sabato 15 agosto 2026

La fine di Oak Street

David Robert Mitchell

È un bizzarro misto di disneysmo e crudeltà La fine di Oak Street di David Robert Mitchell. (Attenzione: qui pongo subito il cartello: Spoiler! Queste righe possono essere lette solo dopo aver visto il film). 
Ambientato nel 1982 – val la pena di ricordare il ruolo di produttore di J.J. Abrams (Super 8) – pone l’elemento nostalgico solo per distruggerlo. È puro Disney parodistico l’inizio con il classico display di normalità prima della catastrofe, super-mieloso, con la festa con tutti sorridenti e la famigliola che fa la corsa nei sacchi; ma il quadro familiare e generale mostra subito le sue crepe. Denise (Anne Hathaway), più intelligente del marito giuggiolone Greg (Ewan McGregor), è in rottura con lui – il quale, sentiremo poi, le ha anche tenuto nascosto di avere perso il lavoro e vive consegnando pizze a domicilio – ed è un’aspirante scrittrice che si ispira ai propri guai familiari. La figlia maggiore Audrey si sta estraniando; quanto al minore, Brian, l’immagine “iconica” del ragazzino in bicicletta (da E.T. a Stranger Things) è avvelenata da una nota maligna quando il dialogo ci rivela la sua stupidità. Possiamo aggiungere un vicino insopportabile che minaccia di far male al loro cane.
E poi il quartiere viene misteriosamente trasportato al tempo della preistoria (non c’è spiegazione per questo se non una fumosa ipotesi di Audrey, lettrice di Carl Sagan, sui wormholes). Il concetto è di uno “scambio” temporale tra due epoche di una stessa porzione del mondo – lo stesso che ha ispirato la bella trilogia di S.M. Stirling sull’isola di Nantucket d'oggi che si ritrova nell’Età del Bronzo; qui però il salto è di 200 milioni di anni, con un’invasione di creature feroci che attaccano gli abitanti. Di qui, un film di lotta – o più che altro fuga – per la sopravvivenza, con le bestiacce che saltano fuori a sorpresa; il film ricorda molto un racconto di Stephen King, The Mist (dal quale fu tratto il film omonimo di Frank Darabont), dove una nebbia impenetrabile circonda un supermercato, e vi si nascondono paurose creature di un’altra dimensione. Qui imperversano i dinosauri (uso il termine in modo generico), che non sono quelli “squamosi” di Jurassic Park ma sono adeguati alle teorie recenti, coperti di piume lanuginose.


Distruzione fin dal titolo della vecchia way of life americana dipinta attraverso l’ottimismo degli anni ‘80, La fine di Oak Street è un piacevolissimo film scappa-scappa, tutto fughe e attacchi, ben realizzati e invero spettacolari. Nota che nella parte iniziale del disastro, quando appare il primo dinosauro piumato (della stazza di un velociraptor) che attacca Greg e lo insegue, a un certo punto una persona esce da una casa vicina e il dinosauro in corsa le salta addosso e le mangia la testa. Questo momento è alquanto sconvolgente: evidentemente non perché il pericolo non si fosse già palesato, ma perché questa prima morte quasi casuale e brutale ci sembra un improvviso cambio di paradigma: dal pericolo stile Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi al pericolo stile Jurassic Park. Di qui in poi è tutto sempre più nero – da menzionare un’inquadratura horror come quella della strada cosparsa di cadaveri, con uccellacci preistorici (parenti degli pterodattili) appollaiati che li assaggiano.
La logica è a volte piuttosto traballante, e nel film si nasconde qualche tratto di ingenuità. La capacità dei dinosauri di avvicinarsi di soppiatto viene sfruttata più del lecito: penso a una scena in cui i protagonisti sono occupati a guardare, preoccupati, avanti, e dal fondo scena compare e si avvicina quatto quatto un dinosaurone enorme senza che loro se ne accorgano. Lo stesso vale, in maniera diversa, per il serpentone che entra in casa: il quale sarà anche bravo a strisciare silenziosamente, ma qui si esagera. Comunque tutto questo si può rubricare sotto il segno della spettacolarità, e quindi va bene. È quel tipo di esagerazione che nelle platee maleducate americane induce gli spettatori a gridare avvertimenti.
Un aspetto interessante, con un addentellato vagamente satirico, mostra l’atomizzazione della società americana. In qualsiasi film catastrofico del passato, dopo il primo momento di panico gli abitanti avrebbero cercato prima di comunicare fra loro e poi di coalizzarsi per far fronte contro i mostri. (Con tutti i problemi del caso, naturalmente, e George A. Romero ce l’ha ben mostrato). Qui ogni unità, persona o famiglia che sia, è da sola – non solo nel segno della triste necessità (mentre i protagonisti camminano a un certo punto si vedono sul fondo tre persone che scappano inseguita da un dinosauro) ma in generale. Parafrasando Werner Herzog: ognuno per sé e i dinosauri contro tutti.


