto da Simon Curtis, dopo sei stagioni tv e tre lungometraggi che spaziano dal 1912 al 1930. Ci si commuove in quest’addio: addio non ai personaggi in sé (non muore nessuno come Lady Violet nel secondo film; la dipartita della madre americana di Lady Cora è solo comunicata nel dialogo) ma al loro mondo. Senza fare eccessivi spoiler, Downton Abbey – Il gran finale è una serie di uscite di scena, pensionamenti e trasferimenti.
La saga televisivo-cinematografica tratteggia con precisione quasi marxista la decadenza economica dell’aristocrazia terriera inglese. Deliziosa nel presente film la scena in cui Lord Grantham (Hugh Bonneville), dovendo vendere il palazzo di Londra perché troppo costoso, va con la figlia Lady Mary a esaminare un appartamento londinese da acquistare in cambio, ma si stupisce all’idea di avere dei vicini al piano di sopra e a quello di sotto. “È una specie di torta millefoglie farcita di estranei”. Alle origini di Downton Abbey – passando per il lavoro di Fellowes con Robert Altman (Gosford Park) – ci sono due grandi esempi: Jean Renoir con La regola del gioco e il novel of manners inglese risalendo “per li rami” a Jane Austen. Sintomatico che Jean Renoir parli di separazioni, Jane Austen di unioni. In questa serie così attenta alla dialettica fra continuità e innovazione, è fondamentale la centralità della famiglia – legata alla grande casa che dà il titolo. Anzi, di una doppia famiglia, quella dei nobili e quella seconda famiglia subordinata che è la servitù. Che, com’è noto, può essere ancora più snob dell’originale: più di tutti il maggiordomo Carson (Jim Carter) che anche qui ha alcune delle sue classiche uscite.
Nel presente film, Lady Mary (la meravigliosa Michelle Dockery) si trova a essere ridotta a un’outcast nell’ambiente dell’aristocrazia a causa del suo divorzio da Henry Talbot (che già nel secondo film non appariva, con la scusa di un viaggio). Intanto la condizione economica va di male in peggio (scherza sua sorella Edith: “Metà del contante è già sfumato, e il tuo vestito ha fatto il resto”). A salvare se non altro la situazione sociale di Mary appare come deus ex machina nientemeno che Noël Coward (interpretato da Arty Froushan). Il film si apre sulla sua operetta Bitter Sweet, e durante la sua visita a Downton Abbey gli sentiamo descrivere il progetto di Cavalcade; per di più, graziosa novità di storia letteraria, è proprio a Downton Abbey che gli viene l’ispirazione e gli viene suggerito il titolo per la sua futura commedia Private Lives.
Deus ex machina: questo termine di origine teatrale casca assai bene nel contesto, perché Julian Fellowes approfitta dell’episodio finale per realizzare garbatamente il suo exegi monumentum mediante discreti tocchi metanarrativi. Il titolo del film appare sulla vasta inquadratura di una platea plaudente a fine spettacolo; quando la cuoca Mrs. Patmore dice a Daisy che “le nostre vite sono divise in capitoli… ogni volta che si chiude un capitolo se ne apre un altro”, in questa metafora di normale saggezza quotidiana è evidente il riferimento di Fellowes alla serialità televisiva; infine, a un certo punto Mr. Molesley dice – significativamente, guardando in macchina – che gli sceneggiatori come lui sono i veri autori dei film.
In verità Fellowes restituisce l’omaggio verso la fine, quando Molesley dice di aver imparato che gli sceneggiatori non vanno da nessuna parte senza gli attori. È proprio vero; a creare la calda attrattiva di Downton Abbey sono in egual modo la genialità inventiva di Fellowes (nelle caratterizzazioni prima ancora che nella peripezie) e la felicità delle interpretazioni di un cast formidabile. Grazie a questa combinazione – impreziosita da battute da grande commedia inglese (quella su Agatha Christie è fulminante) – tornare a vedere Downton Abbey in tv o al cinema è un autentico homecoming, un ritorno a casa.
Questi discorsi su sceneggiatura e interpretazione non intendono mettere in ombra l’abile lavoro del regista Simon Curtis. Bella quella luce commossa che avvolge Lord e Lady Grantham mentre vanno via! La narrazione è fluida, la messa in scena è capace: il ritratto di Lady Violet (Maggie Smith, cui il film è dedicato) nella grande sala ha una centralità da personaggio assente-ma-presente (anche comparendo in un caso a chiudere una scena in sintonia col commento musicale); ed è ottima l’inquadratura nel pre-finale in cui Lady Mary, l’erede, compare da sola col ritratto alle spalle, prima dell’entrata del montaggio di ricordi in flashback. Poi Mary esce di scena e la mdp mette simbolicamente il ritratto al centro; qui appare la dedica.
Così il film fa calare la tela su Downton Abbey, e vediamo – mentre scorrono i titoli di coda – la prosecuzione delle vita private dei protagonisti, provando quel sentimento agrodolce che si prova alla fine della lettura dei vecchi romanzi, quando l’autore o l’autrice ci racconta in poche righe il “dopo” delle vite che ha fatto vive. “Long live Downton Abbey!”, esclama Lady Mary alla fine salutando Edith che parte; al che Edith risponde “Amen to that”.

