The
Old Man and His Car, Michael Kam
Diretto
e sceneggiato da Michael Kam, autore di premiati cortometraggi, The
Old Man and His Car è il suo primo lungometraggio: un’elegia della
vecchiaia, quietamente intensa, malinconica ma capace di aprirsi a un
“sollevarsi dell’animo” alla fine. La figura protagonista, così
presente nel cinema orientale, di vecchio solitario, silenzioso e
irritato, può richiamare alla mente, fra i film recenti, Diamonds in
the Sand di Janus Victoria (e anche nel presente film c’è un
accenno marginale a un caso di kodokushi,
morte solitaria in
un appartamento, che
aveva un ruolo importante nel film della
regista filippina).
A
Singapore l’ex insegnante
vedovo Tan Cheng
Hock (l’acclamato
attore singaporiano Lim Kay Tong)
ha venduto
il suo appartamento per
trasferirsi in Canada presso
il figlio, cedendogli
il denaro; la preferenza
per il figlio ha estraniato Hock
dalla figlia minore. Gli
resta da vendere la sua
Mercedes color
champagne (l’auto ha una rilevanza quasi da personaggio nel film),
di cui è geloso
perché è una
materializzazione dei sogni del passato.
Ma in serbo per Hock c’è
un’amara delusione.
In
un viaggio fino alla tentazione del suicidio e ritorno, Hock trova un
imprevisto rapporto umano con l’anziana transgender, June, che lo
aveva avvicinato, scandalizzandolo un po’, per comprargli l’auto.
Questa figura quasi co-protagonista è interpretata con misurata
intensità (e grande dignità) da Kristin Tiara, che già aveva
interpretato per Kam il ruolo della trans protagonista nel
cortometraggio Kristin dan Kuching Kuchingnya del 2023.
Per
apprezzare il realismo quotidiano, la nettezza di sguardo, del film,
basta vedere l’episodio del poliziotto: Hock era l’allenatore e
l’idolo di suo fratello morto, che lui non ricorda affatto, ma
finge di sì per opportunismo: “Quanti gol abbiamo fatto?” - “Era
il portiere, Sir”. Oppure lo stupefacente “duello verbale” di
Hock con un vecchio lavatore di vetri (Vincent Tee) che in precedenza
aveva offeso; l’approccio per ricucire diventa uno scontro di
sentenze contrapposte in inglese/in cinese.
Il
cuore del film è la memoria
– che si
esprime in frammenti di home movies (il figlio e la figlia da bambini
e la moglie morta) nei colori “solari” e
sgranati del super 8, in
opposizione alle belle
immagini nette dell’oggi
nella fotografia di Jeremy
Lau. Questi
frammenti di filmini familiari rappresentano
la soggettività del ricordo, come rimpianto del tempo andato e amaro
contrasto col presente: lo mostra una
piccola
scena in
un locale, quando essi vengono innestati dalla visione di un giovane
col figlio bambino da parte di Hock intristito.
A
stimolare i viaggi nel ricordo c’è anche l’amico ed ex collega
Seng, il cui carattere ciarliero forma un contrasto divertente col
taciturno Hock (lo interpreta Richard Low, presente in varie commedie
di Jack Neo). In una notevole pagina Seng rievoca la brillante
carriera di un comune amico ora distrutto dall’Alzheimer. Il
passato svanito: affrontato con la sorda rabbia di Hock o la
rassegnazione un po’ superficiale di Seng oppure quella profonda e
sentita di June.
Come
in scatole cinesi, il film, pur mantenendo la rigida focalizzazione
su Hock, si apre a squarci di vite altrui che non hanno il beneficio
dell’immagine interiore ma si esprimono nella dimensione dialogica
del racconto. Memorabile la rievocazione da parte di June dei giorni
andati di Bugis Street – quelli cantati da Yonfan in Bugis Street:
The Movie – con l’esplodere della vita notturna appena si faceva
sera, gli spettacoli e i concorsi di bellezza di trans e drag queens (sponsorizzati, racconta, dai chirurghi), gli amori passeggeri, la
prostituzione.
Proprio
l’attuale vita difficile di June, immigrata che resta a Singapore
per badare alla madre senile, è una lezione di umanità e resistenza
per Hock. Il climax emotivo del film è un grande dialogo finale fra
lui e June, nel parco di notte, una pagina assolutamente notevole sia
per il dialogo sia per l’inquadratura. Loro due in primo piano,
camminando nel parco, che si allontanano dall’auto rimasta sul
fondo coi fanali accesi, e la luce dei fanali staglia i loro corpi in
controluce: un’immagine che restituisce il senso di verità di
tutto il film.
(Catalogo FEFF 2026)
We
Are All Strangers, Anthony Chen
Sgombriamo
il campo da un equivoco: qualcuno sul web ha paragonato la “trilogia
della crescita” di Anthony Chen (Ilo Ilo, 2013, Wet Season, 2019, e
il presente film) a Truffaut, per via di Antoine Doinel/Jean-Pierre
Léaud, ma non è corretto. È vero che nei tre film vediamo crescere
via via il giovanissimo attore Koh Jia Ler, nato nel 2000 (sempre in
coppia con la grande attrice Yeo Yann Yann); però non è una
biografia, sono storie e personaggi differenti.
