sabato 5 gennaio 2008

Il cuore altrove

Pupi Avati

E’ l’illusione il tema principale del cinema, esile ma convincente, di Pupi Avati. I suoi protagonisti sono creature che vivono in una bolla d’aria, fuori dal mondo; e quando incontrano il mondo quella loro pelle troppo pallida e fragile si prende, come dire, sonore abrasioni. Qui Neri Marcoré, timido professore di latino appena arrivato nella Bologna del primo ‘900, s’innamora della bellezza cieca Vanessa Incontrada e ne viene ingannato: è l’incontro della Dedizione e del Capriccio. Osservando en passant che Avati sa mettere in luce sia quanto di dedito c’è nel capriccio sia quanto di capriccioso c’è nella dedizione.
Personaggi, i suoi, che si autoilludono amplificando segnali lanciati per arbitrio, per pigrizia, per maligna volontà d’ingannare - o magari, segnali solo creduti. E si precipitano a capofitto, come se a un ipotetico tavolo verde esistenziale, dopo anni di risparmio e di rinuncia, d’un tratto giocassero tutte le loro fiches in un colpo solo (non per nulla alla dinamica del poker Pupi Avati ha dedicato uno dei suoi film più importanti, “Regalo di Natale”). Il mondo per loro è una scoperta dolorosa; per metafora, ma neanche tanto, potremmo dire che il cinema di Pupi Avati è un cinema dei vergini. Ed è la loro fragilità a dare al cinema di Avati quel vago senso di disagio, forse di minaccia.
Questo stato potrebbe dare adito a profondità leopardiane. Fortunatamente Pupi Avati non ci si avventura; dico fortunatamente, perché non sarebbe nelle sue corde. Avati è un autore di bozzetti (uso in senso buono questo termine compromesso), di quadretti agrodolci crepuscolari, quasi acquerelli, spesso stemperati nella memoria (Avati è uno dei nostri registi più affezionati al film in costume). Ama dipingere i suoi dolori e le sue effimere gioie nel segno di un quieto, sottile pessimismo, dove l’elemento tragico rimane implicito in una sorta di rassegnata desolazione, una sofferenza fatta di sguardi o di sorrisi amari - o di atti sostitutivi, come nel bel finale de “Il cuore altrove” (un’ombra felliniana?) con Marcoré che unisce la sua voce di prepotenza al coro dei pretini che avanzano cantando “L’alouette”.
Accanto ai suoi protagonisti Avati elabora abilmente un bozzettismo “laterale” (anche nutrito di una bella galleria di volti, di un buon uso dei caratteristi). Ne “Il cuore altrove”, alla storia base fa da controcanto gustosissimo la commedia popolaresca romana impostata su Giancarlo Giannini nel ruolo del padre, sarto del Vaticano; e naturalmente basta il suo grande discorso sull’elezione dei Papi dal punto di vista del sarto per farci riconoscere un altro tipico personaggio avatiano, che la scelta dell’angolatura narrativa ha come congelato nello sfondo comico, come condannato a farsi comprendere di scorcio.
In questo film ricco di tocchi umorosi (detto di Giannini, va menzionato anche un grande Nino D’Angelo), emerge bene quel grottesco che di Avati è la dote migliore. Eccone un esempio cospicuo nell’entrata in fila delle cieche al ballo dell’Istituto, le mani l’una sulla spalla dell’altra, scortate dalle suore speranzose di affibbiarle ai maschi presenti. O Neri Marcoré che, con scandalo del frate, chiede a Santa Lucia la grazia che l’amata resti cieca!
Perché esistono un Avati bianco e un Avati nero, e si mescolano e s’intrecciano nei suoi film. Certo il Pupi Avati più intrigante è quello nero, livido, allucinato, che si esprime compiutamente nei suoi grandi film fantastici. I capolavori assoluti “La casa dalle finestre che ridono” e “Zeder”; più tardi “L’arcano incantatore”; ma da citare anche “I cavalieri che fecero l’impresa”, sonoro fallimento al box office senza meritarlo (scontando il difetto di un plot un po’ confuso a causa dei tagli). Però di fronte alla risposta limitata che ottiene la sua vena più notturna e fantastica, Pupi Avati è costretto a muoversi prevalentemente in quella dimensione agrodolce di piccolo realismo. Riconosciamogli di farlo con intelligenza e dignità.

(Il Nuovo FVG)

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