Wolfgang Petersen
Nei titoli (posti all’inizio, “come una volta”) “Poseidon” di Wolfgang Petersen trasmette quasi un’impressione “old-fashioned” con la presenza come protagonisti di cari vecchi divi anni ‘70/’80, Kurt Russell e Richard Dreyfuss. E’ appropriato: è il remake di un film del 1972, “L’avventura del Poseidon” di Ronald Neame, che fu decisivo (con “L’inferno di cristallo” di John Guillermin) nel lanciare la voga dei “disaster movies”, il cinema catastrofico. Torna così la storia del transatlantico che, investito da una gigantesca onda anomala, si capovolge, e un gruppo di sopravvissuti cerca di uscirne prima che affondi. Il presente film si avvale delle tecniche moderne e anche di una maggiore franchezza visiva: qui il relitto è, realisticamente, popolato di cadaveri. Le inquadrature subacquee, con corpi e rottami che vorticano sotto l’immensa nave rovesciata, sono abbastanza efficaci.
L’aspetto più intrigante della situazione è l’inversione tra pavimento e soffitto nella nave capovolta; su di essa però il film non lavora, preferendo affidarsi agli sperimentati moduli avventurosi del “passaggio difficile” e della minaccia alle spalle: l’acqua che sale. Il suo casuale gruppo di vacanzieri affronta i pericoli con invidiabile forma fisica (tutti atleti! Le donne poi nuotano bene anche in abito lungo). Il tema avventuroso e la magniloquenza degli effetti speciali non impediscono tuttavia al film di risultare deludente (su un tema simile, più in piccolo, Wolfgang Petersen aveva fatto assai meglio con “La tempesta perfetta”). E’ colpa della stupidità della sceneggiatura, come avviene un po’ troppo spesso nel cinema americano d’oggi.
E’ sempre bello vedere al cinema uno sconvolgimento apocalittico, una nave che affonda, e muoiono tutti - ma bisogna pure che l’elemento umano pesi sul piatto della bilancia. Infatti il cinema catastrofico si risolve nel conflitto fra l’apparato scenografico dell’evento disastroso, con la sua catena di cause-effetti, e le figure umane che vi fanno fronte o vi periscono. A parte Kurt Russell, soprattutto per merito dell’attore, “Poseidon” è gravemente insufficiente proprio sul piano della definizione dei personaggi e dei dialoghi. In particolare le due ragazze - Jennifer, la figlia, ed Elena, la clandestina - sono figure d’una banalità, piattezza, imbecillità, che una volta si sarebbe detto televisiva (oggi invece il cinema dovrebbe imparare dalla tv: parlando di ragazzi, vedi “O.C.”). Due cretine antipaticissime (è una gioia per lo spettatore quando una delle due annega), costruite su caratterizzazioni “ribelli” di imbarazzante vacuità - e questo perché, mirando a un pubblico oggi composto specialmente da giovanissimi, la sceneggiatura vuole goffamente riportare tematiche adolescenziali (è interessante come rispetto ai vecchi “disaster movies” la dialettica marito/moglie venga sostituita da quella padre/figlia).
La sceneggiatura resta incerta fra i due modelli possibili del cinema catastrofico: quello realistico per cui - come recita il proverbio - “piove sui giusti e sugli ingiusti” (Kurt Russell lo teorizza in una scena) e quello allegorico, tradizionale del genere, per cui vivere o morire sono ricompense morali. La costruzione degli effetti drammatici è oltremodo meccanica. Per esempio quando Lucky Larry (il fratello di Matt Dillon) d’improvviso e senza motivo si mette a insultare a freddo il povero Kurt Russell, è facile indovinare che questa caratterizzazione odiosa vuol dire che morirà - ma ciò succede “ipso facto”, con una comica velocità alla Stan e Ollio.
Cosa resta? Qualche mega-scena di eventi naturali (o fisici, come la logica dell’affondamento). Peraltro, anche su questo piano era migliore il “Poseidon” del 1972 (a distanza di tanti anni chi scrive ricorda ancora i passeggeri aggrappati ai tavoli fissati al pavimento che per il rovesciamento della nave ora pendono dal soffitto). Insomma, non affonda solo il transatlantico: anche il film.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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