sabato 6 giugno 2026

Backrooms

Kane Parsons

Che certi luoghi abbiano una loro cupa atmosfera, l’uomo lo sa fin da quando viveva nelle caverne. Ma luoghi/non luoghi come le backrooms hanno un’atmosfera inquietante come luoghi del nulla: spazi vuoti, sezioni deserte di edifici, come rimesse o magazzini, non-luoghi marcati dall’astratta freddezza della modernità. Oggi Thomas Gray non produrrebbe l’Elegia scritta in un cimitero campestre bensì l’Elegia scritta in una backroom metropolitana.
Il giovanissimo Kane Parsons, alias Kane Pixels, è l’autore di una bellissima serie web di mini-film horror/atmosferici sulle backrooms, spazi dell’assenza caratterizzati da un’ossessione per il colore giallo, esplorati in tenui criptici impianti narrativi legati alla pratica della registrazione e del found footage: la cinepresa in soggettiva, come in The Blair Witch Project. Inutile ricordare che su questo c’è una vera estetica nell’horror contemporaneo. Ora la casa di produzione A24 – cui si deve una serie di film innovativi, anche nel campo dell’horror – ha invitato Parsons a trasportare la sua concezione in un lungometraggio per le sale cinematografiche; e Backrooms ha riscosso un imprevisto enorme successo, specie fra il pubblico giovanile.
Nel film, Clark (Chiwetel Ejiofor) è il proprietario di un grande negozio di mobili in crisi, che cerca di pubblicizzare con filmati amatoriali ultrakitsch in cui fa il pirata con gamba di legno. Divorziato e depresso, Clark va da una psicoanalista, Mary (Renate Reinsve), a sua volta nevrotica per tristi esperienze pregresse. Nel seminterrato del suo negozio Clark trova una “porta” – una parete attraverso la quale si può passare – che introduce a una sterminata backroom gialla, con mobili accatastati, oppure disseminati qua e là. Val la pena di notare che questa backroom si apre dentro un grande negozio vuoto che sta in un desolato parcheggio vuoto di centro commerciale – vale a dire, un non-luogo dentro un non-luogo dentro un non-luogo. Nella seconda parte del film (cercando di evitare spoiler) è Mary che si avventura in questa dimensione alternativa, dove Clark è sparito, e incontra, detto in soldoni, l’inconscio malato di Clark.
C’entra una sorta di “memoria dei luoghi”, teorizzata in un paio di pesanti spiegoni in forma di dialogo.
I corti di Kane Parsons sul web avevano un esile sviluppo, ma giocavano soprattutto sulla carica evocativa dei luoghi. Backrooms, scritto da Will Soodik, sconta gravemente la difficoltà della scommessa di fare un film di un’ora e cinquanta che su queste basi deve innestare un plot; e finisce per sembrare un episodio dilatato del vecchio telefilm Ai confini della realtà. Non per nulla, ciò che maggiormente rimane nella memoria dopo la visione non è tanto la storia quanto (ancora!) l'aspetto visuale, con questi interminabili locali gialli, fra Alice nel paese delle meraviglie e i labirinti autoreplicantesi dei videogiochi. 
In più, nel finale si avverte eccessivamente l'influsso di uno dei produttori, Shawn Levy (vale a dire, Stranger Things). Che dire? Il tentativo è interessante, il successo giustifica l'impresa (Parsons sta già progettando un Backrooms 2). Tuttavia, di Kane Parsons si possono ancora vedere i corti su YouTube: onestamente, sono più belli e fanno anche più paura. 

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