John Boorman
Giacché i film del raffinato inglese John Boorman sono fortemente stratificati, di fronte a “Il sarto di Panama” (sceneggiato da Andrew Davis, Boorman e John Le Carré, dal suo romanzo) è bene non fermarsi alla superficie: ovvero al livello della commedia satirico-politica basata sull’incontro fra due bugiardi. Da un lato, una spia inglese spedita per punizione a Panama, Pierce Brosnan, che si diverte moltissimo in una parodia degradata del suo James Bond (un’ultima battaglia della secolare guerra Le Carré/Fleming. Sorry, John, rassegnati! Bond non morirà mai). Dall’altro il sarto Geoffrey Rush, ex carcerato che mente a tutti sul suo passato; arruolato col ricatto dall’altro come informatore, lo trascina in una spirale di bugie colossali (sordo ai moniti dello zio fantasma - Harold Pinter - che gli appare di continuo). In una scena esilarante di colloquio clandestino in un albergo per prostitute, vedere due donne orientali che fanno sesso lesbico in un pornofilm gli suggerisce la notizia di un’alleanza Pechino-Taiwan per impadronirsi del Canale! E il triste ex politico ubriacone Mickey Abraxas (nota il nome, con le sue connotazioni gnostiche da formula magica) diventa a sua insaputa il capo di una fantomatica opposizione segreta al regime. La grande mistificazione sta per provocare un attacco americano a Panama, e qualcuno pensa a farci i soldi...
Naturalmente non è difficile vedere come Le Carré si sia ispirato - ai limiti della scopiazzatura - a “Il nostra agente all’Avana” di Graham Greene. Ma così Boorman ha modo di darci una magnifica descrizione di una Panama infernale (basterebbe la breve scena nel cimitero, coi bambini che rubano i fiori dalle tombe, per riconoscere il grande cinema). “Questa è Panama, dove nessuna buona azione resta impunita”, dice il film nel suo dialogo brillante; “Panama, Casablanca senza eroi” - una battuta che il cinefilo Boorman riprenderà con sarcasmo nel finale.
A un altro livello del film, va osservato il rapporto fra i due uomini. L’agente segreto imbroglione e il sarto, innocente bugiardo che in casa ha una funzione femminile sotto l’occhio più o meno vigile di una moglie-mamma (Jamie Lee Curtis, in verità troppo fredda per la parte), sono due bambini non cresciuti - continui i riferimenti al gioco, e lo spionaggio è dai tempi di Kipling il grande gioco per eccellenza - che si tuffano nelle menzogne con determinazione infantile. Riflette il sarto parlando della sua esperienza carceraria: “Sono le bugie la moneta corrente in prigione: sostituiscono l’amore, in realtà”. Discorso ampliabile a tutto il cinema di Boorman, che è un discorso pedagogico (il regista è sempre stato fortemente interessato al tema della crescita): bisogna maturare, arrivare alla realtà.
Paragonato al diavolo dall’assistente del sarto, Pierce Brosnan nel film si delinea come il suo “doppio”. I due inverosimili complici provano una strana fascinazione reciproca; la moglie del sarto dice a un certo punto che, se non lo conoscesse bene, sospetterebbe che siano gay. A questo puntualmente Boorman fa seguire una scena memorabile in una discoteca gay, scelta per copertura, in cui i due ballano allacciati (Brosnan: “Guido io”) e dove le istruzioni spionistiche risultano linguisticamente identiche a un litigio fra amanti.
Ma c’è ancora un livello più profondo. Nei film di Boorman c’è sempre un’osmosi fra il personaggio e l’ambiente esterno: nell’ambiente si riproducono i suoi terrori, secondo un principio onirico - la dimensione onirica e fantastica sempre cara al regista - da cui l’unica soluzione è svegliarsi (anche, come in “Oltre Rangoon” o qui, nel senso di una presa di posizione politica). “Il sarto di Panama” è anche la storia di un risveglio. Il che ci porta al cuore del cinema di Boorman: la ricerca incessante di una ricomposizione della nostra scissione esistenziale, da trovare “al di fuori”, che sia nell’utopia riveduta e corretta di “Zardoz” ed “Esorcista II - L’eretico” o nel sogno infranto di “Excalibur” o nel rapporto con un mondo non-occidentale respinto e negato... gran tema boormaniano che dal lontano “Duello nel Pacifico” (1968) arriva fin qui.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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