Rob Bowman
“Se vai nell’orto, destino tetro / arriva il drago e ti brucia il didietro”. Questi versi, sebbene alati, onestamente non sono all’altezza del “Beowulf”, per fare un esempio classico di poesia sui draghi, o del “Canto dei Nibelunghi”. Sono però all’altezza del simpatico film di Rob Bowman “Il regno del fuoco”, di cui infatti riassumono una sequenza.
Intendiamoci! Non sto facendo del sarcasmo; il film di Rob Bowman (già regista di “X-Files”) è in effetti piacevole, sebbene le sue ambizioni non siano, come dire, sconfinate, e i buchi logici della sceneggiatura siano tanto larghi da farci passare un drago ad ali spiegate. Siccome poi il destino di molti film è di fissarsi nell’immaginario collettivo per un’immagine o due, non penso che dimenticheremo quella dei bambini, dopo l’attacco del drago al castello, che si aggirano guardando le rovine.
O naturalmente l’immagine-manifesto, nel senso che è il passaporto visivo del film, dei draghi in volo sopra lo scheletro bruciato del Parlamento e della Torre dell’Orologio nel cielo di Londra, diventata la loro tana. A questo proposito anzi si potrebbe lamentare un utilizzo troppo timido della potenza devastatrice dei draghi (i quali, nel film, hanno invaso tutto il mondo) per i canoni del “disaster movie turistico”: vediamo su una copertina di “Time” i draghi fra i grattacieli, vediamo una foto della Torre Eiffel su un mare di fiamme, ma un po’ di distruzione in diretta non avrebbe guastato. Ce lo insegna l’appassionante “Independence Day”, nonché tutti i film di mega-mostri scatenati del passato: c’è un gusto perverso al cinema nel veder crollare giù i nostri monumenti-simbolo; se devi mettere in scena la distruzione del mondo, falla bene!
Gli antecedenti de “Il regno del fuoco” si possono ritrovare nei “kaiju eiga” (i film alla “Godzilla”) giapponesi e nei film di insetti giganteschi americani degli anni ’50 - gli uni e gli altri, depurati della loro valenza metaforica degl’inizi (il primo Godzilla di Inoshiro Honda, come le coeve formiche giganti di “Them!” di Gordon Douglas, simboleggiava la distruzione atomica). Con in più naturalmente la classica situazione fantascientifica della “Terra conquistata”, in cui noi uomini siamo ridotti a vivere seminascosti, quasi come parassiti dove eravamo padroni (nella fantascienza letteraria l’esempio limite è, a mia conoscenza, “Gli uomini nei muri” di William Tenn). Le idee migliori del film si trovano probabilmente nella prima parte, che descrive la triste vita dei rifugiati: grazioso per esempio il riferimento a “Guerre stellari” recitato come favola per bambini.
Naturalmente però noi spettatori vogliamo vedere il momento in cui i draghi morderanno la polvere; e il film ci accontenta, con una buona messa in scena e una progressione narrativa abbastanza soddisfacente, anche se le caratterizzazioni psicologiche fanno sembrare al confronto “Blade II” un film di Bergman. Per non dire dei succitati buchi logici (e biologici!), i quali consentono l’ipotesi che la sceneggiatura del film sia un palinsesto scritto e riscritto.
Come che sia, una cosa è certa, e corrisponde a una tendenza del cinema di genere contemporaneo: lo spostamento dell’enfasi dal piano narrativo a quello grafico/visuale. Potranno risultare alquanto contraddittorie l’affermazione che il drago maschio non sa contare fino a tre e la sua capacità di seguire una traccia a ritroso per vendicarsi di essere stato sfidato; però tutto quello che importa a Rob Bowman è di arrivare all’immagine del bestione accovacciato sopra il castello dentro il quale soffia fuoco. E in tutto il film la descrizione dei draghi richiama direttamente la grafica degli illustratori fantasy alla Chris Achilleos (un nome particolarmente tenuto presente mi pare essere Greg Hildebrandt).
E’ una tendenza del cinema alquanto pericolosa. Consoliamoci con la conclusione che questa piccola alleanza inglese/americana abbatte il drago capo e salva il mondo. Di questi tempi non è poco.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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