domenica 19 aprile 2026

The Drama - Un segreto è per sempre

Kristoffer Borgli

È già in pole position come film più intelligente dell’anno The Drama di Kristoffer Borgli, seconda opera americana del regista/sceneggiatore norvegese.
I trentenni Charlie ed Emma (Robert Pattinson e Zendaya) sono innamoratissimi. Il film inizia, col flashback del loro primo incontro, in puro stile commedia hollywoodiana (cosa che Borgli non manca di sottolineare in forma metanarrativa più tardi). Però… però quel dettaglio vagamente lynchano dell’orecchio di lei in primissimo piano che apre scena e film, certo, serve a dirci che lei è sorda da un orecchio, il che innesta l’elemento di comedy nell’incontro; ma è piuttosto inquietante, nel secco passaggio a un totale – che rappresenta la presentazione nel film del bellissimo montaggio franto e brutale di Joshua Raymond Lee.
A giorni Charlie ed Emma si sposeranno (una cosa che almeno ai maschi fa di per sé abbastanza paura, e lui lo ammette scherzandoci sopra). Sempre nel campo dell’allusione metanarrativa, già annunciata nel titolo, la parte iniziale del film assimila la cerimonia matrimoniale (il discorso dello sposo) ai concetti di prova teatrale e di editing di un testo narrativo, con l’amico Mike in veste di editor.
Il punto di svolta arriva in una cena a quattro con Mike e sua moglie Rachel, dove si alza il gomito – e parte la sfida: ognuno deve confessare la cosa peggiore che ha fatto in vita sua. Noi italiani non ci cascheremmo, ma questi quattro ci si buttano. Emma racconta di aver progettato (ma non compiuto) un atto effettivamente orribile, a 15 anni: fare una strage scolastica col fucile del padre militare. C’era andata vicino; ma poi il caso lo impedì e la sua vita prese la strada opposta. Divenne un’attivista anti-armi.
Rachel – che dal canto suo una cosa orribile l’ha effettivamente compiuta, in una dimensione privata – si scandalizza a morte, e rompe l’amicizia. Quel ch’è peggio, il pusillanime Charlie comincia ad avere paura della fidanzata: sarà mica pazza? Non vuole sposare una psicopatica. Ricorda quando loro due hanno visto, per strada a distanza, la DJ assunta per il matrimonio, Pauline, fumare eroina: ovvero, nessuno è quello che sembra; e hanno deciso di licenziarla. D’altro canto, non se la sente di rompere (Charlie è l’esponente cresciuto di quella che il vecchio saggio Clint Eastwood chiama a generation of pussies – e per combinazione, è proprio pussy che viene chiamato da Pauline in un litigio). In una spirale di umorismo nero, saltano su tutte le sue paure (ha sempre trovato un po’ inquietante il modo in cui ride Emma). Scena esilarante: nell’incontro della coppia per le foto, la fotografa del matrimonio ripete gasatissima “shoot qua, shoot là” (che naturalmente in inglese significa sia “fotografare” sia “sparare”), e l’effetto su Charlie è impagabile.
The Drama si scompagina in piani di realtà, tanto narrativi (il “racconto primo” e i flashback di Emma quindicenne) quanto psicologici, col teatro interiore di Charlie che vede con gli occhi della mente Emma armata di fucile, in ambedue le età. Si aggiungono piccoli tocchi equivoci come l’episodio del coltello, nonché il misterioso catalogo fetish di modelle armate che Charlie si trova, senza sapere come, in ufficio. Oltretutto, la disperazione scatena gli impulsi, con una bella amica. Tutto sfocia nel disastroso pranzo di matrimonio, una sequenza memorabile dove si ricorda il vintenberghiano Festen.
Costruita con abilità, con un bell’uso dei tempi e un ottimo dialogo, la commedia apre, com’è giusto, inquietanti interrogativi. C’è un grande tema generale sotteso al film: la paura che noi abbiamo degli altri; e questo tema viene articolato da Borgli all’interno della mente americana contemporanea. Per la miglior satira dell’America che abbiamo visto negli ultimi anni (altro che Una battaglia dopo l’altra), ci voleva un nordico, che vi porta la lezione dell’umorismo gelido, assurdo, giocato sull’imbarazzo e intriso di tragedia, del cinema scandinavo di Vintenberg, Östlund, Jensen, Andersson, e così via (con Lars von Trier come capostipite). Invero, c’è anche nel film l’ombra di Woody Allen; ma Allen, attraverso l’influsso di Ingmar Bergman, un po’ “nordico” lo è.
Non solo Charlie ma tutti i personaggi fondano la loro commedia della paura sul (fallace) ragionamento: “se lei ha potuto pensarlo per poco non l’ha fatto, se per poco non l’ha fatto potrebbe farlo domani, ergo è una pazza pericolosa, stiamone lontani”. L’appiattimento delle categorie del giudizio è quello denunciato in anni non sospetti dal vecchio Allan Bloom in The Closing of the American Mind. Uno penserebbe che esistano delle differenze fra pensiero e realtà, fra destino e storia personale, per non dire fra età differenti – e soprattutto, che tutti gli esseri umani posseggono al loro interno abissi oscuri. Ma per gli americani (caduta ormai la vecchia morale western) tutto questo è un libro chiuso. Dostoevskij? Per gli americani d’oggi “l’uomo del sottosuolo” è il tecnico che ripara la caldaia in cantina.

