sabato 5 gennaio 2008

L'assedio

Bernardo Bertolucci

L’assedio. Assedio di che cosa? Assedio d’amore, forse. Ma troppo goffo e immediato è l’amore di Kinski/David Thewlis per Shandurai/Thandie Newton, studentessa africana che si mantiene facendo la colf nella sua casa, per meritare metafore militari. Lei lo amerà - forse - non per averla espugnata con “tattiche obsidionali” ma per aver rinunciato a se stesso secondo la frase evangelica che Bertolucci mette (per così dire) in epigrafe a “L’assedio”, e che qui viene applicata con aperta passionalità alla conquista dell’amore: “Chi cercherà di salvare la sua vita la perderà; e chi la perderà l’avrà salvata”. Non è la propria ricchezza che Kinski “butta dalla finestra” per salvare il marito di lei, in prigione in Africa, ma è, col pianoforte, qualcosa di vicino all’identità. Non per nulla suonando si rispecchiava nella sua superficie lucida.
Allora, un assedio dello sguardi. Un uomo e una donna in una casa si guardano, si scoprono (c’è qualcosa nell’astrazione di questa situazione, con quella specie di calapranzi che serve alla comunicazione, che ricorda un “Ultimo tango a Parigi” depurato della disperazione; mentre l’immediatezza della percezione richiama, naturalmente, “Io ballo da sola”. “L’assedio” è tutto intessuto di motivi - quasi frammenti - del cinema bertolucciano). Il piccolo affascinante film di Bertolucci è tutto costruito sullo sguardo: lo sguardo della macchina da presa, identificato con quello dei personaggi (“L’assedio” è un film di forte soggettività), “tocca” l’evidenza materiale di un arazzo, accarezza la grana della pelle della donna; lo sguardo della macchina da presa è lo sguardo del desiderio; vi si concretizza quell’eros carnale che altrimenti nel film è solo suggerito. Del resto, il primo comando, la prima richiesta dell’amore non è forse questa? “Guardami”.
Bertolucci concretizza in toni impalpabili e splendide ellissi una difficile storia d’amore, mantenendo tutto l’evidente, tutto l’“urlato” sotto il racconto. Con questo suo “non detto” che affida tutto allo sguardo, alla pura materialità del cinema, fa crescere l’emozione - anzi, addirittura, la suspense (vedi la scena “hitchcockiana” dello straccio che cade giù dalle scale). Così il bellissimo finale aperto non è altro che l’incontro di un suono - il campanello - e una ripresa in campo lungo, nella luce lattea dell’alba. Questo film realizzato per la tv sfugge all’inquinante meccanismo televisivo che è la parola. Al suo posto, la centralità della musica e del suono, uno dei fili principali lungo i quali si organizza questo film di segreta ricchezza. In opposizione alla ridondante verbosità televisiva, Bertolucci elabora per il teleschermo la semplicità del cinema. Chiarezza: questa è la parola giusta per parlare del film di Bertolucci, e sembra essere la cifra del suo cinema più recente.
Un’immediata, diretta, “cinematografica” chiarezza, che però non finge un’artefatta semplicità: al suo servizio Bertolucci mette una raffinatezza dei mezzi espressivi che possiamo definire incantevole. “L’assedio” è un film di luce che vibra e si precisa in accordo col personaggio, di raffinati angoli di ripresa che dialogano in un montaggio felicissimo. C’è ne “L’assedio” un’idea forte di montaggio, frazionato, espressivo (certi stacchi, in cui rientra l’Africa come ricordo e sogno sarebbe giusto chiamarli strappi), armonico, come la musica che attraversa il film. Bertolucci - come tutto il miglior cinema contemporaneo - non ha paura di riassumere forme arcaizzanti. Recupera certi piccoli attacchi riassuntivi sul movimento, certe brusche dissolvenze in nero, certi marcati ralenti - e come non menzionare quell’accelerazione finale buffonesca sulla “fuga” fra le piante nella scena in cui David Thewlis fa il giocoliere per i bambini? Bertolucci ha la libertà e la freschezza dei maestri.

(Il Nuovo FVG)

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