Ridley Scott
Premessa:
chi è friulano o veneto troverà un divertito piacere nel vedere i
“nostri” paesaggi come controfigura del Colorado nel passabile
(non di più) The Dog Stars – Le stelle dopo la fine di Ridley
Scott. È un film
post-apocalittico – attenzione, seguono spoiler – in cui la
civiltà è stata distrutta da un virus. Ma che sia stata la guerra
atomica o l’epidemia o gli zombi a distruggerla, le post-apocalissi
si somigliano tutte. Il che non è necessariamente un male; la
questione non sono i paesaggi e le scenografie del disastro (che
naturalmente sono sempre suggestive) ma l’uso che se ne fa.
Ogni
volta che qualcuno spara – giustamente – a un ladro, tutta una
platea di pecore si mette a belare “Far West, Far West”. Ma
fermiamoci un attimo sulla questione. Il Far West rappresenta
mitologicamente l’assenza della legge: l’anarchia del bellum
omnium contra omnes, simboleggiato dal possesso generale dell’arma
(la pistola alla fondina). È indicativo che in realtà la grande
maggioranza dei film western non metta in scena il West ma la fine
del West: il momento in cui l’anarchia cede il passo al dominio
delle legge – ove nel momento catartico lo scontro finale assume i
caratteri del sacrificio (solo con questo può formarsi una comunità
ordinata dove far crescere in sicurezza i figli: la chiesa, la scuola
e il ballo sull’aia fordiani). Viceversa, esistono momenti in cui
la legge non può imporsi perché non esiste più (è il caso dei
film apocalittici) – o rinuncia a imporsi (come in un certo paese a
forma di stivale che ho in mente) – e in questa situazione è solo
naturale che spuntino fuori i fucili, le pistole e la legge di Lynch.
Nello
scenario proto-western di The Dog Stars si contrappongono, elaborando
il lutto in due forme opposte, il giovane Hig (Jason Elordi) e
l’anziano Bangley (Josh Brolin). Nota che Ridley Scott ama centrare
i suoi film su un dualismo, una polarizzazione. L’ex marine Bangley
si è adattato senza sforzo al presente, mentre Hig, che vola col suo
Cessna sulle montagne per rifornirsi fra le rovine di Denver, vive la
condizione melancolica del rimpianto. Una bella frase nel dialogo
evoca l’invidia deorum: “Baciavo mia moglie e giocavo col mio
cane, chiedendomi ogni giorno come mai fossi così fortunato”.
Un
modo di dire, citato nei dialoghi, diventa realtà: prima si spara
poi si fanno domande. Non sapremo mai se i due giovanissimi uccisi a
vista da Bangley (una scena che ci mette in crisi perché interpella
la nostra moralità privata) erano solo cauti o erano l’avanguardia
di un’orda di assassini. Peraltro il rovescio della medaglia è
farsi uccidere. Nota che il litigio fra Hig e Bangley, che porta alla
loro separazione, non avviene per questo ma, potremmo dire, per il
motivo opposto.
Dunque,
un western con aereo. Non per nulla, dei due gruppi di selvaggi che
Scott mette in scena – senza fantasia! – per creare problemi ai
suoi eroi e mandare avanti l’azione l’azione, quello che appare
nella classica parte della fattoria attacca in puro stile carica dei
Sioux (mentre l’altro viene dritto da Mad Max). C’è nel film uno
spirito – attenzione: uno spirito: non una riuscita artistica –
prettamente alla Anthony Mann. L’uscita dalla spirale di morte per
raggiungere la comunità pacifica dei mennoniti può ricordare, in
piccolo, Là dove scende il fiume. Se i personaggi di Mann sono
sempre perseguitati dalle Furie (che è anche il titolo di un suo
splendido e misconosciuto capolavoro), qui Hig è perseguitato dalla
Furia del passato, una Furia mansueta e dolce, lo spettro/ricordo
della moglie incinta; lui va a Denver anche per evocarla. Conviene
ricordare qui che lo sconvolgimento di aver visto è uno degli assi
portanti del cinema di Scott.
Poiché
The Dog Stars è tutto e il contrario di tutto, la voce radio da
Grand Junction che Hig sente in volo, e rischia la pelle pur di
raggiungerla, ci riporta direttamente al filone post-atomico:
ricordiamo il messaggio-beffa del cupo L’ultima spiaggia di Stanley
Kramer. In The Dog Stars il messaggio è reale; ma serve a portare il
suo protagonista nel segmento horror del film. Questa parte a Grand
Junction è probabilmente la migliore e la più originale del film di
Scott, anche se è impossibile non avvertire una dissonanza con il
resto. È molto bello il modo in cui il senso di minaccia nascosta si
insinua nel racconto fin a partire dal primo piano di una delle
guardie in divisa e cresce in modo “malato” e inquietante sempre
più. Lo rinforza il carattere più bizzarro di tutto, che è il
riferimento agli anni Cinquanta, non implicato da nulla sul piano
diegetico (se non dai gusti personali di Darlene/Allison Janney),
dove Ridley Scott sembra quasi voler fare il verso a David Lynch.
Scott
ha diretto, nella lunga fase discendente della sua carriera, alcuni
film gonfi e spompati, come Napoleon, ed altri migliori: in
particolare ha mostrato una netta ripresa con Il gladiatore II, pur
senza raggiungere il magnifico precedente. A intermittenza, mostra
ancora le sue doti migliori, bravura nella costruzione visuale e
capacità nel rendere l’azione, in The Dog Stars, che sconta la
sceneggiatura indecisa di Mark L. Smith.
