venerdì 5 giugno 2026

Far East Film Festival 2026 - Indonesia e Malaysia

 

Dopamine, Teddy Soeria Atmadja

In un’edizione in cui scarseggiava un po’ il cinema popolare duro e puro (purtroppo ho perso l’hongkonghese Road to Vendetta), è stato il benvenuto un thriller modesto ma piacevole come Dopamine di Teddy Soeria Atmadja (Indonesia). Malik è disoccupato, indebitato coi loan sharks, sua moglie Alya aspetta un bambino. Sta cercando senza successo di cambiare una ruota forata sotto un diluvio di pioggia quando un buon samaritano si ferma e gli offre un paesaggio in auto verso casa. Grato, Malik lo invita a cena (grande la battuta “Mia moglie prepara degli ottimi noodles istantanei”) e poi gli offre ospitalità per la notte. Ma il giorno dopo lo trovano morto di overdose, e vicino a lui una valigia strapiena di soldi. Prima che facciate in tempo a dire “Non è un paese per vecchi”, decidono di fare sparire il cadavere e le tracce e tenersi il malloppo.
Felice di quell’attimo di respiro dopo aver tacitato gli usurai, Malik comincia a spendere e spandere (anche un televisore di lusso!). Non è l’uomo più intelligente dell’Indonesia; il cervello in famiglia ce l’ha sua moglie, ma lui fa di testa sua; tuttavia, impossibile non provare simpatia per questa coppia di poveracci improvvisamente baciati dalla fortuna.
Un bacio relativo – perché poi come è ovvio cominciano i guai, con l’apparizione di un inquietante figuro in cerca del morto e dei soldi (con una preferenza per questi ultimi), nonché con la polizia che annusa qualcosa di losco. Il film diventa violento, ma un lieto fine, laborioso quanto si vuole, ci fa uscire di buon umore dalla sala.
Accanto alla brava Shenina Cinnamon nel ruolo della maltrattatissima Alya, vanno segnalati due eccellenti attori in ruoli secondari, che tengono su il film. Teuku Rifnu Wikana è il gangster, e fa davvero paura nella sua caratterizzazione: non uno psicopatico feroce come Javier Bardem in Non è un paese per vecchi ma un calmo professionista spietato: un uomo impassibile che provoca dolore e paura non per gusto ma per mestiere (il suo modo di colpire all’improvviso fa sobbalzare sulla poltrona). Mi spiace di ignorare il nome del secondo, l’attore caratterista che disegna con faccia memorabile una figura di poliziotto scettico, che ha visto tutto il male del mondo come Maigret.

Ghost in the Cell, Joko Anwar

Il delirante horror indonesiano Ghost in the Cell (scritto, diretto e montato, oltre che co-prodotto, da Joko Anwar) è allo stesso tempo una storia di orrore soprannaturale (uno spirito vendicativo imperversa in una prigione indonesiana uccidendo orribilmente le sue vittime, alle quali appare come copia mostruosa di loro stessi) e un film sociale a molti strati: vediamo la realtà della vita in prigione, con una discreta descrizione psicologica dei carcerati, e di un capoguardia sadico (Bront Palarae), ma vediamo anche la corruzione diffusa nella società indonesiana dentro e fuori il carcere – e sentiamo ripetere la frase “Questa è l’Indonesia, credi che siamo in Norvegia?” come condanna definitiva di un intero paese.
Ma c’è un secondo doppio livello, sconcertante, sul piano stilistico. Il film si svolge normalmente su un binario drammatico, in tutti gli aspetti sopra elencati – solo che improvvisamente talvolta passa a un aspetto di commedia. Infatti, il ghost uccide chi è infuriato, il che si vede dal cambiamento di colore dell’aura, e la preghiera o il ballo fanno migliorare l’aura, allontanando lo spirito assassino. Così, durante le risse, tutt’a un tratto questi criminaloni tatuati si mettono a fare twerking insieme (e del resto, lo stesso spettacolo di questi durissimi carcerati che imparano a ballare con un maestro gay contiene una forte carica di ironia visuale). Questi salti di tonalità non sono proprio un esempio di cinema classico; ma bisogna dire che funzionano.
L’aspetto centrale del film è però la sua crudeltà visuale estetizzante. È normale nell’horror vedere un corpo tormentato, o strappato in due come strapperemmo un figlio di carta, ma qui il ghost dispone i cadaveri delle sue vittime creando ora vere installazioni artistiche ,ora incredibili connubi di carne e macchina: il cadavere di un carcerato diventa una doccia, col soffione che esce dalla bocca, il cadavere di un cuoco diventa un fornello. In questo è da riconoscere un’influenza in particolare: quella dei film (Hellraiser) di Clive Barker.

