Pascal Bonitzer
Maigret
– L’amore e la morte di Pascal Bonitzer si apre sul dettaglio di
una pipa che viene pulita con il curapipe, ed è giusto: è una
dichiarazione di intenti (“Questo è un film di Maigret”) –
come pure l’enunciazione immediata del fedele subordinato Janvier.
Questi segni caratteristici servono in primo luogo a farci accettare
un Maigret (interpretato da Denis Podalydès) assai differente da
quello che conosciamo.
Non
si tratta solo di una differenza fisica. L’aggettivo sempre usato
per descrivere il Maigret classico è “massiccio”. Burbero,
introverso, umanissimo, assapora l’atmosfera come un bicchiere di
vino; raggiunge la verità attraverso l’empatia (non in senso
buonista, ma piuttosto, umanista). Il suo creatore Simenon in
un’intervista del 1963: è un intuitivo, con l’aria un po’
bovina. Qui, il Maigret magro e molto stempiato di Denis Podalydès è
un altro, un ragionatore determinato e nervoso, che interroga per
appurare i nudi fatti. In questo senso, è più vicino all’idea di
un poliziotto tradizionale che a Gino Cervi o Jean Gabin.
Versione
solo apparentemente fedele del romanzo Maigret e i vecchi signori
(noto anche come Maigret e gli aristocratici), il film narra
dell’assassinio di un anziano conte nel momento in cui, dopo un amore assolutamente casto durato decenni, finalmente ha la possibilità di sposare
una principessa sua coetanea, che è appena rimasta vedova. Il
romanzo di Simenon vede Maigret sconcertato e come incredulo di
fronte a questo mondo di vecchi aristocratici e ai loro valori; gli
sembra una fiaba di quelle cui credeva da ragazzo; e Bonitzer –
anche sceneggiatore – condivide l’incredulità di Maigret, e
l’amplifica all’estremo nel film.
Incerto
fra tradizione e revisionismo, Maigret – L’amore e la morte è
ambientato ai nostri giorni (o quasi), tempi di computer portatili e
cellulari, che il commissario non usa. Questo film tradisce nei suoi
interni un bizzarro senso di artificialità: non c’è l’aria
della vita: appaiono finti. Persino le comparse, nei rari esterni
parigini, sembrano onesti salariati impegnati a fare le comparse.
I
dialoghi, fondamentalmente simenoniani, sono il meglio del film, e
visibilmente sono quello che interessa a Bonitzer. Che ha a
disposizione interpreti (quasi tutti) bravi, fra i quali eccelle Anne
Alvaro nel ruolo di Jacotte, la grintosa cameriera dell’aristocratico
assassinato. Notevole anche Dominique Raymond nel ruolo dell’anziana
principessa (personaggio che si ha l’impressione Bonitzer fraintenda un
po’).
A
questo punto devo mettere un avviso importante: il resto della
recensione è uno spoiler.
Dopo
aver seguito da vicino il romanzo, Pascal Bonitzer si prende la
libertà di cambiare il finale. Ora, intendiamoci: questa non è una
cosa illecita in sé. Esempio di scuola, Qualcuno sta uccidendo i più
grandi cuochi d’Europa di Ted Kotcheff (1978): Robert Morley è
così simpatico nel film che la sceneggiatura butta via il dénouement
del romanzo dei coniugi Nan e Ivan Lyons, e s’inventa un assassino
differente. Come sempre, tutto dipende dal risultato.
Qui
la beghina Jacotte da una figura quasi bressoniana – ovviamente non
parlo di livello artistico ma di concezione – diventa un’astuta
“mantide”. Si perde qualcosa? Sì, il fascino del romanzo. Ma
tornando a casa Pascal Bonitzer avrà detto tutto fiero alla moglie:
“Cara, ho migliorato Simenon”.

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