È un indubbio momento di shock sul piano narrativo quando Greg prima perde la gamba e subito dopo la vita sotto i denti di un dinosauro: perché contraddice alle leggi non scritte del cinema, dove l’eroe (o anche il marito tonto dell’eroina) non muore, in quanto la catastrofe serve provvidenzialmente a rimetterli insieme (caso limite, 2012 di Roland Emmerich: la fine del mondo per ricucire un divorzio). Ma questo elemento di “shock narrativo” viene abilmente recuperato nel finale a sorpresa.
Infatti, sfuggendo a uccellacci particolarmente ripugnanti, i personaggi riescono a saltare dentro una “bolla” (wormhole?) che li riporta nel nostro tempo – 20 minuti prima che succeda la catastrofe. Se chiamiamo Ora X il momento in cui il fenomeno ha trasferito Oak Street nella preistoria, quello in cui Denise e i ragazzi ricompaiono è Ora X meno 20’. In questo lasso di tempo, con un trucco (telefona da una cabina per ordinargli una pizza) Denise fa venire là dove sono il marito Greg – e riesce anche a telefonare ai suoi conoscenti, che abbiamo visto morire nel film, di lasciare la zona condannata.
Ma c’è un intoppo. Come abbiamo visto, all’Ora X era in casa tutta la famiglia. Se Denise 1 e i figli 1 recuperano con gioia e abbracci Greg 2, come un pezzo di ricambio, che cosa succede, all’Ora X, alla famiglia 2? (Il film accenna a queste altre “versioni”). È lecito concludere che all’Ora X Denise 2 e i figli 2 si siano ritrovati nella preistoria senza il marito e padre (non che servirebbe a molto, peraltro).
Forse vi si sono adattati, come dei Robinson preistorici (difficile, visto il tono spietato del film). O forse sono destinati a trovare anche loro la “bolla” e ripiombare nel nostro tempo (nel qual caso si crea un interessante caso di bigamia, e si passa dai dinosauri ai tribunali). L’ipotesi più probabile è che siano periti. Quel ch’è certo è che, per ricostruire la famiglia 1, Denise 1 ha rubato Greg 2 alla famiglia 2 (ossia a se stessa 2 – mors mea, vita mea). Alla larga dai paradossi temporali!
E se è così, l’autore del cupo It Follows si è divertito a chiudere con una nota nascosta di agghiacciante crudeltà il film.

