Roberto Benigni
Certo finisce di ammazzarlo la proiezione stile il Gatto e la Volpe del Cineplex Città Fiera: dico il Gatto e la Volpe perché è un ladrocinio pretendere euro veri per far vedere un film assolutamente fuori fuoco nel secondo tempo (per un film fuori fuoco bisognerebbe chiedere soldi fuori corso, giusto?). Peraltro anche da una proiezione decente il brutto e insipido “Pinocchio” di Benigni uscirebbe male.
Se Pinocchio nel romanzo è più vivo quand’è un burattino che alla fine quando diventa “un ragazzino perbene”, Roberto Benigni fa ancora un passo indietro: è vivo quand’è ancora un pezzo di legno. Alludo all’inizio del film, quando il tronco da cui uscirà Pinocchio, spinto da una forza misteriosa, mette a soqquadro il paese. E’ un vero Poltergeist; e anche se già la messa in scena suggerisce un sospetto di leccato, almeno qui c’è un accenno della forza distruttiva ch’è Pinocchio in Collodi. Poi Geppetto da quel legno intaglia il burattino - ed è finita.
Non è irrilevante che Pinocchio/Benigni non abbia assolutamente niente del burattino. E’ solo un monumento di Benigni a se stesso. Con quel nasetto che si allunga così poco pinocchiesco, ha un bel lamentarsi che vuole diventare umano: lo è già! Il mutamento finale da burattino a ragazzo non è altro che un cambio di vestiti. Ve n’è anche una spia nel film, nella famosa scena collodiana in cui Pinocchio si addormenta vicino al fuoco e gli si bruciano i piedi, che nel film non è realizzata altro che con un effetto digitale cheap - che gli rovina il vestito! “Et pour cause”: fuori dall’obbligo verbale, non c’è legno da bruciare qui (per lo stesso motivo Mangiafuoco è costretto a minacciare di “mangiare” i burattini anziché usarli per il fuoco).
Non sarebbe quel gran problema, se almeno Benigni fosse Benigni. Neppure questo. Come intimidito dal ruolo, dall’impegno produttivo, dalla responsabilità della regia, si aggira per il film - mi rendo conto ch’è un ossimoro - stancamente gasato. Salta sempre, è iperattivo, ma in quest’agitazione simbolica, in questo farsi in quattro nel personaggio, cogli nondimeno una sorta di fiacca vuotezza. Continuamente Benigni ripete in un falsetto piagnucoloso “Son tanto cattivo”: ma si sente che non la prende seriamente. Il problema di questo film spompato è l’insincerità: non vuole attenersi alla semplice moralità del testo di Collodi, non osa rovesciarla, rimane a metà strada in un mix di intenzioni mancate e di illustrazione televisiva.
A 50 anni, Benigni non è più un ragazzino; ma volendo a tutti i costi fare Pinocchio, non ha avuto altra scelta che circondarsi di adulti. Lucignolo (Kim Rossi Stuart) pare un figlio di papà trentenne fuori corso al Dams. Contestualmente v’è nel Lucignolo di questo “Pinocchio-fra-adulti” un tentativo di rilettura del personaggio in chiave ribellistica conscia (“T’hanno domato, eh, burattino?... A me non mi doma nessuno, caro Pinocchio”), che concretizza gli ultimi cascami di una cultura sessantottina ormai esaurita (non che sia mai stata un granché comunque). Altrove, neppure quello: bizzarro spettacolo vedere il Paese dei Balocchi popolato di giovanotti persi in giochi da bambini piccoli!
Fra gli altri interpreti, è stato assai lodato il Geppetto di Carlo Giuffrè; d’accordo, ma è proprio una gran soluzione rifare Peppino De Filippo? Figura notevole è l’Omino di Burro di Luis Molteni; misteriosamente funzionano bene due comici assai modesti quali i Fichi d’India nel ruolo del Gatto e la Volpe (ma molto merito va al trucco e ai costumi).
Funzionano abbastanza alcune scene (quelle per esempio che più si avvicinano all’horror collodiano); e se ci si pensa, quel che soprattutto le promuove sono i valori tecnici. In primo luogo il grande lavoro scenografico dello scomparso Danilo Donati - quasi tutto quello che è degno di esser ricordato del film si deve a lui. E poi la fotografia di Dante Spinotti, che s’incanta in volo sopra le belle colline toscane, e che presta volentieri le sue luci a una fiaba nera. Peccato che ad appiattire tutto questo arrivino le musiche, che non è esagerato definire ripugnanti, di Nicola Piovani.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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