Ron Howard
Chiariamo una cosa: è un peccato, ma i Cavalieri Jedi non esistono. Per fortuna invece, non esiste il pianeta degli Alien. Tuttavia, il fatto di sapere che si tratta di invenzioni fantascientifiche ci impedisce forse di godere di quei film? Anzi! Alla stessa stregua, l’unico modo non infantile per accostarsi a “Il codice Da Vinci” (sia il romanzo di Dan Brown che il film di Ron Howard) è prenderlo per quel che è: niente più che un thriller un po’ arzigogolato, basato su un’idea di partenza assai divertente.
Il romanzo sarebbe un thriller assai piacevole, se fosse scritto meglio. E’ un mix fra il filone cospiratorio di moda e la sempre attraente “detection antiquaria”; ma in primis è, fin dal titolo, un esercizio sui codici segreti. Questi non sono una novità nella letteratura popolare, erano anche una passione di Giulio Verne, ma Dan Brown ha pensato: se con un codice funziona, proviamo a metterne una dozzina! Così il romanzo sembra una matrjoska russa: un messaggio in codice porta a un altro che porta a un altro e così via - e viene sempre imbroccata l’interpretazione giusta, con lo stesso effetto di delirio narrativo delle catene deduttive di Sherlock Holmes, ma con meno fascino.
Ora tutti vanno a vedere il film, per giusta curiosità; ma è stupefacente che una pellicola tanto attesa sia così mediocremente realizzata. In generale il cinema, rispetto alla letteratura da cui è tratto, si basa su una forte concentrazione: una concentrazione narrativa, per ovvii motivi, ma anche un potenziamento di quella che potremmo chiamare “l’evidenza” - e ciò deriva dalla sua natura fotografica. In questo caso, la modestissima sceneggiatura di Akiva Goldsman scaraventa il romanzo nel film come se scaricasse mattoni col bulldozer; il racconto assume così una forma iperconcentrata che non solo ne evidenzia l’improbabilità (psicologie nulle, decisioni assurde) ma lo trasferisce tutt’intero sotto il segno della comicità involontaria. Parlando di un film analogo, era già meglio (e anche più logico, che è tutto dire) “Il mistero dei Templari” con Nicolas Cage.
Caratterizzazioni e dialoghi sono da disperarsi. Come in un romanzetto da due lire, Tom Hanks dice “Wow!” o “Non ci posso credere!” (variante: “E’ davvero incredibile”) ad ogni scoperta; mentre i francesi ogni volta che si fanno fregare gridano “Merde!” Quanto alle interpretazioni (ulteriormente penalizzate da un doppiaggio discutibile), tutti sono obbligati per contratto a fingere di prendersi sul serio. Nondimeno Tom Hanks attraversa tutto il film chiedendosi visibilmente “cosa ci faccio qui?” Audrey Tatou... beh, uno s’immagina che “l’ultimo erede vivente di Gesù Cristo” (battuta-cult di Tom Hanks nel finale), non dico camminare sulle acque, ma almeno dovrebbe saper recitare. Jean Reno fa Jean Reno che fa la parte dello scemo; Paul Bettany, assassino col cilicio, vorrebbe essere Klaus Kinski; l’unico soddisfacente è Ian McKellen, e per forza: è l’unico ad avere un ruolo che gli consenta di divertirsi un po’.
Ron Howard, regista altre volte di tutto rispetto (specie “Fuoco assassino” e “A Beautiful Mind”), qui riesce solo a inserire onestamente qualche stilema thriller, con enfatico uso di gru negli esterni e molto montaggio alternato. Ma niente di più - così nonostante l’argomento ogni tanto fa capolino la noia. Per essere giusti: ci sono 30 secondi notevoli, all’inizio, quando il vecchio è inseguito dal frate killer nei corridoi del Louvre e lo sguardo dei volti dipinti inquadrati in primo piano pare dialogare con la scena.
Esempio di ragionamento alla “Codice Da Vinci” qualora fosse stato assassinato il curatore dei Musei Civici di Udine anziché del Louvre: morendo si è disposto nella forma dell’“uomo vitruviano” - “Wow”, voleva farci pensare alla moneta da un euro - “E’ davvero incredibile”, la rivista del CEC “Nickelodeon” costa un euro esatto - “Merde”, le ossa di Maria Maddalena sono nascoste nella biblioteca del CEC! Mi permetto di passare l’idea all’amico Lorenzo Bianchini per il sequel.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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