sabato 5 gennaio 2008

Nameless - Entità nascosta

Jaume Balagueró

“Nameless - Entità nascosta” - brutto titolo italiano del film spagnolo “Los sin nombre”, tratto dal romanzo di Ramsey Campbell “The Nameless”, che però in Italia s’intitola “La setta” - non è un lavoro privo d’interesse. Vedi il bell’inizio, col ritrovamento del corpo assassinato di una bambina, ove la crudeltà narrativa si traduce in crudeltà visuale: è l’estremismo moderno del “mostrare” - nel cinema moderno tutto dev’essere visibile, c’è come un bulimia dello sguardo - però qui questo “voler mostrare” è richiesto non già come shock visivo ma come supporto alla durezza della narrazione: quindi uno shock di secondo grado. Anche sotto questo aspetto “Nameless” ricorda un film, più bello, di Mathieu Kassovitz col quale ha diversi tratti in comune: “I fiumi di porpora”. Non c’è dubbio che il regista e sceneggiatore Jaume Balagueró abbia del talento: ma lo deve ancora disciplinare. E’ lodevole la sua preoccupazione di costruire un discorso horror europeo, diverso e “raffinato” rispetto al modello americano: narrazione frazionata, un attento lavoro sul sonoro; nondimeno il film appare nel complesso, più che artistico, “arty” (ossia artisticamente pretenzioso).
“Nameless” comunque non manca di qualche momento interessante, o perfino autenticamente “creepy”. Un forte impegno sulla scenografia riesce talvolta a costruire un’atmosfera convincente. Penso per esempio a quello squallido condominio fatiscente popolato di figure quotidiane eppure inquietanti; oppure all’episodio autenticamente disturbante, la scena più riuscita del film, del colloquio della protagonista in un manicomio con il vecchio criminale argentino Santini, il capo della setta dei Senzanome, figura lugubre e delirante: ottima caratterizzazione fisica, ottimo dialogo, e una splendida interpretazione (l’attore, è giusto annotarselo, si chiama Carlos Lasarte).
Più in generale, la narrazione sfrutta vantaggiosamente un elemento di per sé affascinante nell’horror: la magia dello scavare nel passato, delle fotografie ingiallite, delle vecchie biblioteche, delle raccolte di riviste rare e di articoli dimenticati... E’ quello che potremmo chiamare il concetto “antiquario” dell’orrore (il grande M.R. James intitolò un suo libro “Ghost Stories of an Antiquary”). L’elemento della ricerca storica o erudita, che già in sé possiede la sua suspense, regala al terrore una risonanza particolare. Se ne potrebbero fare migliaia di esempi; i telespettatori di una certa età non hanno di sicuro dimenticato il fascinoso serial “Il Segno del Comando”, ma uno recente (1999) è il bellissimo “La nona porta” di Roman Polanski.
Se questi tratti, diciamo, atmosferici sono i pregi di “Nameless”, i difetti (prevalenti) del film sono dovuti alla debolezza della sceneggiatura. Si sente di continuo quello che in un film più dovrebbe essere nascosto: la fatica per portare avanti l’azione e per giustificare i comportamenti dei personaggi. A un certo punto poi “Nameless” perde completamente la sua forza motrice, fino a sfociare in una doppia soluzione finale - che, trattandosi di un thriller, non vado a svelare - obbrobriosamente prevedibile su entrambi i lati (ciò in parte è ascrivibile al romanzo originale di Campbell, ma solo in parte).
Il secondo difetto è una caratterizzazione insopportabile della protagonista, interpretata da Emma Vilarasau - ma per dare consistenza e umanità alla parte ci sarebbe voluta almeno Carmen Maura. D’accordo, qui abbiano una donna che soffre e che è spaventata fino all’isterismo. Tuttavia è un triste classico che nelle cattive sceneggiature (o credete che sia facile dipingere il dolore?) una donna in questa condizione risulti una caricatura, aggressiva, irrazionale, petulante, lagnosa - per cui, insomma, dal nostro punto di vista di spettatori, tutto il male che capita a questa isterica è ben appioppato.

(Il Nuovo FVG)

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