Danny Boyle
A una frase stupidissima di Leonardo Di Caprio, Virginia Ledoyen risponde: “Questo è il genere di str... pretenziose che gli americani dicono sempre alle ragazze francesi per portarsele a letto”. Chissà se possiamo vederci un micro-accenno di ironia metacinematografica; giacché di “str... pretenziose” consimili, pronunciate con serietà totale, è costellata la sceneggiatura di “The Beach” di Danny Boyle. Che dico, costellata? Addirittura fondata! Sono strutturali. E lo sceneggiatore John Hodge lo sa, perché le ha scritte lui; così forse mette le mani avanti. Del resto, che volesse esibire una coda di pavone metacinematografica lo mostrava già prima la battuta di Di Caprio quando trova Robert Carlyle morto: “Non pensi mai che possa capitarti una di quelle cose che capitano in un film”.
Quand’anche “The Beach” contenga un accenno ironicamente autocritico, sarebbe solo un altro tratto di furbizia, non meno pretenziosa. Non c’è niente di sincero in questo “megaturkey”, come direbbero gli americani; per ritrovare un simile precedente di stupidità cinematografica bisogna risalire a “Il mio West” di Veronesi & Pieraccioni. Il soffocante tono sentenzioso e para-poetico (“Persino il Paradiso ha bisogno di essere un po’ modellato”, declama Tilda Swinton fra la gente che zappa) attraversa, alluvionale, tutto il film; e dal dialogo si estende alle immagini (penso all’esecrabile inquadratura di Di Caprio e della sua squinzia che nuotano fra i gamberetti luminescenti). Darius Khondji è uno dei più grandi direttori della fotografia viventi, ma in “The Beach” tradisce una tendenza al roboante e una vena turistico-pompier che sinceramente non gli conoscevamo. Questo film è una rassegna del basso romanticismo più furbesco e kitsch. Per musicarlo non dovevano chiamare Angelo Badalamenti ma Toto Cutugno.
Leo Di Caprio è un campione di infantilismo giovanil-americano che vuole cercare la vita vera a Bangkok. Robert Carlyle, un suonato con spinello, prima di suicidarsi gli regala la mappa di un’isola-paradiso dalla perfetta sabbia bianca e piena di marijuana. Leo arruola altri due giovani sfigati e raggiunge fortunosamente l’isola, dove si aggregano a una comune di hippies in ritardo guidata con pugno di ferro da Tilda Swinton. E non è che l’inizio... Un modello sotteso con evidenza al film è “Apocalypse Now”: lo dichiara nelle primissime scene la citazione del capolavoro di Coppola che vediamo in tv, e il modello ritorna pesantemente nella parte conclusiva con la follia di Di Caprio, completa di apparizioni allucinatorie del defunto Carlyle in stile simil-Coppola (è presente anche “Il cacciatore” di Cimino - siamo sempre in area Vietnam). Ora, se vogliamo, le premesse di “Apocalypse Now” non sono meno azzardate di quelle di “The Beach”. Solo che Coppola è un grande del cinema, mentre Danny Boyle ha avuto esordi interessanti ma basta “Una vita esagerata” per mostrare che è un bidone.
Un secondo modello per “The Beach” - involontario, questo - sono i film di Franchi e Ingrassia, come “Farfallon”. Il richiamo sorge inevitabile più volte durante la visione, ma il momento in cui esplode è quando vediamo la faccia di Leo Di Caprio allorché i contadini thailandesi uccidono i quattro nuovi arrivati. Le sue smorfie in quest’occasione sono puro Franco Franchi. Di Caprio nel film ne fa di tutti i colori, mangia un baco, si trasforma in videogioco (in una scena sovranamente incongrua), ma non aggiunge proprio nulla alla sua fama. La modestia della sua interpretazione non fa che portar acqua alla comicità involontaria del film. Morale, in “The Beach” la sproporzione fra le ambizioni e i risultati ricorda “Waterworld”. Parliamoci chiaro: volevano costruire una gigantesca, pensosa riflessione epica sull’isola felice e le pulsioni umane, sul Paradiso e la tendenza all’autodistruzione - e tutto quello che han saputo inventare è la madre di tutti i Club Mediterranée.
(Il Nuovo FVG)
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sabato 5 gennaio 2008
28 giorni dopo
Danny Boyle
Consiglio per le situazioni post-atomiche: se vi trovate soli in una città deserta inseguiti da zombi cannibali, guardatevi bene dall’usare il film “28 giorni dopo” come modello e manuale di sopravvivenza: finireste in pancia ai mostri. Infatti si ha di continuo l’impressione che i personaggi dell’ambizioso film catastrofico di Danny Boyle stiano semplicemente cercando di farsi ammazzare.
Per colpa dell’irruzione di un gruppo di animalisti in un laboratorio, si abbatte sulla Gran Bretagna un’epidemia, una sorta di super-rabbia, che la spopola. Il protagonista Jim/Cillian Murphy era in coma in ospedale; si sveglia, ritrovandosi tutto solo, e prima che possiate dire “George A. Romero” si trova a vagare per una Londra apparentemente deserta e a farsi inseguire dagli infetti, una specie di zombi assassini, dagli occhi rossi, che si muovono più velocemente del normale. “28 giorni dopo” è girato in digitale, e la ripresa accelerata degli infetti dà loro un’aria irreale che però non stona nel film, il quale ricorre a diversi artifici fotografici leggermente gratuiti per darsi un’aria artistica.
Ciò non riesce a celare che si tratta di un’opera chiaramente derivativa. Sceneggiato dal sempre disastroso Alex Garland, è una scopiazzatura “arty” e presuntuosa della grande trilogia dei morti viventi di Romero: segnatamente il secondo film, “Dawn of the Dead” (“Zombi”), da cui prende la “danza macabra” del crollo di una civiltà, e il terzo, “Day of the Dead” (“Il giorno degli zombi”), da cui vengono i militari rozzi e crudeli, il comandante paranoico e perfino l’infetto “domestico” tenuto alla catena. Nota il simbolismo della statua classica, un Laocoonte, nella villa presidiata dai militari: Boyle canta la morte della civiltà occidentale; ma Romero l’aveva già fatto in modo infinitamente più alto per livello artistico, efficacia narrativa e anche radicalità politica.
La prima parte del film è senza dubbio la migliore. Ci sono delle buone soluzioni visive nel muoversi di Cillian Murphy per la città paurosamente deserta (già visto, ma sempre efficace); buono l’uso del suono - o dell’assenza di suono che amplifica il vuoto visuale - e della musica, fusa con le immagini come in un videoclip. L’assalto del prete-zombi dentro la chiesa è la scena più genuinamente spaventosa del film. Invece “28 giorni dopo” precipita a capo fitto nella stupidità a partire da quando i nostri eroi in fuga da Londra raggiungono il presidio dei militari.
Il difetto più evidente del film sono le inverosimili balordaggini di sceneggiatura. Possono ancora essere divertenti quelle ingenuità cui accennavo sopra, come quando durante la fuga in auto i nostri si cacciano dentro una galleria: per risparmiare tempo, dicono, in realtà giusto per mettersi nei guai a pro della sceneggiatura. Già lo sono di meno le caratterizzazioni stereotipate: Selena/Naomie Harris nella prima parte del film è una specie di Sigourney Weaver dei poveri (nella seconda se ne dimentica e diventa la più tradizionale “damsel in distress”). Ma l’implausibilità cresce man mano fino a diventare una sorta di fastidiosa presa per i fondelli. Esempio: posto che i militari in realtà non vogliono salvare i civili ma solo rubargli le donne, lo stupro delle due prigioniere viene rimandato, indovina, perché possano prepararsi vestendosi di eleganti abiti rossi! Solo così il salvatore ha il tempo di introdursi nella villa. E il modo in cui Naomie Harris, sorvegliata con l’altra, convince i soldati a lasciarle sole? Ma neanche nel più ingenuo B-movie degli anni ’30!
L’effetto negativo è decuplicato dalla compiaciuta sicumera “artistica” del film, fra soluzioni estetizzanti e simbolismi forzati. Danny Boyle ha fatto una carriera da gambero, tutta all’indietro, da “Piccoli omicidi fra amici” a “Trainspotting” al brutto “Una vita esagerata” all’orrido “The Beach”; e anche se in confronto a quello “28 giorni dopo” è un paio di gradini in su, Boyle è destinato ad essere un’eterna delusione.
