Kane Parsons
Che
certi luoghi abbiano una loro cupa atmosfera, l’uomo lo sa fin da
quando viveva nelle caverne. Ma luoghi/non luoghi come le backrooms
hanno un’atmosfera inquietante come luoghi del nulla: spazi vuoti,
sezioni deserte di edifici, come rimesse o magazzini, non-luoghi
marcati dall’astratta freddezza della modernità. Oggi Thomas Gray
non produrrebbe l’Elegia scritta in un cimitero campestre bensì
l’Elegia scritta in una backroom metropolitana.
Il
giovanissimo Kane Parsons,
alias Kane Pixels, è
l’autore
di una bellissima
serie web di
mini-film
horror/atmosferici sulle backrooms, spazi
dell’assenza
caratterizzati
da un’ossessione per il colore giallo, esplorati
in tenui
criptici
impianti
narrativi
legati
alla pratica della
registrazione e del found
footage: la
cinepresa in soggettiva, come
in The Blair Witch Project.
Inutile ricordare che su
questo c’è una vera estetica nell’horror contemporaneo. Ora
la
casa di produzione A24 –
cui si deve una serie di film innovativi, anche nel campo dell’horror
– ha invitato Parsons a trasportare
la sua concezione in un
lungometraggio per le sale cinematografiche; e Backrooms ha riscosso
un imprevisto enorme successo, specie fra il pubblico giovanile.
Nel
film, Clark (Chiwetel
Ejiofor) è
il proprietario di un grande negozio di mobili in
crisi, che cerca di
pubblicizzare con filmati amatoriali ultrakitsch in cui fa il pirata
con gamba di legno. Divorziato
e depresso, Clark
va da una psicoanalista, Mary (Renate
Reinsve), a sua volta
nevrotica per tristi
esperienze pregresse. Nel
seminterrato del suo negozio Clark trova una “porta” – una
parete attraverso la quale
si può
passare
– che introduce a una sterminata backroom gialla, con mobili
accatastati, oppure
disseminati qua e là. Val
la pena di notare che questa backroom
si apre dentro
un grande negozio vuoto che sta in un desolato parcheggio vuoto
di centro commerciale –
vale a dire, un non-luogo dentro un non-luogo dentro un non-luogo.
Nella seconda parte
del film (cercando di
evitare
spoiler) è Mary che si
avventura in questa dimensione
alternativa, dove
Clark è sparito, e
incontra, detto in soldoni,
l’inconscio malato di Clark. C’entra
una sorta di “memoria dei luoghi”, teorizzata in un paio di pesanti spiegoni in forma di dialogo.
I corti di Kane Parsons sul web avevano un esile sviluppo, ma giocavano soprattutto sulla carica evocativa dei luoghi. Backrooms, scritto da Will Soodik, sconta gravemente la difficoltà della scommessa di fare un film di un’ora e cinquanta che su queste basi deve innestare un plot; e finisce per sembrare un episodio dilatato del vecchio telefilm Ai confini della realtà. Non per nulla, ciò che maggiormente rimane nella memoria dopo la visione non è tanto la storia quanto (ancora!) l'aspetto visuale, con questi interminabili locali gialli, fra Alice nel paese delle meraviglie e i labirinti autoreplicantesi dei videogiochi.
In più, nel finale si avverte eccessivamente l'influsso di uno dei produttori, Shawn Levy (vale a dire, Stranger Things). Che dire? Il tentativo è interessante, il successo giustifica l'impresa (Parsons sta già progettando un Backrooms 2). Tuttavia, di Kane Parsons si possono ancora vedere i corti su YouTube: onestamente, sono più belli e fanno anche più paura.

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