lunedì 7 gennaio 2008

Il mondo perduto

Steven Spielberg

Al di là di tutte le possibili “letture seconde, quell'elemento di meraviglia che in “Jurassic Park” teneva inchiodati alla poltrona anche i futuri nemici del film era il più semplice che si possa immaginare: l'emozione del vedere. Questo è un vero perno del suo cinema, ma in “Jurassic Park” più che mai Spielberg riscopre Méliès: non nel senso del décor di cartone ma del puro piacere goloso della visione, la magia del trucco cinematografico, e quindi la figura del regista-mago, l'iper-illusionista capace di far materializzare su un lenzuolo la caverna delle meraviglie. Troppo poco si è rilevato che il cuore stesso di “Jurassic Park” è lo spettacolo etimologicamente: ciò che si guarda). Infatti il luogo eponimo del film è un parco naturale, cioè dove vai a vedere gli animali in gabbia, che diventa più vero del previsto, cioè senza gabbie. Onde i protagonisti si trovano dentro uno spettacolo al quadrato: quale modo migliore di vedere da vicino i dinosauri che farsi mangiare da loro? Jurassic Park in rivolta non è la negazione ma anzi l'inveramento del Park.
Lo splendido “Il mondo perduto - Jurassic Park” riporta questa centralità del vedere al cinema: passando dal parco alla giungla Spielberg vi esalta una visione “aperta”, prettamente cinematografica. Alla concezione un po' limitata di “Jurassic Park” (scappa scappa che il dinosauro ti acchiappa), ne “il mondo perduto - Jurassic Park” Spielberg sostituisce una struttura più articolata, compatta, ben costruita, capace di aprire un ventaglio di emozioni, nonché di riferimenti filmici: di qui il citazionismo che attraversa gustosamente il film, dal titolo in giù. In questo senso “Il mondo perduto” non è un “sequel” di “Jurassic Park” quanto un suo “remake” allargato, come del resto palesa il sottotitolo.
Abbiamo detto che il cinema di Spielberg è imperniato sulla visione; ma quale visione? Ce lo dice il prologo de “Il mondo perduto”, “mise en abyme” del film, con la bambina che va e vede. Una visione “ad occhio di bambino”. C'è sempre un bambino/un adolescente nel cinema di Spielberg, che vi porta quello “sguardo innocente” che è lo sguardo cinematografico per l'autore: lo sguardo della scoperta e dello stupore. Talvolta beninteso, è un bambino imprigionato in un corpo cresciuto, come Indiana Jones o il Richard Dreyfuss di “Incontri ravvicinati” o, esempio archetipico, il Peter Pan adulto (Robin Williams) del deludente “Hook” (o anche Oskar Schindler: perché la visione può anche essere la visione sconvolgente dell'orrore assoluto). Per questo Spielberg recupera dal cast di “Jurassic Park” il personaggio più stravagante e “infantile”, il matematico interpretato da Jeff Goldblum.
Spielberg dunque organizza lo sguardo della scoperta e dello stupore: ma non da “naif”, bensì conscio dei propri poteri cinematografici e illusionistici. Alla prima apparizione dei grandi dinosauri, Jeff Goldblum, che già li conosce, irride i suoi compagni stupefatti: “Che credevate di vedere?” - e loro: “Animali... magari grosse lucertole”. E' la battuta più nettamente “metacinematografica” di tutto il film: Spielberg allude ai vecchi film di dinosauri di serie B realizzati fotografando delle iguane, e qui commenta la veridicità dei “suoi” mostri.
La sua “visione stupita” ci contagia. Prendiamo due momenti chiave. Il primo è l'avvicinarsi della coppia di tirannosauri, reso indirettamente (metonimicamente) mostrando il fogliame degli alberi visto dall'alto che si muove perché sotto si avvicina qualcosa di molto grosso: inquadratura in soggettiva dei due personaggi rifugiati sulla gabbia in cima all'albero più alto. Ma più tardi, una bellissima immagine analoga – le erbe della giungla che rivelano la corsa all'attacco dei velociraptor piegandosi in lunghe linee convergenti verso la preda umana – è similmente ripresa dall'alto ma non è la soggettiva di alcun personaggio: bensì trasferisce quello stesso “loro” (terrorizzato) punto di vista a noi spettatori. Sì, davvero “Il mondo perduto” è il contagio della visione.

Il Friuli

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