sabato 5 gennaio 2008

I cavalieri che fecero l'impresa

Pupi Avati

Quest’opera solenne e mortuaria, che inizia fra le tombe dei re di Francia e termina con una strage, disegna un crudo Medioevo insieme santo (il cavaliere inginocchiato) e sanguinoso. Non solo il film, che ha avuto come consulente storico Franco Cardini, descrive un Medioevo realistico ma ce ne mostra angoli semisconosciuti, come quando muore in Terrasanta Luigi IX e il cadavere viene bollito per separare dalla carne le ossa, da riportare in Francia. Tuttavia Avati ci narra un Medioevo favoleggiato e sognato, come pervenuto attraverso lunghi racconti nelle notti insonni (vi ritroviamo i tratti del grottesco avatiano, come per esempio il castellano nano, trafitto alla gola da una freccia sugli spalti in mezzo alle sue donne). Non dimentichiamo che il racconto dei “Cavalieri” ha luogo in flashback, è il resoconto di un narratore (il “regular” avatiano Carlo Delle Piane), e noi sappiamo quale rapporto avessero con l’oggettività le narrazioni medievali. Non per nulla fa la sua comparsa nel film il protagonista della più grande e favolosa fantasia medievale, il Prete Gianni.
E’ forte in Avati una tendenza del racconto verso una dimensione orale e collettiva, con la sua connotazione di meraviglia; una dimensione mitica e fiabesca, anche all’interno del realismo. E’ proprio in questa tensione che risiedono il senso e il bizzarro fascino del suo film.

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