venerdì 6 maggio 2022

Downton Abbey II - Una nuova era

Simon Curtis

Come la maggior parte dei film western mette in scena, in realtà, la fine del West, così quella gigantesca epopea (ed elegia) della classe nobiliare inglese che è la serie Downton Abbey mette in scena la fine di quel periodo memorabile non tanto per la ricchezza quanto per il ton. Non è casuale che il primissimo episodio della serie tv cominciasse con l’annuncio dell’affondamento del Titanic – una sciagura che è rimasta nella nostra cultura come metafora della morte di un’epoca (due anni dopo seguì il “suicidio dell'Europa” con la Prima Guerra Mondiale).
Lo conferma fin dal titolo nel bel film di Simon Curtis Downton Abbey II – La nuova era, sempre scritto e prodotto da Julian Fellowes. E’ il secondo capitolo in cui si sposta sul grande schermo la vita della famiglia Crawley (famiglia nel senso antico che comprende la servitù), di cui sono incarnazione aristocratica Lady Violet (Maggie Smith) e Lord Grantham (Hugh Bonneville). Siamo arrivati agli inizi degli anni ‘30, e nella nuova era culmina quello che è il gran tema di fondo di tutta la serie: la trasformazione delle gerarchie sociali con una diversa integrazione morale tra le classi – che non piace all’inflessibile maggiordomo Carson (Jim Carter), massimo esempio del principio wodehousiano per cui il subordinato può essere più snob del padrone. C’è un valore metaforico in una scena di autentico rovesciamento in Downton Abbey II: per contribuire alla riuscita di un film che si sta girando al castello, tutti i servitori – assunti in veste di comparse – compaiono, seduti al tavolo di una cena lussuosa, vestiti degli abiti eleganti dell'aristocrazia (però, bel tocco di humour, quando compaiono Lord e Lady Grantham, si alzano in piedi rispettosamente come fanno sempre alla loro semplice tavola nei quartieri della servitù).
Tutta la serie è fondata su un’intersecazione narrativa (e un interscambio) tra padroni e servitori, che richiama, in piccolo!, il classico La regola del gioco di Renoir (un antecedente più prossimo è Gosford Park di Altman). Come sempre l’intreccio è ottimamente costruito e il dialogo è vivace, spiritoso e autentico. Se il film precedente, per dare una dimensione “cinematografica” alla serie tv, sviluppava un elemento di suspense con l’attentato al Re, questo rimane più legato alla dimensione quotidiana (sebbene la dimensione quotidiana a Downton sia più movimentata delle nostre!). Il film si articola abilmente su due linee conduttrici: un viaggio in Francia dove si scopre un possibile peccatuccio giovanile di Lady Violet, che manda in crisi Lord Grantham, e l’invasione – pagante – dei “cinematografari” a Downton Abbey per girare il loro film (giudizio di Lady Violet sul cinema: “Preferirei mangiare ghiaia”).
Quest’entrata del film nella storia rappresenta una divertita divagazione metacinematografica ricca di menzioni storiche (particolarmente apprezzabile quella di Abel Gance); e naturalmente – giacché si parla del passaggio dal muto al sonoro – c’è un ricordo di Cantando sotto la pioggia nel personaggio della diva cafona dall’accento disastroso. Non è la prima volta: un episodio della serie televisiva conteneva un omaggio verbale a Ivy Close, attrice del muto di cui il produttore Gareth Neame è bisnipote (oltre che nipote di Ronald Neame). E a proposito di inside jokes, il riferimento al Pigmalione di Shaw nel presente film nasconde anche un ammiccamento a Michelle Dockery (Lady Mary) che lo interpretò con grande successo a teatro nel 2007.
Mentre in molte serie tv è centrale la dimensione della peripezia (ovvero una crisi e la sua risoluzione), nella saga di Downton Alley le peripezie certo non mancano ma è centrale la dimensione del tempo, il suo lento flusso maestoso, la sua inesorabile continuità. Come sentiamo dire nel finale: “I Crawley vanno e vengono, la famiglia resta”. Alla fine del film, tradizionalmente, una morte viene bilanciata da una nascita. Così, personaggi amati possono prendere congedo, ma forse non abbiamo ancora visto tutto di Downton Abbey.