Dave Green
Ben
lo sappiamo, dopo aver visto anni di meravigliosi inseguimenti: per
tutta la vita Wile E. Coyote (italiano, Willy il Coyote) ha cercato
di catturare l’uccello corridore Road Runner (italiano, Beep Beep),
usando i marchingegni più straordinari della ditta Acme; e per tutta
la vita ha fallito, riportando danni fisici e morali. Ora si è
stufato e ha deciso di far causa alla Acme, nel bellissimo Coyote vs.
Acme di Dave Green.
Si
rivolge a uno scalcinato studio legale (nota per i conoscitori: non è
casuale che lo studio si chiami Avery, Jones & Maltese), che
campa di piccoli risarcimenti elargiti dalla Acme giusto per
risparmiare il fastidio. In effetti l’avvocato Avery (Will Forte) è
il classico avvocaticchio che tira a campare; non ha la minima
intenzione di sfidare sul serio la potentissima Acme, con la sua task
force di legali abilissimi e potenti capitanati da Buddy Crane (John
Cena). Ma... complici l’ostinazione del Coyote e una nipote
idealista (Lana Condor)… la coscienza si risveglia e l’avvocato
diventa un lottatore. Il meccanismo è chiaro: come in tanti
courtroom dramas, c’è l’ombra di Frank Capra dietro il film.
Il
concetto di far interagire sullo schermo personaggi disegnati ed
esseri umani è sempre stato il sogno degli animatori dei cartoons.
Senza alcuna pretesa di essere esaustivo, menziono all’origine
Gertie and the Dinosaur (1914) di Winsor McCay e la geniale serie dei
fratelli Fleischer Out of the Inkwell, dal 1918. È poi sempre stato
un grande desiderio della Disney; dopo l’incontro fra Topolino e
Leopold Stokowski in Fantasia (1940), brilla la tecnica mista de I
tre caballeros (1944); mentre per la concorrenza Gene Kelly balla con
il topo Jerry in Due marinai e una ragazza di George Sidney (1945).
La Disney prepara l’esplosione nel 1964 di Mary Poppins (come
dimenticare l’orchestrina popolana che accompagna Julie Andrews e
Dick Van Dyke su “Supercalifragilistichespiralidoso”); e il suo
regista – il sottovalutato Robert Stevenson – riprende la tecnica
mista nel 1971 col delizioso Pomi d’ottone e manici di scopa. Tutto
questo procede a razzo verso il capolavoro assoluto di Robert
Zemeckis del 1988 Chi ha incastrato Roger Rabbit – e di lì la
strada era spalancata e hanno fatto seguito diversi film, purtroppo
anche assolutamente dimenticabili come Space Jam.
È
a Chi ha incastrato Roger Rabbit che si rifà Coyote vs. Acme, che è
prodotto dalla Warner (ma vedi infra per la storia) e che quindi ha
l’opportunità di impiegare nel film i personaggi dei Looney Tunes.
C’è una vera aderenza filologica in quest’impiego, grazie a una
sceneggiatura intelligentissima (c’è anche lo zampino di James
Gunn). Non stupisca la presenza fra i cartoons della caricatura di
Peter Lorre: l’attore tedesco era più volte stato caricaturato nei
cartoni animati della casa, per cui è un personaggio Warner anche
lui. Proprio per la filologia, è un peccato che il film ometta il
ritornello di “The Camptown Races” quando appare il gallo sudista
Foghorn Leghorn: nei cartoni originari era il suo Leitmotiv; ma
sicuramente c’era una questione di diritti.
L’animazione
è ottima, e in particolare Wile E. Coyote regge splendidamente il
ruolo di co-protagonista, sviluppando al massimo quell’espressività
che era una grande dote della Warner (persino più della Disney, a
mio parere); e anche il gioco psicologico ha la sua autenticità. Il
film si lancia gioiosamente nelle classiche trovate dei cartoons,
come l’uso della vernice Acme per aprire una nuova dimensione (la
galleria): il mondo in continua beffarda trasformazione dei Looney
Tunes è interamente presente qui.
