Carlos Sorin
Con la sua delicatezza anti-spettacolare, il film dell’argentino Carlos Sorin (“Piccole storie”, “La pelicula del rey”) è probabilmente un film per cinefili - ma sicuramente è un film per cinofili.
Il disoccupato Coco Villegas cerca di guadagnarsi il pane vendendo in giro coltelli di sua fabbricazione. Per puro caso gli viene regalato un magnifico cane di razza purissima (un dogo argentino); “el perro” attira l’attenzione di tutti, gli procura amicizie, e un socio esperto di cani nella persona del più o meno affidabile Walter Donado (nota che il nome dei due personaggi coincide con quello dei due interpreti non professionisti). Premiato a un’esposizione, il cane Bombón forse si potrà affittare a caro prezzo per gli accoppiamenti; già ha guarito Coco dalla solitudine, domani forse anche dalla miseria.
“Bombón el perro” è un film umanista. I bei coltelli dal manico artigianale fabbricati da Coco - che non riesce a venderli perché sono meno costosi i coltelli industriali - diventano in Sorin metafora della preziosità dell’individuo in confronto all’involgarimento e all’omologazione. Non sarà sbagliato parlare dell’apologia di un “artigianato della vita” - di cui sono un portato la dignità e la gentilezza del protagonista. Non a caso la gentilezza umana (qualcosa che anche i poveri si possono permettere) è un elemento portante dell’intero film, e gli dà una dolcezza non mielosa, come un accenno di poesia. La prova che il film funziona sta anche nell’empatia che desta nello spettatore: credo di non essere l’unico che - quando il cane vince il primo premio - ha provato un moto di esultanza proprio come alla vittoria di Sylvester Stallone, umanissimo pugile squattrinato, alla fine del primo “Rocky”.
Sorin imposta il film sullo stesso minimalismo di “Piccole storie”, con una struttura aerea ed episodica, quasi da comic strip. Questa rende a volte il racconto un po’ slegato, ma nel contempo sa offrirci anche alcune belle vignette (la bambina che diventa afona perché deve recitare una poesia).
Proseguendo, il film assume una struttura narrativa più definita, col problema del cane: quando viene vantaggiosamente affittato per una monta, risulta che (come conclude un veterinario) “non ha libido”. E qui il film si fa gradevolmente umoristico, con i due soci che prima stabiliscono ardite analogie fra cani e uomini concludendo che per la “prima volta” ci vuole una femmina esperta, poi si lanciano in ipotesi psicoanalitiche (“forse è un trauma che ha avuto da piccolo perché ha perso il padrone”). Tutto inutile!
Per quanto siano autentici ed efficaci il protagonista (con la sua faccia senza trucco, piena di rughe, col naso lucido) e gli altri visi che incontriamo nel film, va da sé che “el perro” ruba la scena a tutti. Guardatelo nel furgoncino alla prima uscita seduto accanto al nuovo padrone: lo sguardo dapprima è perplesso, poi ha deciso che il padrone va bene, perché il muso diventa rilassato, sorridente. Il paziente Bombón ha occhietti saggi e imperturbabili da statuina cinese. Si vede bene che si guarda scorrere intorno la vita con educato distacco. E’ un cane filosofo: il suo motto è “nil admirari”.
Ma anche i filosofi devono fare i conti coi problemi sessuali. Memorabile la sua aria vagamente imbarazzata, in auto, dopo aver fallito il colpo; come pure, al contrario, dopo l“happy ending” in cui perde alfine la verginità, l’aria contenta e anche divertita (ha scoperto un aspetto importante dell’esperienza) con cui si guarda intorno - ci si aspetta quasi che strizzi l’occhio al padrone.
Naturalmente, lo so, i cani non vanno all’Actors’ Studio e non recitano secondo il Metodo (mi correggo: qualcuno sì). E’ ovvio che è lo spettatore a proiettare sul cane la realizzazione emozionale - un completamento narrativo/emotivo - imposta dal contesto. E’ il famoso “effetto Kulesov”. Ma “el perro” è così bello che non ci importa niente della teoria; per noi spettatori, recita e basta; e in un film pieno di umanità, è il più umano di tutti.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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