(Il Nuovo FVG)
Consiglio per le situazioni post-atomiche: se vi trovate soli in una città deserta inseguiti da zombi cannibali, guardatevi bene dall’usare il film “28 giorni dopo” come modello e manuale di sopravvivenza: finireste in pancia ai mostri. Infatti si ha di continuo l’impressione che i personaggi dell’ambizioso film catastrofico di Danny Boyle stiano semplicemente cercando di farsi ammazzare.
Per colpa dell’irruzione di un gruppo di animalisti in un laboratorio, si abbatte sulla Gran Bretagna un’epidemia, una sorta di super-rabbia, che la spopola. Il protagonista Jim/Cillian Murphy era in coma in ospedale; si sveglia, ritrovandosi tutto solo, e prima che possiate dire “George A. Romero” si trova a vagare per una Londra apparentemente deserta e a farsi inseguire dagli infetti, una specie di zombi assassini, dagli occhi rossi, che si muovono più velocemente del normale. “28 giorni dopo” è girato in digitale, e la ripresa accelerata degli infetti dà loro un’aria irreale che però non stona nel film, il quale ricorre a diversi artifici fotografici leggermente gratuiti per darsi un’aria artistica.
Ciò non riesce a celare che si tratta di un’opera chiaramente derivativa. Sceneggiato dal sempre disastroso Alex Garland, è una scopiazzatura “arty” e presuntuosa della grande trilogia dei morti viventi di Romero: segnatamente il secondo film, “Dawn of the Dead” (“Zombi”), da cui prende la “danza macabra” del crollo di una civiltà, e il terzo, “Day of the Dead” (“Il giorno degli zombi”), da cui vengono i militari rozzi e crudeli, il comandante paranoico e perfino l’infetto “domestico” tenuto alla catena. Nota il simbolismo della statua classica, un Laocoonte, nella villa presidiata dai militari: Boyle canta la morte della civiltà occidentale; ma Romero l’aveva già fatto in modo infinitamente più alto per livello artistico, efficacia narrativa e anche radicalità politica.
La prima parte del film è senza dubbio la migliore. Ci sono delle buone soluzioni visive nel muoversi di Cillian Murphy per la città paurosamente deserta (già visto, ma sempre efficace); buono l’uso del suono - o dell’assenza di suono che amplifica il vuoto visuale - e della musica, fusa con le immagini come in un videoclip. L’assalto del prete-zombi dentro la chiesa è la scena più genuinamente spaventosa del film. Invece “28 giorni dopo” precipita a capo fitto nella stupidità a partire da quando i nostri eroi in fuga da Londra raggiungono il presidio dei militari.
Il difetto più evidente del film sono le inverosimili balordaggini di sceneggiatura. Possono ancora essere divertenti quelle ingenuità cui accennavo sopra, come quando durante la fuga in auto i nostri si cacciano dentro una galleria: per risparmiare tempo, dicono, in realtà giusto per mettersi nei guai a pro della sceneggiatura. Già lo sono di meno le caratterizzazioni stereotipate: Selena/Naomie Harris nella prima parte del film è una specie di Sigourney Weaver dei poveri (nella seconda se ne dimentica e diventa la più tradizionale “damsel in distress”). Ma l’implausibilità cresce man mano fino a diventare una sorta di fastidiosa presa per i fondelli. Esempio: posto che i militari in realtà non vogliono salvare i civili ma solo rubargli le donne, lo stupro delle due prigioniere viene rimandato, indovina, perché possano prepararsi vestendosi di eleganti abiti rossi! Solo così il salvatore ha il tempo di introdursi nella villa. E il modo in cui Naomie Harris, sorvegliata con l’altra, convince i soldati a lasciarle sole? Ma neanche nel più ingenuo B-movie degli anni ’30!
L’effetto negativo è decuplicato dalla compiaciuta sicumera “artistica” del film, fra soluzioni estetizzanti e simbolismi forzati. Danny Boyle ha fatto una carriera da gambero, tutta all’indietro, da “Piccoli omicidi fra amici” a “Trainspotting” al brutto “Una vita esagerata” all’orrido “The Beach”; e anche se in confronto a quello “28 giorni dopo” è un paio di gradini in su, Boyle è destinato ad essere un’eterna delusione.
(Il Nuovo FVG)
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