mercoledì 2 settembre 2026

The Dog Stars - Le stelle dopo la fine

Ridley Scott

Premessa: chi è friulano o veneto troverà un divertito piacere nel vedere i “nostri” paesaggi come controfigura del Colorado nel passabile (non di più) The Dog Stars – Le stelle dopo la fine di Ridley Scott. È un film post-apocalittico – attenzione, seguono spoiler – in cui la civiltà è stata distrutta da un virus. Ma che sia stata la guerra atomica o l’epidemia o gli zombi a distruggerla, le post-apocalissi si somigliano tutte. Il che non è necessariamente un male; la questione non sono i paesaggi e le scenografie del disastro (che naturalmente sono sempre suggestive) ma l’uso che se ne fa.
Ogni volta che qualcuno spara – giustamente – a un ladro, tutta una platea di pecore si mette a belare “Far West, Far West”. Ma fermiamoci un attimo sulla questione. Il Far West rappresenta mitologicamente l’assenza della legge: l’anarchia del bellum omnium contra omnes, simboleggiato dal possesso generale dell’arma (la pistola alla fondina). È indicativo che in realtà la grande maggioranza dei film western non metta in scena il West ma la fine del West: il momento in cui l’anarchia cede il passo al dominio delle legge – ove nel momento catartico lo scontro finale assume i caratteri del sacrificio (solo con questo può formarsi una comunità ordinata dove far crescere in sicurezza i figli: la chiesa, la scuola e il ballo sull’aia fordiani). Viceversa, esistono momenti in cui la legge non può imporsi perché non esiste più (è il caso dei film apocalittici) – o rinuncia a imporsi (come in un certo paese a forma di stivale che ho in mente) – e in questa situazione è solo naturale che spuntino fuori i fucili, le pistole e la legge di Lynch.
Nello scenario proto-western di The Dog Stars si contrappongono, elaborando il lutto in due forme opposte, il giovane Hig (Jason Elordi) e l’anziano Bangley (Josh Brolin). Nota che Ridley Scott ama centrare i suoi film su un dualismo, una polarizzazione. L’ex marine Bangley si è adattato senza sforzo al presente, mentre Hig, che vola col suo Cessna sulle montagne per rifornirsi fra le rovine di Denver, vive la condizione melancolica del rimpianto. Una bella frase nel dialogo evoca l’invidia deorum: “Baciavo mia moglie e giocavo col mio cane, chiedendomi ogni giorno come mai fossi così fortunato”.
Un modo di dire, citato nei dialoghi, diventa realtà: prima si spara poi si fanno domande. Non sapremo mai se i due giovanissimi uccisi a vista da Bangley (una scena che ci mette in crisi perché interpella la nostra moralità privata) erano solo cauti o erano l’avanguardia di un’orda di assassini. Peraltro il rovescio della medaglia è farsi uccidere. Nota che il litigio fra Hig e Bangley, che porta alla loro separazione, non avviene per questo ma, potremmo dire, per il motivo opposto.
Dunque, un western con aereo. Non per nulla, dei due gruppi di selvaggi che Scott mette in scena – senza fantasia! – per creare problemi ai suoi eroi e mandare avanti l’azione l’azione, quello che appare nella classica parte della fattoria attacca in puro stile carica dei Sioux (mentre l’altro viene dritto da Mad Max). C’è nel film uno spirito – attenzione: uno spirito: non una riuscita artistica – prettamente alla Anthony Mann. L’uscita dalla spirale di morte per raggiungere la comunità pacifica dei mennoniti può ricordare, in piccolo, Là dove scende il fiume. Se i personaggi di Mann sono sempre perseguitati dalle Furie (che è anche il titolo di un suo splendido e misconosciuto capolavoro), qui Hig è perseguitato dalla Furia del passato, una Furia mansueta e dolce, lo spettro/ricordo della moglie incinta; lui va a Denver anche per evocarla. Conviene ricordare qui che lo sconvolgimento di aver visto è uno degli assi portanti del cinema di Scott.
Poiché The Dog Stars è tutto e il contrario di tutto, la voce radio da Grand Junction che Hig sente in volo, e rischia la pelle pur di raggiungerla, ci riporta direttamente al filone post-atomico: ricordiamo il messaggio-beffa del cupo L’ultima spiaggia di Stanley Kramer. In The Dog Stars il messaggio è reale; ma serve a portare il suo protagonista nel segmento horror del film. Questa parte a Grand Junction è probabilmente la migliore e la più originale del film di Scott, anche se è impossibile non avvertire una dissonanza con il resto. È molto bello il modo in cui il senso di minaccia nascosta si insinua nel racconto fin a partire dal primo piano di una delle guardie in divisa e cresce in modo “malato” e inquietante sempre più. Lo rinforza il carattere più bizzarro di tutto, che è il riferimento agli anni Cinquanta, non implicato da nulla sul piano diegetico (se non dai gusti personali di Darlene/Allison Janney), dove Ridley Scott sembra quasi voler fare il verso a David Lynch.
Scott ha diretto, nella lunga fase discendente della sua carriera, alcuni film gonfi e spompati, come Napoleon, ed altri migliori: in particolare ha mostrato una netta ripresa con Il gladiatore II, pur senza raggiungere il magnifico precedente. A intermittenza, mostra ancora le sue doti migliori, bravura nella costruzione visuale e capacità nel rendere l’azione, in The Dog Stars, che sconta la sceneggiatura indecisa di Mark L. Smith. 

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