sabato 5 gennaio 2008

Il mondo non basta

Michael Apted

Brutto, non è brutto “Il mondo non basta” di Michael Apted (del resto, può esistere un film di 007 veramente brutto, una volta seppellito il deplorevole Timothy Dalton?). Tuttavia, non è che il nuovo Bond movie sia destinato a lasciare un ricordo particolare all’universo dei Bondofili; la parola giusta mi sembra “inessenziale”. Senza dubbio, è inferiore agli altri due film dello 007 incarnato da Pierce Brosnan: non solo al divertente, esplosivo, gustosissimo “Goldeneye” di Martin Campbell ma anche all’intelligente “007 - Il domani non muore mai” di Roger Spottiswoode.
Come azione, niente da dire, è l’”usual fare” bondiano: frenesia, musica incalzante, gadgets divertenti e fanta-armi assurdissime (però l’elicottero dotato di gigantesche lame rotanti affetta-case, è una stupidaggine). Due scene sono particolarmente degne di nota: la caccia a Bond con le slitte volanti fra le montagne innevate dell’Azerbaigian e lo scontro sadicamente protratto dentro il sommergibile nel finale; volendo, possiamo aggiungerci per la sua buffa esagerazione il prologo in cui appare fuggevole e inconsistente Maria Grazia Cucinotta. Però il tessuto interstiziale fra le esplosioni di azione è piuttosto debole; il che è tanto più un fallimento se pensiamo che “Il mondo non basta” fa un debole tentativo di “approfondire” il personaggio: il film ricerca una sorta di umanizzazione fisica (dopo i suoi grandi salti Bond si massaggia la spalla dolorante, lesa nell’inseguimento iniziale), s’ingegna - senza essere molto convincente - di dargli un po’ di complessità sentimentale, mette anche in risalto una certa freddezza nell’uccidere, come si vede alla fine.
Tutto questo in fondo è un mezzo ritorno alle origini letterarie del personaggio e il bravo Pierce Brosnan, dal viso indurito rispetto ai film precedenti, lo rende piuttosto bene. E’ il film di Michael Apted che non riesce a emozionarci. Apted è un artigiano corretto ma senza brio. Dirige in modo quasi burocratico, delegando un po’ troppo la scansione delle emozioni al montaggio di Jim Clark. Gli mancano, non dico la bravura dei “classici” Lewis Gilbert, Terence Young e Guy Hamilton, ma anche l’intelligenza del sottovalutato Martin Campbell: il quale, zitto zitto, non sbaglia un film, e sa resuscitare - come ha mostrato prima con “Goldeneye” poi con “La maschera di Zorro” - anche i miti cinematografici più polverosi.
Apted non sfrutta adeguatamente le suggestioni vampiresche fornite dalla sceneggiatura al personaggio del supercattivo Robert Carlyle, il quale - per effetto di una pallottola nel cervello - si considera un morto vivente, è privo del senso del tatto, è insensibile al dolore e mostruosamente forte: se non in unica solitaria scena, con Sophie Marceau, dove Carlyle raggiunge un effetto di contorta umanità. Quanto alla Marceau, in gara con Denise Richards per la palma di bella donna del film, esplora diligentemente tutti gli angoli della cattiveria autocompiaciuta, e Bond giustamente la tratta malissimo. E’ meno rompina Denise Richards, scienziata ingenua/sexy, che compare in scena in una maglietta paramilitare, della serie “sessualità sudaticcia”, alla Lara Croft.
Judi Dench, “M”, così dura e determinata negli altri film, qui si impegna sul campo e sembra in gara per la coppa degli agenti segreti imbranati: meglio che torni dietro la scrivania. E fra i cari vecchi volti dobbiamo dare l’addio all’inarrivabile maestro d’armi “Q”, Desmond Llewellyn, morto in un incidente stradale poco dopo la fine del film. Piccolo mistero cinematografico: come mai il dialogo pare fatto apposta per prepararci alla sua uscita di scena? Era una precauzione adottata in vista della sua età venerabile? In ogni modo, come il ritratto del primo “M”, Bernard Lee, ci guarda dallo studio di Judi Dench, così al caro “Q” resterà una nicchia nella nostra memoria.

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