sabato 11 aprile 2026

A cena con il dittatore

Manuel Gomez Pereira

Ambientato in un periodo storico cupo (l’indomani della vittoria dei franchisti in Spagna), A cena con il dittatore di Manuel Gomez Pereira è una commedia, certo, ma con improvvise irruzioni di un nero che più nero non si può – come un’uccisione improvvisa con una palla in fronte. Non si può definire una commedia drammatica, ma certo un tema di commedia viene declinato lasciando emergere il dramma sotteso.
Nel 1939, subito dopo la vittoria nella guerra civile, Francisco Franco vuole celebrarla con un grande banchetto nell’hotel più importante di Madrid, ora ridotto a ospedale da campo. Viene mandato con pieni poteri il tenente Medina (Mario Casas) per organizzare tutto, e subito. Alle sue spalle briga un feroce alto ufficiale falangista (Asier Etxeandia), un tipo che farebbe paura a Darth Vader.
Il problema è che i buoni chef sono di sinistra e stanno in galera in attesa della fucilazione. Medina li strappa letteralmente al plotone d’esecuzione (con la promessa di riportarli l’indomani!), li porta all’albergo e li costringe a cucinare per la cena del dittatore – arrabattandosi assieme al maître omosessuale Genaro (Alberto San Juan) per procurare, per vie traverse, il materiale necessario, mentre il tempo stringe, e per risolvere i mille problemi che sorgono – fra cui il rapporto fra i cuochi e i camerieri, tutti fascisti. Il gioco di equilibrismo, materiale, politico e anche sessuale fra i due è il motore del film. Chiaro che in questa atmosfera di tensione ciascuno ha i suoi propri piani; compresa Luchi (Eva Ugarte), la moglie ambiziosissima e non fedelissima di Medina, che piomba inaspettata; e c’è anche un’autentica suspense nel finale di fuga.
Tratto dall’apprezzata opera teatrale La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos, rappresentata per la prima volta nel 2008, il film mette (è il caso di dirlo) molta carne al fuoco, tanto che il materiale sarebbe stato eccellente per una miniserie televisiva. Costretto in un’ora e 42’, il film soffre un po’. Lo sviluppo centrale che quasi rovescia il personaggio di Medina arriva improvviso fino all’implausibilità; e molte possibili strade, inevitabilmente, non vengono prese. Per prima, l’ostilità già menzionata fra cuochi comunisti e camerieri fascisti, uno spunto che sarebbe stato sufficiente a reggere un intero film ma viene solo accennato (fatta eccezione per due personaggi, fra i quali peraltro la tensione principale riguarda la competizione amorosa). In ogni modo, A cena con il dittatore è divertente; e il gioco dei caratteri, pur ovvii, è piacevole, supportato da buoni attori (sarebbe stato bello vedere di più la cameriera fascista ubriacona interpretata da Carmen Balagué).
Siccome tutto lo svolgimento è indirizzato in modo inesorabile verso l’apparizione del generale Franco, costui delude un po’ quando compare, perché come somiglianza fisica non convince (troppo giovane: all’epoca Franco aveva 47 anni). Male, per l’unico personaggio storico, assieme alla moglie. Non parliamo nemmeno del doppiaggio italiano ridicolo, di Fabio Celenza: uno di quei doppiaggi affidati “per chiara fama” che di solito si trovano nei cartoon.
Manuel Gomez Pereira deve avere la fissa della giovinezza dei personaggi storici – forse per un’intenzione di straniamento – perché (attenzione, spoiler!) nel finale, nove mesi dopo in Francia, una bella gag surreale conclusiva viene buttata via quando rispunta Franco assieme a Hitler per farsi cucinare una nuova cena – e Hitler assurdamente è un giovanotto, col ciuffo e i baffetti finti.