lunedì 1 giugno 2026

Far East Film Festival 2026 - Singapore

 

The Old Man and His Car, Michael Kam

Diretto e sceneggiato da Michael Kam, autore di premiati cortometraggi, The Old Man and His Car è il suo primo lungometraggio: un’elegia della vecchiaia, quietamente intensa, malinconica ma capace di aprirsi a un “sollevarsi dell’animo” alla fine. La figura protagonista, così presente nel cinema orientale, di vecchio solitario, silenzioso e irritato, può richiamare alla mente, fra i film recenti, Diamonds in the Sand di Janus Victoria (e anche nel presente film c’è un accenno marginale a un caso di kodokushi, morte solitaria in un appartamento, che aveva un ruolo importante nel film della regista filippina).
A Singapore l’ex insegnante vedovo Tan Cheng Hock (l’acclamato attore singaporiano Lim Kay Tong) ha venduto il suo appartamento per trasferirsi in Canada presso il figlio, cedendogli il denaro; la preferenza per il figlio ha estraniato Hock dalla figlia minore. Gli resta da vendere la sua Mercedes color champagne (l’auto ha una rilevanza quasi da personaggio nel film), di cui è geloso perché è una materializzazione dei sogni del passato. Ma in serbo per Hock c’è un’amara delusione.
In un viaggio fino alla tentazione del suicidio e ritorno, Hock trova un imprevisto rapporto umano con l’anziana transgender, June, che lo aveva avvicinato, scandalizzandolo un po’, per comprargli l’auto. Questa figura quasi co-protagonista è interpretata con misurata intensità (e grande dignità) da Kristin Tiara, che già aveva interpretato per Kam il ruolo della trans protagonista nel cortometraggio Kristin dan Kuching Kuchingnya del 2023.
Per apprezzare il realismo quotidiano, la nettezza di sguardo, del film, basta vedere l’episodio del poliziotto: Hock era l’allenatore e l’idolo di suo fratello morto, che lui non ricorda affatto, ma finge di sì per opportunismo: “Quanti gol abbiamo fatto?” - “Era il portiere, Sir”. Oppure lo stupefacente “duello verbale” di Hock con un vecchio lavatore di vetri (Vincent Tee) che in precedenza aveva offeso; l’approccio per ricucire diventa uno scontro di sentenze contrapposte in inglese/in cinese.
Il cuore del film è la memoria – che si esprime in frammenti di home movies (il figlio e la figlia da bambini e la moglie morta) nei colori “solari” e sgranati del super 8, in opposizione alle belle immagini nette dell’oggi nella fotografia di Jeremy Lau. Questi frammenti di filmini familiari rappresentano la soggettività del ricordo, come rimpianto del tempo andato e amaro contrasto col presente: lo mostra una piccola scena in un locale, quando essi vengono innestati dalla visione di un giovane col figlio bambino da parte di Hock intristito.
A stimolare i viaggi nel ricordo c’è anche l’amico ed ex collega Seng, il cui carattere ciarliero forma un contrasto divertente col taciturno Hock (lo interpreta Richard Low, presente in varie commedie di Jack Neo). In una notevole pagina Seng rievoca la brillante carriera di un comune amico ora distrutto dall’Alzheimer. Il passato svanito: affrontato con la sorda rabbia di Hock o la rassegnazione un po’ superficiale di Seng oppure quella profonda e sentita di June.
Come in scatole cinesi, il film, pur mantenendo la rigida focalizzazione su Hock, si apre a squarci di vite altrui che non hanno il beneficio dell’immagine interiore ma si esprimono nella dimensione dialogica del racconto. Memorabile la rievocazione da parte di June dei giorni andati di Bugis Street – quelli cantati da Yonfan in Bugis Street: The Movie – con l’esplodere della vita notturna appena si faceva sera, gli spettacoli e i concorsi di bellezza di trans e drag queens (sponsorizzati, racconta, dai chirurghi), gli amori passeggeri, la prostituzione.
Proprio l’attuale vita difficile di June, immigrata che resta a Singapore per badare alla madre senile, è una lezione di umanità e resistenza per Hock. Il climax emotivo del film è un grande dialogo finale fra lui e June, nel parco di notte, una pagina assolutamente notevole sia per il dialogo sia per l’inquadratura. Loro due in primo piano, camminando nel parco, che si allontanano dall’auto rimasta sul fondo coi fanali accesi, e la luce dei fanali staglia i loro corpi in controluce: un’immagine che restituisce il senso di verità di tutto il film.