Invece
è vero che c’è qualcosa di Truffaut in We Are All Strangers: c’è
una sorta di tenerezza truffautiana in alcune scene, come quella in
cui il figlio bambino piccolo di
Regena Lim (uso i nomi degli attori) sente per la prima volta la
madre suonare al piano, o il primo appuntamento fuori dal lavoro fra
il maturo innamorato timido e la cameriera agile di spirito e di
lingua.
Il
film è la storia incrociata di due coppie. Da un lato due personaggi
maturi (Andi Lim e Yeo Yann Yann), l’uno un piccolo ristoratore,
l’altra una cameriera di birreria; dall’altro i giovani Koh Jia
Ler, figlio del ristoratore, e Regena Lim, una ragazza di buona
famiglia, che lui sposa nonostante la differenza di classe, anche
perché aspetta un bambino. Va detto subito che in un film ben
recitato, specie dagli attori anziani e sperimentati, spicca in modo
stellare la meravigliosa Yeo Yann Yann.
Sotto
la spinta di circostanze dolorose il giovane Koh Jia Ler, che
all’inizio è uno stronzetto irresponsabile, è costretto a
crescere. Inevitabile osservare che delle due storie intrecciate la
più interessante e commovente è in origine quella dei “vecchi”;
però progredendo si fondono, in un vero salto di qualità. Il film è
forse troppo lungo (due ore e 37’), ma questa lunghezza eccessiva
si avverte nella prima mezzora; in seguito, il film va in ascesa
continua, migliorando sempre, e facendoci palpitare per questa
famiglia allargata in una Singapore che (dice la cameriera, immigrata
malaysiana) è una città per i ricchi. Infatti c’è un pessimismo
di fondo nel film – che però riesce a non apparire mai costruzione
drammaturgica bensì osservazione realistica della vita.
Ah
Girl, Ang Geck Geck Priscilla
C’è
un'elegante semplicità, che si riscontra in molto cinema
singaporiano (e non solo, ovviamente), in Ah Girl, film di debutto di
Ang Geck Geck Priscilla, che ha attinto ai suoi ricordi d’infanzia
nella Singapore degli anni ‘90.
Ah
Girl, alias Swee Swee, è una bambina di sette anni. I suoi genitori
si separano e trovano un nuovo compagno/compagna; Ah Girl e la
sorellina minore Ah Tian restano a barcamenarsi fra padre e madre in
lotta e
le nuove semi-famiglie. Il film, sempre ad altezza dello sguardo
(spesso anche materialmente) della bambina, copre in modo eccellente
le due facce della sua
esistenza. Da un lato la
vita privata di una bambina,
con l’attrazione verso un occhialuto piccolo compagno di scuola e
con un
commercio (illegale a Singapore!) di chewing gum “importato” dal
Giappone, che le serve a comprare i
pastelli. Dall’altro, lo
scontro precoce con la realtà del mondo adulto – con
domande che nel
corso del film vanno
da “Perché gli adulti mentono sempre?” (non è una domanda
retorica polemica, è
proprio mancata comprensione) fino
a “Gli
adulti sono tutti bugiardi!” (e
qui è protesta). Ah
Girl si trova presa in una girandola di figure – padre, madre,
nonna: un’inquadratura irreale le mostra insieme su fondo nero –
in cui dal punto di vista della bambina i conti non tornano: perché
urtano contro l’inevitabile e sacrosanta alterità auto-protettiva
dell’infanzia.
È,
questa,
l’eterna incomprensibilità
del mondo adulto, che è sempre fatto di cose che passano sopra la
testa dei bambini (come il taglio di capelli da maschietto che già
porta Ah Tian e che Ah Girl detesta, ma deve sopportare); ma in
questo caso costringe a
una necessità dolorosa di adattarsi, ossia
di crescere, più
di quel che sia giusto a questa età. “Non crescere troppo in
fretta – gli adulti sono confusi” è il
consiglio/desiderio/morale finale
per bocca di lei.
Ah
Girl è un film fortemente umanistico. Esplora – alla Renoir –
l’umanità di tutti, anche di questo padre giocatore e sciagurato,
con le sue amanti, tutte grasse come gli piace, che Ah Girl denomina
per nazioni (zia Giappone, zia Malaysia). E di questa madre
long-suffering: è toccante il suo nervosismo, l’abitudine di bere
di notte, il dettaglio della mano tremante con cui si accende una
sigaretta dopo che il nuovo compagno si è arrabbiato con la bambina.
O la figura davvero tridimensionale della nonna, col suo bizzarro
atteggiamento verso il Giappone.
Ma
soprattutto, i bambini. Il film ci porta realmente dentro il loro
universo, il loro sistema di valori, i loro tesori (gli
insetti nelle scatoline), i drammi (il cassonetto!), le gioie, in una
parola il loro esistere. C’è un vago ricordo di Ozu quando la
sorellina fa un’imitazione di commento. E in generale c’è
un’attenzione, una disponibilità, della regista che riesce a
ottenere dalle due mini-attrici una veridicità indimenticabile.
