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venerdì 18 gennaio 2008

Ratatouille

Brad Bird e Jan Pinkava

“Ratatouille” (da cui il friulano “ratatuie”, certamente parola entrata con l’invasione napoleonica): un piatto misto di verdura; ora, anche uno splendido cartoon in animazione digitale di produzione Pixar. Diretto da Brad Bird e Jan Pinkava, narra la carriera parigina di Remy, pantegana appassionata di alta cucina, che usando come “schermo” umano l’impacciato Linguini riesce a diventare un grande chef. Questa epopea di un ratto innamorato della sinfonia dei sapori innalza la bandiera dello slow food contro il fast food in modo mille volte più garbato e convincente che lordure di celluloide come “Supersize Me”.
La Pixar incrocia sempre una particolare attenzione al racconto con l’eccellenza sul piano grafico. Anche in “Ratatouille”, basta vedere la precisione degli ambienti (in un cartoon digitale non ha più senso parlare, come si faceva prima, di “sfondi”); l’autenticità dei movimenti (le arrampicate del ratto sui tubi!); le scene di massa - è il caso di dirlo - dei ratti, con quel loro brulicare che sembra di sentirseli vicini; il realismo dei dettagli minimi come la pelliccia dei topi (non tanto Remy, che è una pantegana particolarmente pulita, quanto il padre e il fratello). Ma in primo luogo le espressioni. Quelle di Remy sono di un’autenticità umanizzata impressionante. Il capolavoro è quando, imprigionato nella bottiglia, dialoga a gesti con Linguini - persino un attore umano raramente è stato tanto espressivo quanto, nella scena, questo disegno in computer graphics.
C’è un grande momento sperimentale allorché il film, per rendere graficamente gli orgasmi palatali di questa pantegana gourmet, si lancia in una visualizzazione del gusto in forma di disegni astratti che compaiono sul fondo nero alle sue spalle. Bellissima soluzione di sinestesia, che ricorda le astrazioni del disneyano “Fantasia” (1940) allo scopo di “disegnare” la musica. Da segnalare, poi, anche l’omaggio ai vecchi tempi dei cartoon nei titoli di coda: che dall’animazione computerizzata passano al cartone animato bidimensionale ricreando un raffinato stile anni ’50, pittorico e semiastratto, memore del modernismo delle produzioni U.P.A. di John Hubley e dei disegni di Ralph Steadman.
Eppure, al di là del valore della realizzazione grafica, quello che fa la grandezza di “Ratatouille” è l’intelligenza sfavillante del racconto. Il film è una commedia viva e divertente, tenera e buffa - di un buffo che, pur essendo mosso e vivace quanto occorre, tiene più della “screwball comedy” dei film dal vivo che non della comicità tradizionale dei cartoni animati. Non mancano omaggi e citazioni, naturalmente, da “Rocky” a Audrey Tatou; e per inciso (giacché la Disney ha comprato la Pixar nel 2006, dopo una lunga e burrascosa collaborazione) possiamo osservare che l’improvvisa scena horror dei topi morti che pendono nella vetrina, visti in soggettiva nell’oscurità e nella tempesta, appare come un perfetto soprassalto di gotico disneyano.
Il dialogo è brillante (grande il racconto confidenziale dei segreti del cuoco Horst). Il racconto è ben strutturato sul piano narrativo, e non manca di spessore: l’anticonformista Remy si potrebbe definire un “Gabbiano Jonathan Livingston” delle pantegane, ma il suo rapporto col padre ha un elemento, quieto e implicito, di profondità che il modesto romanzo di Richard Bach non raggiunge mai. Da quella robustezza narrativa che caratterizza la Pixar viene al film la sua ricchezza di sottotesti. Fra essi il più importante è legato alla figura del cupo critico gastronomico Anton Ego (cui nell’originale dava voce Peter O’Toole): che mentre all’inizio sembrava la solita marionetta di “villain” secondario (il primario essendo il capo-chef Skinner), assume nello sviluppo un’imprevista risonanza; fino ad enunciare verso la fine una riflessione autocritica sul proprio mestiere (qui critico gastronomico, ma vale anche per quelli cinematografici!) ch’è tutt’altro che banale, e anzi merita riflessione in verità.