Val
la pena di ricordare che il momento culminante di Chi ha incastrato
Roger Rabbit non era l’interazione di Bob Hoskins coi vari cartoon
bensì quello in cui Hoskins si “cartoonizzava” nel finale mantenendo il corpo umano, e così realizzando la perfetta fusione fra
le due dimensioni. Coyote vs. Acme, da film attento e calibrato qual
è, non trascura di realizzare un programma simile – sebbene non
con la stessa lucida grandezza – nella sequenza dell’inseguimento
in strada a Washington.
C’è
una differenza fra l’universo immaginario di Chi ha incastrato
Roger Rabbit e quello di Coyote vs. Acme. Nel primo film, ambientato
nel 1947, fra i cartoons e gli esseri umani vige una sorta di
separazione sociale su linee pressoché razziali (al punto che non
sarebbe impossibile vedere nei cartoons un’analogia con i neri).
Nel secondo film si è stabilita un’integrazione; tanto che Elmer
Fudd è un senatore degli Stati Uniti e Foghorn Leghorn è
addirittura un alto dirigente della Acme. Questa integrazione sposta
totalmente all’interno della popolazione dei cartoons le differenze
di classe, portandovi in misura maggiore la dimensione del dolore e
della sofferenza (le menti spietate della Acme, incluso Foghorn
Leghorn, addirittura la teorizzano come necessità). Tutto questo per
il malvagio ma redditizio Progetto Sisifo.
Se
già Chi ha incastrato Roger Rabbit era una riflessione
storico-teorica sul cartoons, Coyote vs. Acme vi aggiunge una
dimensione politica attuale. L’America contemporanea del film è un
paese letteralmente dominato dalla multinazionale Acme, che con i
suoi avvocati fa il buono e il cattivo tempo (“La legge è dalla
nostra parte, perché l’abbiamo scritta noi”). Il meccanismo
legale garantito dalla Costituzione americana è inceppato. Nota che
Foghorn Lerghorn entra in scena tenendo in mano una mazza da golf –
c’è un riferimento nel fatto che il golf sia lo sport preferito di
un certo Presidente americano che gli assomiglia molto?
Ma
non preoccupatevi (spoiler): in questa storia di Davide contro Golia
c’è il lieto fine: come abbiamo già detto, su tutto il film si
stende l’ombra di Frank Capra. Che comprende la resipiscenza
dell’avvocato Avery. È molto interessante la somiglianza, che il
film sottolinea per bocca dell’avvocato Crane, fra il “nuovo”
Avery che ha riscoperto il suo vero carattere e il Coyote: la morale
americanissima di tentare, fallire e non arrendersi ma tentare di
nuovo: una sorta di eroismo che accomuna i due.
Fatti
gli elogi del caso, resta da dire che la storia reale di Coyote vs.
Acme meriterebbe un film a sé. Dopo la realizzazione del film, i
manager della Warner Bros. avevano rinunciato a distribuirlo, per
ragioni fiscali (come in Per favore non toccate le vecchiette di Mel
Brooks, c’è una convenienza ad andare in perdita!). A un certo
punto avevano anche pensato di distruggerlo. Bisogna ringraziare la
levata di scudi dei fan e degli operatori di Hollywood (ad essi
allude in modo criptico la dedica finale), insieme naturalmente ai
realizzatori, per cui alla fine la Warner ha accettato di venderlo
per 50 milioni di dollari. Così il film è potuto uscire (infatti se
guardate alla fine dei titoli di coda il copyright è del 2003), e la
buona notizia è che sta recuperando velocemente la spesa.
Questa
è la storia ufficiale. Ora, non vorrei essere accusato di indulgere
a teorie del complotto – ma è evidente che neanche un manager di
Hollywood può essere così cretino. E allora l’unica spiegazione
possibile è che la Acme, che possiede la Warner Bros, avesse posto
il veto all’uscita di un film che denunciava tutti i suoi sporchi
segreti. Ecco un motivo in più per comprare il biglietto: è il film
che la Acme non voleva farvi vedere.

Nessun commento:
Posta un commento