lunedì 7 gennaio 2008

Volver

Pedro Almodovar

Sacrificato dalla giuria di Cannes (dov’era il favorito) sull’altare della correttezza politica, l’ultimo film di Pedro Amodovar, “Volver - Tornare”, si apre con una bella carrellata (forse un po’ veloce) sulle donne che puliscono le tombe al cimitero del paese.
E’ l’immagine adeguata per un film i cui temi sono l’amore materno, i morti e la memoria; ma ciò che soprattutto si nota è che queste custodi del ricordo sono tutte donne: pure questo è perfetto per un film interamente femminile come focalizzazione narrativa. Nel mondo esclusivamente femminile di “Volver” i maschi sono l’Altro. C’è un unico brevissimo momento di focalizzazione (centralità narrativa) maschile, quando il patrigno Paco posa con desiderio lo sguardo sulle mutandine della figlia che si è seduta scompostamente; ma tale momento è semplicemente funzionale a innestare uno sviluppo interno al gruppo femminile - in base al quale ben presto Paco scomparirà dalla scena (colgo qui l’occasione per avvertire che la presente recensione rivela lo svolgimento del film: lo spettatore è avvisato).
Ancora il punto di vista femminile quando Raimunda (Penelope Cruz) ripulisce la scena dell’omicidio come se facesse le pulizie di casa. Quanti corpi da sistemare/case da rimettere in ordine nel cinema di Almodovar! Perché la donna almodovariana è “ontologicamente” casalinga: non come mestiere/status/condanna ma come padrona della casa (cioè del nido familiare): è, etimologicamente, “domina”.
Però il centro di gravità del film non è quel giustificato omicidio; è la riapparizione del fantasma della madre morta (Carmen Maura) alle due sorelle, prima a Sole (Lola Duenas), poi a Raimunda. Un fantasma, s’intende, che come tutti i fantasmi è anche una metafora, incarnando il ritorno del passato rimosso. Sono apparizioni dapprima inquietanti - fra l’abilità della regia e l’espressività dell’attrice - ma poi emerge chiaro allo spettatore, se non all’ingenua Sole, che si tratta di un fantasma molto vivo. La convivenza segreta che ne nasce offre alcuni momenti di commedia che sono fra i passaggi migliori del film. Merita annotare in proposito che in “Volver” la vera grande interprete non è Penelope Cruz bensì Lola Duenas (con Carmen Maura, naturalmente).
Qui peraltro giace uno dei grandi limiti del film. Almodovar, che rende bene l’aspetto soggettivo del “fantasma” (cioè quando lo credono tale i personaggi), goffamente costruisce come una sorpresa per lo spettatore qualcosa di immediatamente ovvio. Non intendo il fatto che la madre non sia morta, il che è patente, quanto la rivelazione inutilmente protratta (tanto più, vista la trovata esile) di uno scambio di persone che qualsiasi lettore di gialli o spettatore di telefilm polizieschi ha indovinato subito - la madre “fantasma” sarebbe morta col marito in un incendio; contemporaneamente la madre di un altro personaggio sarebbe andata via lo stesso giorno per non più farsi viva; elementare, Watson...
Tuttavia, un problema ancor maggiore è una sorta di freddezza che - nonostante improvvisi sprazzi di bellezza - marca il film. Ed è forse questa a dare un’impressione di lentezza a uno sviluppo invece assai mosso.
E’ naturale che Almodovar non sia più lo scatenato giovanotto della “movida” che così concludeva un’intervista: “un beso con lengua a todos”. Ma il suo cinema sembra aver perso quella continua brillantezza narrativa, quella tensione vibrante che animava anche i suoi film imperfetti. L’Almodovar di una volta non era solo humour oltraggioso (“L’indiscreto fascino del peccato”) e colorati mosaici kitsch/camp; con questi materiali sapeva costruire mélo davvero folgoranti, da “La legge del desiderio” a “Matador” a “Tacchi a spillo”. Il suo ultimo film realmente convincente è “Tutto su mia madre”; in “Volver” c’è tutto Almodovar, le sue figure, le sue storie, ma ne latita sovente lo spirito.
Sembra un “neoclassicismo almodovariano”, che si trattiene, e solo a tratti si libera - freddo come tutti i neoclassicismi.

(Il Nuovo FVG)

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