sabato 5 gennaio 2008

BW2 – Il libro segreto delle streghe

Joe Berlinger

Quando uscì nella scorsa stagione cinematografica il misconosciuto capolavoro “The Blair Witch Project”, scrivevamo con facile previsione che siccome questo film (i fittizi frammenti di un documentario tragicamente abortito) spostava lo sguardo al grado zero dell’orrore, replicarlo sarebbe stato impossibile: di lì si poteva solo tornare indietro. Così è accaduto col suo importante “sequel”, dal titolo italiano alquanto balordo: “BW2 - Il libro segreto delle streghe - Blair Witch 2”, di Joe Berlinger (avvertimento al lettore: la presente recensione non potrà fare a meno di rivelare molto sullo svolgimento. Chi desidera mantenere la sorpresa è consigliato di astenersi dalla lettura).
Per la sua struttura il primo “Blair Witch” era un punto limite della rappresentazione; e come si fa il “sequel” di un punto limite? Per l’appunto, tornando indietro. Joe Berlinger, regista e co-sceneggiatore (con Dick Beebe) lo fa con notevole intelligenza. Per capire il concetto bisogna partire dall’ovvia nozione che qualunque film, anche qualora drammatizzi un fatto reale, è “fiction”: un racconto d’invenzione entro un universo d’invenzione (si usa il termine di diegesi). Nel racconto di “BW2” i luoghi sono quelli in cui è stato girato “The Blair Witch Project” ma tale film ivi girato è effettivamente un’opera di immaginazione (ovvero: entra nella diegesi non come antefatto ma come il film che effettivamente è: cosa rivoluzionaria in un sequel). Ecco un brano di dialogo fra due personaggi: “Se non credi nella strega di Blair, che cosa ci sei venuta a fare?” - “Mi aveva incuriosito il film”. Va aggiunto che nella realtà - qui ovviamente registrata e rispecchiata - “The Blair Witch Project” ha scatenato una mania di curiosità e di credenze superstiziose sulle Black Hills e il paese, mal sopportata dagli abitanti, tranne alcuni che provano a farci qualche soldo. “BW2” parte proprio da questa forma di “merchandising” autonomo: uno di questi commercianti è Jeff, che inaugura una serie di tour guidati nel bosco di notte con quattro giovani (i personaggi hanno lo stesso nome dell’interprete, come nel “Blair Witch” originale) - e qui partono i guai.
Il riassunto è sufficiente per vedere che Joe Berlinger - il quale viene proprio dal documentarismo - ha basato il film su un autentico cortocircuito mediatico. E’ un gioco di rimandi a tratti vertiginoso, che analizzare richiederebbe molto spazio, e che si ramifica all’infinito. Anche la malaugurata spedizione di Jeff e dei suoi compagni è provvista di videocamera, onde si sviluppa un ulteriore gioco di specchi fra la “realtà” (immaginaria) del film e il filmato “interno” al racconto (diegetico), gioco non privo di soluzioni bellissime (come un passaggio campo/controcampo fra il filmato e il filmante). Tutti gli statuti dell’immagine vengono attratti in questa vertigine. Così “BW2”, sebbene non sia emozionante e sconvolgente quanto il “Blair Witch” originario, si segnala come un’affascinante riflessione sui rapporti dell’immagine cinematografica con la realtà.
Anche dettagli minori quale l’abbaiare di cani registrato che Jeff usa per tener lontani i curiosi da casa sua arricchiscono questa dialettica del vero e del falso - in cui l’elemento soprannaturale entra in maniera sconvolgente. Infatti alla fine si apre, per via soprannaturale, una voragine, una discrasia totale fra quello che ricordano di aver fatto/visto i personaggi (e noi spettatori con loro) e le immagini registrate che dovrebbero rispecchiarlo/testimoniarlo. A meno che noi spettatori non abbiamo visto, vedendo “BW2”, un delirio: la storia di una follia dall’interno della mente.
Ricordiamo che quelle immagini della strage che compaiono ossessivamente e misteriosamente nei flashback sono immagini filmate, realizzate nella ripresa a mano “diegetica” del film. In realtà in tutto il suo svolgimento “BW2” mette in scena la capacità del cinema di costruire la realtà e contestualmente di sovvertire a piacimento la propria stessa creazione. La strega di Blair è il cinema.

(Il Nuovo FVG)

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