Paolo Benvenuti
Certo è un film importante, né poteva essere altrimenti, venendo dal regista di “Confortorio” e “Gostanza da Libbiano”; ma “Segreti di stato” di Paolo Benvenuti è un fallimento: un nobile fallimento. Ricostruzione della storia di Salvatore Giuliano e della strage di Portella delle Ginestre secondo un’ottica paranoico-cospiratoria, il film è artisticamente zoppo per più motivi. Il principale è l’incapacità di fare una scelta netta fra opposte impostazioni narrative.
Per mortificare l’inevitabile artificiosità della ri/costruzione storica Benvenuti ricorre all’astrazione, in due modi, o gradi. Primo, un ritrarsi dalla riproduzione, un depurarla, attraverso la severità. Come sono belli l’inizio con quella figura scura e quella “riduzione” dell’immagine al centro; o l’entrata dell’auto nel carcere, quel muro tenebroso, l’astratto del buio; o alla fine l’avvelenamento di Pisciotta mostrato (un tour de force) attraverso lo specchio dell’armadietto che inquadra parzialmente la cella.
Quando poi arriva l’elemento più mosso e “spettacolare”, come la strage, sullo schermo non ne vediamo una mimesi realistica: Benvenuti introduce un geniale raffreddamento della materia trasferendola su un piano di straniamento quasi brechtiano. Il fatto compare in forma di disegno, con figure disegnate col gesso o a matita nello stile dell’illustrazione anni ’50 o dei fumetti (il grido in dialetto di Giuliano ai suoi è qui trascritto in italiano come fumetto, “balloon”). Oppure, dopo l’apertura “a sipario” di una grande tenda che copre tutto lo schermo (non sfugga quest’accenno al teatro, in un film così conscio della riproduzione) vediamo la zona di Portella in un gigantesco plastico. Alla stessa stregua, disegni illustrano la narrazione che sentiamo su Salvatore Ferreri; ed è un colpo, si capisce, quando improvvisamente l’illustrazione a matita è sostituita dalle foto autentiche dei morti, Ferreri, suo padre e gli altri, nelle loro bare.
Il limite artistico del film è di non essere coerente in queste scelte narrative. Spesso è riportato al piccolo realismo “docu-fiction” più ovvio, con recitazione e manierismi da tv movie, nei ragionamenti dell’avvocato e del perito, coi gesti che significano “moto di sorpresa”, eccetera (l’avvocato è Antonio Catania: appunto un volto classico dei film tv italiani - tanto da far pensare a un progetto preciso). Questa contraddizione rovina il film, poiché sono due posizioni, di base, che non potrebbero essere più distanti.
Inoltre “Segreti di stato” soffre di una progressiva pesantezza: nello sforzo di allargare una singola ipotesi cospiratoria a una teoria generale si ammala di elefantiasi; peggio ancora, cade nella ridicolaggine, vuoi per il concetto in sé, vuoi per il modo gonfio, retorico, artificioso in cui procura di trasmetterlo. Nella scena clou (e la peggiore) il Professore, col ritratto di Lenin nello studio, fa all’avvocato “Le voglio mostrare come in Sicilia si giochi la storia d’Italia”: dispone un mazzo di carte/foto, mediante il quale si illustra per giustapposizione una teoria cospiratoria complessiva dove manca solo l’atterraggio degli UFO a Roswell. La mdp sale da una foto all’altra con una ricostruzione, tipo domino, per “connessione logica” (in realtà psicologica: per contiguità) fino a Truman, al futuro papa Montini, a don Sturzo eccetera. Segue la terribile idea, di una pesantezza “arty” davvero eroica, del metaforico colpo di vento che fa volare le foto - l’avvocato ne raccoglie due, le mette insieme e perfino l’attentato a Togliatti diventa “trame nere”.
Un diabolico corto circuito del caso ha voluto che alla Mostra di Venezia il dietrismo di Benvenuti trovasse la propria puntuale parodia col Professore de “Il ritorno di Cagliostro” di Ciprì & Maresco. Comunque, per questa oscura storia converrà attenerci ancora al capolavoro di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano” (altro film d’alto livello è “Il siciliano” di Michael Cimino - ma questo, senza preoccupazioni storiche!).
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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