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lunedì 5 luglio 2021

Shock Wave 2

Herman Yau

Il primo Shock Wave era un thriller di Herman Yau sulla squadra anti-bombe di Hong Kong. Il teso e spettacolare Shock Wave 2 ne è il seguito ma solo di nome, con personaggi cambiati. La città è sotto la minaccia di un gruppo terrorista specializzato in esplosioni: il film inizia con la totale distruzione dell'aeroporto di Hong Kong, ma – come nel vecchio film cinese Crash Landing – è la visualizzazione di un'ipotesi, un what if... se Andy Lau non riuscisse a impedirlo. Naturalmente, questa scelta già indica l'approccio radicale di Herman Yau alla narrazione.
La cosa fondamentale è che il film incrocia quello che potremmo chiamare il thriller esterno (la minaccia terroristica) con il thriller interno, ovvero: qual è la vera posizione del protagonista Fung (Andy Lau)? E' un poliziotto infiltrato nel gruppo terrorista o è un ex poliziotto allontanato e amareggiato che vi ha aderito realmente?
Questa possibile doppia lettura alternativa delle sue azioni è una soluzione molto usata, ma Herman Yau vi si approccia con una radicalità narrativa (tocca ripetersi) veramente ammirevole. Per rendere possibile tale doppia lettura Yau arriva a fare una “mostruosa” ellissi che strappa via un pezzo di trama, a costo di sospendere temporaneamente la continuità di competenza dello spettatore – il quale così dalla sua posizione privilegiata viene precipitato nell'oscurità. Questo è narrativamente audacissimo.
Il film è pieno di cose pregevoli, fra le quali segnalo il raddoppiamento per cui al brindisi solenne dei terroristi per un compagno morto segue il brindisi analogo dei poliziotti per il loro. Anche la polemica contro la burocrazia è ben messa in scena. 
E anche se vi sono anche cose meno pregevoli nei dettagli, come certi momenti di disinvoltura nella continuità (Andy Lau è privo di una gamba ma si nota che nelle scene di fuga a volte zoppica a volte no, secondo la convenienza del momento), tutto questo rientra nella pratica di Herman Yau, che non è un regista della finezza ma della forza. Il fatto che di questi aspetti discutibili a noi spettatori non importi assolutamente niente, “agganciati” come siamo, viene a dimostrare la forza del film. 

domenica 12 maggio 2019

A Home with a View

Herman Yau


A Home with a View potrebbe essere il film migliore di Herman Yau in assoluto. E' tratto da una pièce teatrale, Family Surprise di Cheung Tat-ming (anche sceneggiatore del film e interprete nel ruolo del nonno); in effetti nella prima scena l'origine teatrale è dichiarata; poi il film si allarga.
L'inizio è puro populismo hongkonghese (siamo in area The House of 72 Tenants)che mette in scena una famiglia di mezzi matti: il padre risparmiatore (Francis Ng); la madre stressata (Anita Yuen) in lite coi vicini, fra cui il macellaio Lam Suet; il figlio e la figlia, due tipi diversi di balordaggine giovanile, più il nonno in sedia a rotelle. La loro unica consolazione è guardare uno spicchio di mare dalla finestra. Ed ecco che il dirimpettaio (Louis Koo, grande interpretazione di quieta malignità) blocca la vista erigendo un enorme tabellone pubblicitario sopra il suo appartamento. Come si vede, questa storia può ricordare molto a occhi italiani un racconto di Italo Calvino della serie Marcovaldo.
Il tabellone non sarebbe legale, ma la famiglia si trova impigliata nella burocrazia. Il loro oppositore è abilissimo – arriva fino a sostenere che si tratta di un'opera d'arte, e l'assemblea pubblica per decidere cosa sia arte e cosa no merita di restare negli annali del cinema comico hongkonghese. Fra i personaggi secondari c'è l'impiegato comunale Anthony Wong, che era innamorato di Anita Yuen prima che Francis Ng gliela portasse via – e la scena del loro rincontro (sono ancora innamorati) è un capolavoro di recitazione da parte di entrambi.
Quando emerge chiaro che non c'è nulla da fare, il film vira alla commedia nera, con la famiglia che comincia a pensare di uccidere l'ingombrante dirimpettaio. Proseguire oltre sarebbe spoilerare troppo. Con questo bellissimo film Yau si riallaccia certamente (in chiave di commedia appunto) ai suoi film neri del passato come The Untold Story, cui del resto accenna la conclusione – ma con un'ampiezza per così dire “sociologica” e satirica del tutto particolare.