Andrew Stanton & Kenna Harris
La
piccola Bonnie è cresciuta ma ha ancora il problema degli amici, nel
nuovo episodio della saga di Toy Story. La sua timidezza le impedisce
anche di fare amicizia coi gemelli della casa vicina – e si rifugia
nel mondo dei giocattoli, con fantasie-gioco romantiche o avventurose dalla resa grafica
piuttosto interessante. Lo sciagurato tentativo dei genitori di farla
aprire al mondo regalandole un tablet per bambini, Lilypad, porterà
a dispiaceri per lei, per loro e per i giocattoli, nel gustoso e
intelligente film Pixar Toy Story 5, diretto da Andrew Stanton con
Kenna Harris e scritto dagli stessi. Pete Docter e Jonas Rivera
compaiono con Lindsey Collins come produttori. Inutile dire che
ritornano tutte le figure che conosciamo e amiamo, anche se quelle
secondario vanno poco al di là di un’apparizione (tuttavia spetta
a Rex la battuta migliore del film). Con Woody andato via (però
ritorna) e con Buzz come spalla innamorata, il ruolo di protagonista
spetta alla bambola cowboy Jessie. Nota che un subplot che sembra del
tutto separato, e consacrato al solo scopo di moltiplicare i Buzz
Lightyear, nel prosieguo si fonde non senza eleganza con la storia
principale.
Toy
Story 5 è un film doppiamente malinconico. Da un lato è pervaso di
una malinconia per così dire istituzionale, sottesa a tutta la
serie, che riguarda il destino dei giocattoli di essere abbandonati
quando il loro possessore, bambino o bambina, cresce. Lo scatolone di
cartone da mettere in cantina è l’oggetto-simbolo (non per nulla
un topos classico del mélo, il genere dell’amore dolente) di
questa perdita.
Dall’altro,
c’è una malinconia, diciamo, sociale, o attuale, che rampolla
dalla situazione culturale presente. La serie qui prende di petto come
argomento il declino dei giocattoli in quanto giocattoli, svincolato
dall’età, perché sono sostituiti dagli apparecchi elettronici. La
perdita del gioco come attività e come momento fondamentale di
sviluppo; anche a parte il ritrarsi dell’homo ludens in una
condizione virtuale e soggettiva, il tragico è la perdita del
momento di costruzione fantastica dal parte del bambino (il famoso
“facciamo che”), e contestualmente la perdita del rapporto con
gli altri bambini; i congegni elettronici li isolano in altrettante
bolle.
In
questo senso, l’immagine più inquietante del film – puro horror
da Invasione degli ultracorpi – è una soggettiva di Jessie dall’alto di un tetto, che mostra le finestre delle
case vicine, ciascuna illuminata da una fredda luce elettronica con i
bambini isolati persi dietro ai loro tablet.
I
genitori di Bonnie sperano che Lilypad, detta Lily, diavoleria elettronica dal
“volto” di rana, la aiuti a trovare amicizie; ma si tratta di
amicizie finte. Quando Bonnie va al pigiama party con le tre bambine che ha conosciuto via Lilypad,
vediamo tutte e quattro curve sui loro tablet; peggio, a proposito di
un messaggio sui due giocattoli perduti, le tre si scatenano in
un’aggressione social.
Intendiamoci,
i bambini sono sempre stati crudeli; è un male della vita. Però in
passato l’interazione diretta, fisica, guidata da adulti
consapevoli, poteva civilizzarli; oggi l’unione inestricabile dei
social e della stupidità assente dei genitori hanno dato alla
crudeltà nuove armi.
A
proposito dei genitori, una soluzione importante di happy ending si
trova, quasi nascosta, nei disegni stile pastello che accompagnano i
titoli di coda. Vediamo non solo Bonnie e Blaze giocare insieme, come
già sapevamo, ma anche i loro quattro genitori fare con loro un
picnic tutti assieme. Perché anche gli adulti, come accenna il film,
rischiano di essere imprigionati dallo schermo dei devices.
Beninteso,
Toy Story 5 non è un film luddista. Una serie nata per umanizzare i
giocattoli non avrebbe potuto non umanizzare, e renderci vicini, gli stessi apparecchi elettronici. Questo va da sé per i tre goffi e
buffi esemplari “arcaici” trovati in casa di Blaze, ma anche
Lily, che nella prima parte è il villain del film, nella seconda
mostra un (implausibile, se vogliamo, ma non spiacevole) pentimento.
È la risoluzione non conflittuale che permette al film di tornare a
concentrarsi – specie nella pagina toccante della cassetta nascosta
– sul suo argomento principale: l’inevitabile passare del tempo
che porta con sé la condizione agrodolce della crescita. Ma non è
questa la vera ragion d’essere della Pixar?

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