giovedì 25 giugno 2026

Toy Story 5

Andrew Stanton & Kenna Harris

La piccola Bonnie è cresciuta ma ha ancora il problema degli amici, nel nuovo episodio della saga di Toy Story. La sua timidezza le impedisce anche di fare amicizia coi gemelli della casa vicina – e si rifugia nel mondo dei giocattoli, con fantasie-gioco romantiche o avventurose dalla resa grafica piuttosto interessante. Lo sciagurato tentativo dei genitori di farla aprire al mondo regalandole un tablet per bambini, Lilypad, porterà a dispiaceri per lei, per loro e per i giocattoli, nel gustoso e intelligente film Pixar Toy Story 5, diretto da Andrew Stanton con Kenna Harris e scritto dagli stessi. Pete Docter e Jonas Rivera compaiono con Lindsey Collins come produttori. Inutile dire che ritornano tutte le figure che conosciamo e amiamo, anche se quelle secondario vanno poco al di là di un’apparizione (tuttavia spetta a Rex la battuta migliore del film). Con Woody andato via (però ritorna) e con Buzz come spalla innamorata, il ruolo di protagonista spetta alla bambola cowboy Jessie. Nota che un subplot che sembra del tutto separato, e consacrato al solo scopo di moltiplicare i Buzz Lightyear, nel prosieguo si fonde non senza eleganza con la storia principale.
Toy Story 5 è un film doppiamente malinconico. Da un lato è pervaso di una malinconia per così dire istituzionale, sottesa a tutta la serie, che riguarda il destino dei giocattoli di essere abbandonati quando il loro possessore, bambino o bambina, cresce. Lo scatolone di cartone da mettere in cantina è l’oggetto-simbolo (non per nulla un topos classico del mélo, il genere dell’amore dolente) di questa perdita.
Dall’altro, c’è una malinconia, diciamo, sociale, o attuale, che rampolla dalla situazione culturale presente. La serie qui prende di petto come argomento il declino dei giocattoli in quanto giocattoli, svincolato dall’età, perché sono sostituiti dagli apparecchi elettronici. La perdita del gioco come attività e come momento fondamentale di sviluppo; anche a parte il ritrarsi dell’homo ludens in una condizione virtuale e soggettiva, il tragico è la perdita del momento di costruzione fantastica dal parte del bambino (il famoso “facciamo che”), e contestualmente la perdita del rapporto con gli altri bambini; i congegni elettronici li isolano in altrettante bolle.
In questo senso, l’immagine più inquietante del film – puro horror da Invasione degli ultracorpi – è una soggettiva di Jessie dall’alto di un tetto, che mostra le finestre delle case vicine, ciascuna illuminata da una fredda luce elettronica con i bambini isolati persi dietro ai loro tablet.
I genitori di Bonnie sperano che Lilypad, detta Lily, diavoleria elettronica dal “volto” di rana, la aiuti a trovare amicizie; ma si tratta di amicizie finte. Quando Bonnie va al pigiama party con le tre bambine che ha conosciuto via Lilypad, vediamo tutte e quattro curve sui loro tablet; peggio, a proposito di un messaggio sui due giocattoli perduti, le tre si scatenano in un’aggressione social.
Intendiamoci, i bambini sono sempre stati crudeli; è un male della vita. Però in passato l’interazione diretta, fisica, guidata da adulti consapevoli, poteva civilizzarli; oggi l’unione inestricabile dei social e della stupidità assente dei genitori hanno dato alla crudeltà nuove armi.
A proposito dei genitori, una soluzione importante di happy ending si trova, quasi nascosta, nei disegni stile pastello che accompagnano i titoli di coda. Vediamo non solo Bonnie e Blaze giocare insieme, come già sapevamo, ma anche i loro quattro genitori fare con loro un picnic tutti assieme. Perché anche gli adulti, come accenna il film, rischiano di essere imprigionati dallo schermo dei devices.
Beninteso, Toy Story 5 non è un film luddista. Una serie nata per umanizzare i giocattoli non avrebbe potuto non umanizzare, e renderci vicini, gli stessi apparecchi elettronici. Questo va da sé per i tre goffi e buffi esemplari “arcaici” trovati in casa di Blaze, ma anche Lily, che nella prima parte è il villain del film, nella seconda mostra un (implausibile, se vogliamo, ma non spiacevole) pentimento. È la risoluzione non conflittuale che permette al film di tornare a concentrarsi – specie nella pagina toccante della cassetta nascosta – sul suo argomento principale: l’inevitabile passare del tempo che porta con sé la condizione agrodolce della crescita. Ma non è questa la vera ragion d’essere della Pixar?

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