(Il Nuovo FVG)

lunedì 7 gennaio 2008

Gli Incredibili

Brad Bird

Una famosa frase di Brecht - che di solito viene citata dandole il senso esattamente opposto a quel che Brecht intendeva - recita: felice quel popolo che non ha bisogno di eroi. Potremmo parodiarla così: felice quel popolo che non ha bisogno di supereroi. Gli americani si convincono di essere quel popolo, nell’antefatto del geniale “Gli Incredibili - Una ‘normale’ famiglia di supereroi” di Brad Bird, cartoon in animazione computerizzata della Pixar, prodotto da John Lasseter. Perseguitati dalla mediocrità egualitaria, dalla demagogia dei politici, dalla stupidità trionfante (un aspirante suicida si butta dal grattacielo, il supereroe lo salva e quello gli fa causa per danni), i supereroi sono costretti a vivere in incognito e fingersi persone normali; non possono più usare i loro superpoteri per aiutare il prossimo se non clandestinamente. Proprio nel corso di tali attività clandestine il protagonista finisce nei guai sull’isola del super-malvagio Sindrome, e la moglie - che non ne sapeva nulla - corre alla riscossa, e i figli con lei.
L’atout de “Gli Incredibili” è in primo luogo l’eccellenza tecnica: come computer graphics è il film più avanzato finora prodotto dalla Pixar (“Toy Story” ormai ci sembra arcaico!). Ovviamente è una miniera di citazioni cinematografiche. L’avventura si sviluppa fra “True Lies” e “Spy Games”; l’isola di Sindrome tiene presente Spielberg ma fondamentalmente riprende i film di James Bond anni ‘70 come “L’uomo dalla pistola d’oro”; e comprende un dichiarato omaggio a George Lucas e “Guerre stellari”. A partire, s’intende, da un attento richiamo ironico a tutta l’iconografia supereroica cine/televisiva (in primis, “Spider-Man” e “Batman”).
Come mostra la vasta gamma dei gradi di deformazione umoristica delle figure umane, l’ispirazione grafica riporta largamente al cartone animato “moderno” degli anni ’60 (cui rendono omaggio i bei titoli di coda), e ciò in feconda contraddizione con la corposità pseudo-tridimensionale provvista dall’animazione al computer. Attenti a non farsi respingere in partenza dall’aspetto caricatural-lezioso, in stile televisivo, un po’ alla Hanna & Barbera, di questa famiglia di supereroi: tale grafica è una conscia scelta espressiva, entra nella complessa riflessione ironica che questo film estremamente stratificato porta avanti su un’invitante pluralità di livelli. La ricchezza dei livelli di lettura sotto quello infantile di base è sempre stata un obiettivo della Pixar - se ne trovano tracce perfino nel deludente “Alla ricerca di Nemo” - e “Gli Incredibili” è il film Pixar finora riuscito meglio su questo terreno.
Multi-stratificato è dunque l’aggettivo adatto per questo cartoon (beninteso, lo stesso termine cartoon è arcaico per definire la sua tecnica; qui lo manteniamo solo per intenderci). Anche a livello di consumo il film funziona egualmente bene su diverse fasce d’età: i bambini si appassioneranno all’aspetto comico e fracassone della commedia avventurosa, mentre gli adulti ne apprezzeranno lo spiritoso discorso sulla cultura di massa e la società americana (c’è anche un lepido elemento di sitcom familiare). Piccolo capolavoro di intelligenza satirica, oltre che di appropriatezza linguistica, “Gli Incredibili” è il film definitivo sulla solitudine del supereroe - quello che non sono riusciti ad essere i due “X-Men” di Bryan Singer.
Alla fine, di fronte all’attacco terroristico (il riferimento è voluto) del mega-robot alla metropoli, i supereroi di ritorno vengono acclamati di nuovo. Poiché l’America con l’11 settembre ha (come periodicamente avviene nella storia di questo Paese, con le sue ricorrenti Pearl Harbor) “perso l’innocenza”: il Male esiste - questo è un tema esplicito del film - e il popolo ha bisogno di (super)eroi. Così, spostandoci a livello di sociologia culturale, questo film va oltre la sfera satirica amabilmente “camp” per proporre un’interessante riflessione sulla nuova America guerriera.

(Il Nuovo FVG)