sabato 5 gennaio 2008

28 giorni dopo

Danny Boyle

Consiglio per le situazioni post-atomiche: se vi trovate soli in una città deserta inseguiti da zombi cannibali, guardatevi bene dall’usare il film “28 giorni dopo” come modello e manuale di sopravvivenza: finireste in pancia ai mostri. Infatti si ha di continuo l’impressione che i personaggi dell’ambizioso film catastrofico di Danny Boyle stiano semplicemente cercando di farsi ammazzare.
Per colpa dell’irruzione di un gruppo di animalisti in un laboratorio, si abbatte sulla Gran Bretagna un’epidemia, una sorta di super-rabbia, che la spopola. Il protagonista Jim/Cillian Murphy era in coma in ospedale; si sveglia, ritrovandosi tutto solo, e prima che possiate dire “George A. Romero” si trova a vagare per una Londra apparentemente deserta e a farsi inseguire dagli infetti, una specie di zombi assassini, dagli occhi rossi, che si muovono più velocemente del normale. “28 giorni dopo” è girato in digitale, e la ripresa accelerata degli infetti dà loro un’aria irreale che però non stona nel film, il quale ricorre a diversi artifici fotografici leggermente gratuiti per darsi un’aria artistica.
Ciò non riesce a celare che si tratta di un’opera chiaramente derivativa. Sceneggiato dal sempre disastroso Alex Garland, è una scopiazzatura “arty” e presuntuosa della grande trilogia dei morti viventi di Romero: segnatamente il secondo film, “Dawn of the Dead” (“Zombi”), da cui prende la “danza macabra” del crollo di una civiltà, e il terzo, “Day of the Dead” (“Il giorno degli zombi”), da cui vengono i militari rozzi e crudeli, il comandante paranoico e perfino l’infetto “domestico” tenuto alla catena. Nota il simbolismo della statua classica, un Laocoonte, nella villa presidiata dai militari: Boyle canta la morte della civiltà occidentale; ma Romero l’aveva già fatto in modo infinitamente più alto per livello artistico, efficacia narrativa e anche radicalità politica.
La prima parte del film è senza dubbio la migliore. Ci sono delle buone soluzioni visive nel muoversi di Cillian Murphy per la città paurosamente deserta (già visto, ma sempre efficace); buono l’uso del suono - o dell’assenza di suono che amplifica il vuoto visuale - e della musica, fusa con le immagini come in un videoclip. L’assalto del prete-zombi dentro la chiesa è la scena più genuinamente spaventosa del film. Invece “28 giorni dopo” precipita a capo fitto nella stupidità a partire da quando i nostri eroi in fuga da Londra raggiungono il presidio dei militari.
Il difetto più evidente del film sono le inverosimili balordaggini di sceneggiatura. Possono ancora essere divertenti quelle ingenuità cui accennavo sopra, come quando durante la fuga in auto i nostri si cacciano dentro una galleria: per risparmiare tempo, dicono, in realtà giusto per mettersi nei guai a pro della sceneggiatura. Già lo sono di meno le caratterizzazioni stereotipate: Selena/Naomie Harris nella prima parte del film è una specie di Sigourney Weaver dei poveri (nella seconda se ne dimentica e diventa la più tradizionale “damsel in distress”). Ma l’implausibilità cresce man mano fino a diventare una sorta di fastidiosa presa per i fondelli. Esempio: posto che i militari in realtà non vogliono salvare i civili ma solo rubargli le donne, lo stupro delle due prigioniere viene rimandato, indovina, perché possano prepararsi vestendosi di eleganti abiti rossi! Solo così il salvatore ha il tempo di introdursi nella villa. E il modo in cui Naomie Harris, sorvegliata con l’altra, convince i soldati a lasciarle sole? Ma neanche nel più ingenuo B-movie degli anni ’30!
L’effetto negativo è decuplicato dalla compiaciuta sicumera “artistica” del film, fra soluzioni estetizzanti e simbolismi forzati. Danny Boyle ha fatto una carriera da gambero, tutta all’indietro, da “Piccoli omicidi fra amici” a “Trainspotting” al brutto “Una vita esagerata” all’orrido “The Beach”; e anche se in confronto a quello “28 giorni dopo” è un paio di gradini in su, Boyle è destinato ad essere un’eterna delusione.

(Il Nuovo FVG)

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