Lorenzo Bianchini
Accordi musicali in puro stile Goblin (omaggio del regista Lorenzo Bianchini a Dario Argento) aprono “Lidrìs cuadrade di tre”, il primo lungometraggio horror in friulano, una micro-produzione indipendente che il C.E.C. ha appena riproposto con grande successo al Ferroviario di Udine, prossimamente sarà programmata al CineCity di Pradamano e il 21 marzo sarà presentata a Cinemazero a Pordenone.
La caratteristica dell’horror friulano di Lorenzo Bianchini è un elegante, intelligente manierismo che trascrive la cultura del cinema horror contemporaneo in un paesaggio concretamente locale con stupefacente naturalezza. Un incrocio culturale per cui il più moderno horror metropolitano americano e asiatico si trasferisce nei corridoi dell’I.T.I. Malignani di Udine - dove tre studenti (Massimiliano Pividore, Alex Nazzi e Tomas Marcuzzi) s’introducono nottetempo per sostituire dei compiti di matematica e, intrappolati nei sotterranei, incontrano oscure presenze demoniache connesse a una setta di adoratori di Moloch diffusa - nota bene - nel corpo insegnante.
Bianchini radica un immaginario collettivo che sarebbe comprensibile anche a Tokyo o a Detroit in un terreno inedito. Questo avvicina il suo cinema, al di là dei riconosciuti influssi di Argento (e, direi, Carpenter, e naturalmente Raimi) alle splendide dimostrazioni di horror “localistico” di un altro autore ben noto al regista, il Pupi Avati di “Zeder”.
Tutto questo però non servirebbe se Lorenzo Bianchini non avesse le carte in regola come cineasta. Il giovane regista udinese possiede un autentico senso del cinema: la macchina da presa mobile, il montaggio violento ed effettistico, la padronanza del ritmo, collegata a un uso assai efficace del sonoro (da citare l’eccellente “score” musicale di Flavio Zanon e Adriano Giacomini), come già visto nel precedente mediometraggio “I dincj de lune”, bellissima storia friulana di licantropia.
Bianchini ha ottime doti evocative: rende memorabili certi ambienti della scuola, come il triste hangar pieno di aerei “morti”; oppure vedi, all’entrata dei tre malcapitati, come l’inquietante gioco di inquadrature su una specie di piccolo angelo liberty sul bancone dell’atrio centrale sviluppa la sensazione di una presenza incorporea entro la scuola. E non è una costruzione scenografica, Bianchini per forza di cose lavora con l’esistente, è un “object trouvé”. Colpisce in Bianchini appunto quella sorta di massimalismo narrativo (vero amore del cinema) per cui sceglie con successo
di trattare temi impegnativi dal punto di vista produttivo, risolvendoli con un’audace capacità di fabbricare il molto col poco, che vorrei definire “alla Corman” (ed è un complimento alto).
L’apertura di LC3 con le interviste video, nonché la presenza continua dell’immagine televisiva nel film, richiamano allusivamente il supporto su cui questa piccolissima produzione è stata girata; ma al di là di ciò, sono collegabili a quell’immediatezza e quella soggettività proprie del video, che sono importanti nell’horror contemporaneo: cito due esempli molto avanzati che non mi sembrano lontani da LC3: l’americano “Blair Witch Project” e il giapponese “Ring”. L’horror moderno di Bianchini esce dalla positivistica determinazione causa/effetto dell’horror classico (di cui è maestro Terence Fisher) per dipingere una malignità ambigua e nebulosa, dove saltano i confini tra i livelli della realtà. Il concetto base del racconto è quello della perdita dei parametri spaziali e temporali. LC3 mette in scena una bella costruzione fantastica dello spazio. Sotto la ridefinizione operata da un montaggio fantasioso, i sotterranei della scuola si squadernano, si rompono, si torcono, formano una struttura che si chiude e ritorna su se stessa in uno smarrimento dimensionale che richiama Lovecraft, e nel cinema dell’orrore Corman e Bava. Fino al “pozzo” infernale dal bagliore rosso, altra bella immagine di semplicissima concezione, verso cui precipita il film.
(Il Nuovo FVG)
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