sabato 5 gennaio 2008

Pazzi in Alabama

Antonio Banderas

Il problema di questo film è che sono due. Infatti il modesto, ma a tratti divertente “Pazzi in Alabama”, debutto registico di Antonio Banderas, si sforza di fondere due racconti eterogenei. Il primo è una “black comedy” che pigia con giusta disinvoltura sul pedale del grottesco. La pazzerella zia Lucille - ben interpretato da una Melanie Griffith particolarmente sexy, con una parrucca nera che la dà un’aria di streghetta e una luce leggermente torbida negli occhi - ha giustamente avvelenato un marito carogna che la maltrattava e le faceva fare figli a ripetizione (le bucava il diaframma), l’ha decapitato (non sto svelando niente che non dovrei, perché ci vien detto tutto fin dall’inizio del film) ed ora è in allegra fuga verso Hollywood con la testa del defunto in una cappelliera, la quale testa continua ad apostrofarla sprezzante come quand’era in vita. Il secondo racconto - siamo nell’Alabama del 1965 - è una cronaca partecipe delle grandi lotte dei negri del profondo Sud per l’emancipazione. Il legame fra la commedia nera e la rievocazione storica antirazzista è, potremmo dire, di parentela, giacché il ragazzino che fa da umbratile co-protagonista vive da preoccupato testimone esterno la fuga della zia e da testimone partecipante in prima persona la lotta dei neri.
La regia di Banderas appare scolastica, nel senso dell’aspirazione a essere il primo della classe: riprese dall’elicottero e via dicendo. E’ una regia piuttosto accademica: tutto a posto, ma niente di geniale. Sul versante grottesco il film non è privo d’idee, anche se non raggiunge spesso quel tono “hip” che lo sceneggiatore (Mark Childress, da un suo romanzo) vorrebbe. Alcune parti hanno una piacevole verve: ottima la parentesi hollywoodiana, che consente la miglior battuta di tutto il film (a Lucille, diventata attrice televisiva: “La cercano sul set” - lei: “Tesoro, mi cercano in 17 stati”). Sul versante “impegnato” Banderas, alquanto intimidito dall’argomento, sceglie la via della solennità, ma anche della prevedibilità. E’ un racconto piuttosto “telegrafato” (anche se mai come in certi esempi recenti del cinema americano, come il brutto “American History X” di Tony Kaye, che per la sua “fissa” didattica sembra un film tv italiano). A parte un paio di scene di un certo impatto (l’incidente all’occhio del protagonista), tutta questa parte è “usual fare” del cinema democratico: niente viene tralasciato: il ragazzino negro ucciso, il dolore dignitoso del padre, le marce, “We shall overcome”, la coppia di ragazzi bianchi che si unisce con aria solenne alla marcia, la stretta di mano con Martin Luther King.
Tutto giustissimo, si dirà; ma Banderas non riesce a provocarci più che un’adesione epidermica (pensiamo invece a come un vero grande regista, Steven Spielberg, ha saputo recuperare sullo schermo le forme di un’antica solennità nel bellissimo e sottovalutato “Amistad”). Diavolo, abbiamo appena sentito la testa mozza del marito chiamare a raccolta dei cagnolini hollywoodiani affinché lo liberino dalla cappelliera, ed è un po’ difficile poi prendere sul serio queste inquadrature di impegno civile alla Stanley Kramer.
Film dai riferimenti ambiziosi (uno inevitabile è “Qualcosa di travolgente” di Jonathan Demme), “Pazzi in Alabama” manca dunque l’obiettivo. Non riesce a unificare i suoi due racconti, né sul piano narrativo (un “road movie” tutto movimento e mutevolezza contro un dramma civile piuttosto statico) né sul piano linguistico (Banderas li rende con stili opposti: gasato e moderno il primo, monumentale, da anni sessanta, il secondo), né, in ultima analisi, sul piano emotivo.
Alla fine arriva Rod Steiger in un meraviglioso cameo di giudice saggio e sarcastico, ed ecco che il film ha un momento conclusivo in cui le due storie finiscono per fondersi nel riconoscimento dell’aspirazione alla libertà. Troppo tardi, troppo poco.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: