Michael Bay
Con tutto il suo potente budget, nondimeno “Pearl Harbor” di Michael Bay è inferiore per forza descrittiva e vivezza di narrazione non solo al vecchio “Da qui all’eternità” di Fred Zinnemann ma anche al bel “Tora! Tora! Tora!” di Richard Fleischer. Di questo film, che si apre e si chiude con un vecchio biplano civile, l’aereo è l’oggetto-simbolo; tuttavia basta paragonare la scena dei due piloti che fanno i matti in volo, nella parte iniziale, con quella analoga all’inizio di “Space Cowboys” di Clint Eastwood per distinguere dov’è la classe e dov’è il mestiere.
A mettere il piombo nelle ali del film (per usare una metafora di volo) è la terribile sceneggiatura ultraromantica di Randall Wallace, che prima di mostrarci l’attacco giapponese ci fa trangugiare un’ora di frizzi e tristezze di alcuni allegri piloti e di una banda di infermiere ultrasquinzie. Evidentemente Randall Wallace vuole vincere l’Oscar per la migliore sceneggiatura del 1952. L’impianto della sua sceneggiatura non è arcaizzante - ciò che potrebbe avere un suo interesse - ma solo arcaico: quasi fino ad apparire virgolettato, citazionistico, ma senza mai raggiungere la dignità “metacinematografica” del citazionismo. Il dialogo, pesante come la musica che lo accompagna, è un’enciclopedia delle frasi fatte. Se uno abbatte un aereo nemico dice “Hai chiuso, figlio di puttana!”, se muore “Ho tanto freddo”. Manca solo che l’infermiera combattuta fra l’amore per due uomini dica “E’ tutto così confuso”.
Ergo, uno desidera solo che i giapponesi si sbrighino; si aspetta il loro attacco con la stessa impazienza con cui si attende la pubblicità mentre si guarda della cattiva tv. Bisogna anche dire che le scene “sul versante nemico”, di preparazione dell’attacco, sono fra le più suggestive del film, proprio per la paura affascinata dei giapponesi - i quali assomigliano straordinariamente ai Klingon di “Star Trek” - ch’è sottesa al testo. La partenza dei loro piloti è più toccante di tutta la banale descrizione della vigilia dalla parte americana; e quando i loro aerei passano a volo radente sopra le teste degli abitanti ignari prima di attaccare la flotta il film trova forse le sue immagini più belle.
La regia enfatica del modesto Michael Bay fa del suo meglio per tener dietro alla pioggia di luoghi comuni, ma si crea comunque una discrasia tra la sua modernità un po’ facile e il “classicismo” retorico del testo. Quanto poi agli eccessi retorici della regia, da citare gli inutili e seccanti flou all’ospedale dopo l’attacco e perfino un ralenti sui piloti di ritorno dalla missione (con bara del caduto al seguito). Il carattere “eccessivo” della cosa in sé, dell’argomento Pearl Harbor, tragedia nazionale americana al di là del puro dato della sconfitta, giustifica d’altronde l’enfasi nelle scene di battaglia (vedi l’inquadratura simbolica della bandiera americana fluttuante sott’acqua insieme ai soldati). La lunghissima sequenza dell’attacco è senza dubbio degna di esser vista, anche se non riesce mai ad essere emozionante come “Titanic”, che sembra essere il modello implicito del film per la sua fusione (quella sì perfetta!) di “romance” e disastro, di classico e ultramoderno.
L’inquadratura più notevole, una memorabile semisoggettiva in cui la macchina da presa si tuffa seguendo la discesa di una bomba giapponese, potrebbe far sperare in un’amplificazione dello “sguardo bellico”, consentita dalla computer graphics, che sarebbe di assoluta modernità. Ma Michael Bay non è James Cameron, e neppure Larry Cohen; questo bellissimo movimento resta un’audacia isolata in una messa in scena fragorosa ma in ultima analisi abbastanza convenzionale.
Dopo di che, una costruzione drammaturgica sbilenca costruisce un climax retorico - incentrato sulla reazione di Roosevelt - che si rivela una fine mancata, dando luogo a uno sviluppo (il bombardamento su Tokyo) che nonostante la sua lunghezza fa la figura ingloriosa di una maxi-coda.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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