(Catalogo FEFF 2026)


We Are All Strangers, Anthony Chen

Sgombriamo il campo da un equivoco: qualcuno sul web ha paragonato la “trilogia della crescita” di Anthony Chen (Ilo Ilo, 2013, Wet Season, 2019, e il presente film) a Truffaut, per via di Antoine Doinel/Jean-Pierre Léaud, ma non è corretto. È vero che nei tre film vediamo crescere via via il giovanissimo attore Koh Jia Ler, nato nel 2000 (sempre in coppia con la grande attrice Yeo Yann Yann); però non è una biografia, sono storie e personaggi differenti.
Invece è vero che c’è qualcosa di Truffaut in We Are All Strangers: c’è una sorta di tenerezza truffautiana in alcune scene, come quella in cui il figlio bambino piccolo di Regena Lim (uso i nomi degli attori) sente per la prima volta la madre suonare al piano, o il primo appuntamento fuori dal lavoro fra il maturo innamorato timido e la cameriera agile di spirito e di lingua.
Il film è la storia incrociata di due coppie. Da un lato due personaggi maturi (Andi Lim e Yeo Yann Yann), l’uno un piccolo ristoratore, l’altra una cameriera di birreria; dall’altro i giovani Koh Jia Ler, figlio del ristoratore, e Regena Lim, una ragazza di buona famiglia, che lui sposa nonostante la differenza di classe, anche perché aspetta un bambino. Va detto subito che in un film ben recitato, specie dagli attori anziani e sperimentati, spicca in modo stellare la meravigliosa Yeo Yann Yann.
Sotto la spinta di circostanze dolorose il giovane Koh Jia Ler, che all’inizio è uno stronzetto irresponsabile, è costretto a crescere. Inevitabile osservare che delle due storie intrecciate la più interessante e commovente è in origine quella dei “vecchi”; però progredendo si fondono, in un vero salto di qualità. Il film è forse troppo lungo (due ore e 37’), ma questa lunghezza eccessiva si avverte nella prima mezzora; in seguito, il film va in ascesa continua, migliorando sempre, e facendoci palpitare per questa famiglia allargata in una Singapore che (dice la cameriera, immigrata malaysiana) è una città per i ricchi. Infatti c’è un pessimismo di fondo nel film – che però riesce a non apparire mai costruzione drammaturgica bensì osservazione realistica della vita.

Ah Girl, Ang Geck Geck Priscilla

C’è un'elegante semplicità, che si riscontra in molto cinema singaporiano (e non solo, ovviamente), in Ah Girl, film di debutto di Ang Geck Geck Priscilla, che ha attinto ai suoi ricordi d’infanzia nella Singapore degli anni ‘90.
Ah Girl, alias Swee Swee, è una bambina di sette anni. I suoi genitori si separano e trovano un nuovo compagno/compagna; Ah Girl e la sorellina minore Ah Tian restano a barcamenarsi fra padre e madre in lotta e le nuove semi-famiglie. Il film, sempre ad altezza dello sguardo (spesso anche materialmente) della bambina, copre in modo eccellente le due facce della sua esistenza. Da un lato la vita privata di una bambina, con l’attrazione verso un occhialuto piccolo compagno di scuola e con un commercio (illegale a Singapore!) di chewing gum “importato” dal Giappone, che le serve a comprare i pastelli. Dall’altro, lo scontro precoce con la realtà del mondo adulto – con domande che nel corso del film vanno da “Perché gli adulti mentono sempre?” (non è una domanda retorica polemica, è proprio mancata comprensione) fino a “Gli adulti sono tutti bugiardi!” (e qui è protesta). Ah Girl si trova presa in una girandola di figure – padre, madre, nonna: un’inquadratura irreale le mostra insieme su fondo nero – in cui dal punto di vista della bambina i conti non tornano: perché urtano contro l’inevitabile e sacrosanta alterità auto-protettiva dell’infanzia.
È, questa, l’eterna incomprensibilità del mondo adulto, che è sempre fatto di cose che passano sopra la testa dei bambini (come il taglio di capelli da maschietto che già porta Ah Tian e che Ah Girl detesta, ma deve sopportare); ma in questo caso costringe a una necessità dolorosa di adattarsi, ossia di crescere, più di quel che sia giusto a questa età. “Non crescere troppo in fretta – gli adulti sono confusi” è il consiglio/desiderio/morale finale per bocca di lei.
Ah Girl è un film fortemente umanistico. Esplora – alla Renoir – l’umanità di tutti, anche di questo padre giocatore e sciagurato, con le sue amanti, tutte grasse come gli piace, che Ah Girl denomina per nazioni (zia Giappone, zia Malaysia). E di questa madre long-suffering: è toccante il suo nervosismo, l’abitudine di bere di notte, il dettaglio della mano tremante con cui si accende una sigaretta dopo che il nuovo compagno si è arrabbiato con la bambina. O la figura davvero tridimensionale della nonna, col suo bizzarro atteggiamento verso il Giappone.
Ma soprattutto, i bambini. Il film ci porta realmente dentro il loro universo, il loro sistema di valori, i loro tesori (gli insetti nelle scatoline), i drammi (il cassonetto!), le gioie, in una parola il loro esistere. C’è un vago ricordo di Ozu quando la sorellina fa un’imitazione di commento. E in generale c’è un’attenzione, una disponibilità, della regista che riesce a ottenere dalle due mini-attrici una veridicità indimenticabile.