Hokum

Damian McCarthy

Una volta c’erano i movie brats, quelli che hanno rivoluzionato il cinema americano. Venivano dalle facoltà di cinema all’università, dove si erano formati sul grande cinema, da Hawks ai B-movies; avevano riflettuto sull’arte della sceneggiatura; e volevano portare il loro amore del cinema dietro la macchina da presa. Magari mandavano in rovina la casa di produzione, ma facevano buoni film.
Oggi i giovani registi si formano sul web, che è una buona scuola per alcuni tratti, ma non insegna la cosa più importante: la costruzione narrativa. È qua che casca Hokum di Damian McCarthy – ed è la mancanza di tanti nuovi horror (per dire, si vede anche nel fortunato Obsession, che senza essere un capolavoro è dieci volte migliore di Hokum). Il film di McCarthy, regista e sceneggiatore, è una congerie carente di ordine, di ritmo, di distribuzione del materiale narrativo. C’è una proliferazione incerta di idee e personaggi, anche con figure ridondanti, come Jerry (certo, risponde a un’esigenza dello sviluppo, quella di introdurre il protagonista nell’albergo chiuso; ma per esempio si poteva risolvere fondendo la sua figura con quella di Alby). Strano che McCarthy dichiari di essere un ammiratore di John Carpenter, perché gli manca proprio la pulizia classicheggiante di Carpenter.
L’autore, poi, commette l’errore di creare un protagonista assolutamente odioso. Il suo Bauman è tormentato, d’accordo (sai che novità) ma questo non implica l’essere uno str...uzzo. Anche un villain, quand’è protagonista, per quanto malvagio deve avere un tratto che lo connetta con noi. Pensate a Riccardo III con la sua “didattica del crimine”. Si aggiunge a questo l’interpretazione umbratile di Adam Scott.
Hokum è un film di ambienti, e in questo funziona. Ci sono, nel mucchio, alcune buone idee, sempre sul piano visuale: bellissimo in particolare il cadavere di Fiona, con quelle grandi orecchie pelose del costume di Halloween. Insomma il materiale c’è; ma lo svolgimento è sbilanciato. Così il film si regge – in mancanza di uno sviluppo armonioso – sui jump scares


sabato 1 agosto 2026

L' Île de Calypso (1905)

Georges Méliès

Parlando di Odissea… Non è una scoperta; sono grato a tutte quelle persone, più colte di me, che l’hanno segnalato sul web; ma vorrei avvertire i miei amici che si può vedere su YouTube il fantastico film di Méliès “L’Île de Calypso ou Ulysse et le géant Polyphème”, del 1905, che dovrebbe essere la prima versione dell’“Odissea”. Attenti a scegliere la copia completa, di 3 minuti e 38” (densissimi). Il protagonista è Georges Méliès, che quindi è il primo Ulisse della storia del cinema.
Ulisse arriva davanti a una caverna buia sulla spiaggia e là si addormenta. Dalla grotta escono suonatrici che danzano e poi Calipso, che le manda via e sveglia Ulisse, il quale è subito conquistato. Ma subito Calipso, contro il nero della grotta, svanisce (non la tipica sparizione alla Méliès: un po’ più lentamente del solito). Poi dalla grotta esce una mano gigantesca, rapace, che fruga alla cieca. Questo trucco fotografico è una magnifica realizzazione, ma anche una sorpresa, visto il tono idilliaco precedente. Gli spettatori dell’epoca avranno fatto un salto sulla sedia.
La mano si ritira e appare la testa di Polifemo. Gesto di orrore di Ulisse, che poi prende la lancia e la pianta nell’occhio (il sangue che cade sul viso ricorda il volto della Luna col razzo nell’occhio nel “Voyage dans la Lune” del 1902). Il ciclope si ritrae sofferente nella caverna. Dalla grotta esce di corsa Calipso che prende Ulisse per un angolo del suo mantello bianco e cerca di tirarlo dentro, ma Ulisse si svincola e fugge. Calipso ritorna indietro piangendo, consolata dalle altre donne.
Il breve film unisce abilmente l’episodio di Calipso e quello di Polifemo del poema. Ma ci chiediamo: la fuga di Ulisse (corrispondente nel poema alla partenza dall’isola della dea) è solo un virtuoso resistere alla tentazione, nella linea classica di “Ercole al bivio”… o è una fuga dal pericolo? Questo spazio nero della caverna, nel quale coesistono Calipso e Polifemo, è nella sua ambiguità un antenato di tutti i luoghi horror del cinema.