Mother Bhumi, Chong Keat Aun

La grande diva cinese Fan Bingbing, che tutti abbiamo più volte adorato sul grande schermo del FEFF (menziono solo I Am Not Madame Bovary nel 2017), ha ricevuto il Gelso d’Oro alla Carriera – e vorrei ricordare il suo bellissimo discorso di accettazione – prima della proiezione del suo film Mother Bhumi. Questo film malaysiano (coproduzione con Hong Kong, Italia e Arabia Saudita) diretto da Chong Keat Aun presenta una Fan Bingbing completamente inedita, nel ruolo di una contadina di origine cinese che nella Malaysia moderna aiuta i suoi concittadini: di giorno nel difficile rapporto con l’oppressione della burocrazia, di notte usando le sue doti sciamaniche in contatto col mondo degli spiriti. Coltivatrice vedova, da un lato è una donna “moderna”, guida l’auto, aiuta la popolazione cinese a resistere alle prepotenze del governo malaysiano che vuole portar loro via la terra e le case (è successo anche alla sua famiglia); dall’altro, pratica riti ed esorcismi contro la magia nera (che ha ucciso suo marito) in favore della popolazione cinese ma anche dei musulmani se lo richiedono. Ciò ha un costo sul piano dei rapporti con la figlia maggiore. 
Il film parla di un conflitto etnico che conosciamo ben poco. I colonialisti inglesi avevano costretto i nativi malesi a cedere la terra, tramite loro, ai cinesi venuti dal Siam. Un secolo dopo, raggiunta l’indipendenza, il governo malaysiano tormenta i discendenti di quei cinesi perché vuole che la terra sia restituita ai nativi (nota che nel film si parla di un proprietario terriero, non di poveri contadini). Come periodo, siamo all’epoca in cui nella vicina Indonesia cadeva Suharto. Il film espone di scorcio le convulsioni politiche malaysiane, con un nativo “moderato”, amico di famiglia di Im, che viene destituito e poi viene arrestato durante un viaggio politico a Kuala Lumpur.
Il secondo elemento di Mother Bhumi è quello magico (vediamo anche l’esame attraverso l’uovo, già visto in altri film) e ha come sempre un interesse antropologico; ma anche su questo piano il film non fa sconti allo spettatore occidentale. Per esempio, in una scena viene demolita la casa di una donna cinese costretta ad andarsene: assistono in silenzio, inquadrati di schiena, in un bel campo lungo, numerosi cinesi, fra cui un monaco e un suonatore di strumento ad arco; forse non si capisce immediatamente che sono fantasmi. Perché nel film i fantasmi si mescolano ai vivi (c’è una splendida scena iniziale, quella della donna investita da un auto, che lo mostra). In contrapposizione alla mania americana dello spiegare tutto a chiare lettere, qui è lo spettatore che deve rendersi conto entro un discorso allusivo e poetico.
Tutto questo rende il film a volte criptico (converrebbe vederlo due volte, come ha fatto chi scrive), ma gli dà un fascino particolare, che lo imprime fortemente nella memoria. Anche sul piano visuale Mother Bhumi si raccomanda per la bellezza della fotografia (di Leung Ming Kai). La lentezza del racconto è una scelta stilistica voluta che aggiunge qualcosa a questo suo svolgersi ipnotico, impegnativo ma fascinoso.

The Fox King, Woo Ming Jin

C’è un bellissimo romanzo francese del 1913, Le Grand Meaulnes, di Alain-Fournier (che morirà in guerra l’anno dopo), sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in cui l’impostazione realistica si “trascolora” in una temperie magica e sognante.
Me lo ha ricordato lo stupefacente The Fox King (Malaysia) di Woo Ming Jin. Due fratelli gemelli adolescenti, orfani di madre, di cui uno non sa parlare, o meglio parla sbottando con nomi di animali (solo il gemello lo comprende); per questo è perseguitato dai bulli, assieme al fratello che lo difende. Un padre canagliesco che li ha abbandonati, salvo farsi vivo quando gli servono (come la raccolta illegale dei durian). E poi, sulla riva deserta del mare, i due incontrano una bella donna, Lara, tornata dall’estero, ex campionessa di nuoto sincronizzato nella sua altra vita (memorabile l’immagine delle sue gambe nude che emergono verticalmente dall’acqua), che si rivela essere la loro (severa) insegnante di inglese a scuola. Il loro diverso rapporto con la bella insegnante crea tra loro una confusa frattura.
Sarebbe inutile riferire una trama ben più complessa di quanto sembri a prima vista. Tutto è realistico, eppure tutto è bizzarro, in questo film che descrive il grumo di sentimenti inespressi, l’incertezza assistenziale, l’assertività e la paura, la confusione di fondo dell’età adolescenziale dei due. e insieme offre, come di scorcio attraverso il loro sguardo soggettivo, la storia di Lara – che assume anche i tratti dell’allegoria di un Paese a metà strada fra il passato e il futuro. The Fox King è un film che all’inizio sembra destinato a un piccolo realismo descrittivo (peraltro i tratti di bizzarria arrivano subito, con l’incontro dei due ragazzi con la nuova matrigna) e invece si sviluppa su un livello di originalità stupefacente. “Realismo magico” potrebbe essere l’espressione migliore.


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