Marco Bellocchio
Marco Bellocchio è l’unico regista italiano assimilabile a Luis Bunuel. Il suo cinema si svolge in un’ir/realtà onirica; proprio come per Bunuel, i suoi film non sono sogni ma incastri di sogni e realtà, di oggettivo, soggettivo e delirio. Un cinema anticlassico che confonde i vari statuti di realtà dell’immagine in un discorso a più dimensioni. Questa libertà assoluta consente a Bellocchio anche di inserire ne “Il regista di matrimoni” la riflessione “godardiana” sul cinema e la polemica satirica sulle parrocchie del cinema italiano, legata al personaggio devastato e grottesco del regista Smamma (Gianni Cavina): “In Italia comandano i morti” è un Leitmotiv verbale del film. Come nello spagnolo (a differenza di Godard) non è tanto un’urgenza riflessiva/espositiva a guidare Bellocchio quanto una “Wille zur Macht” narrativa di appropriarsi dei vari livelli. Per Bellocchio essere un regista classico sarebbe in primo luogo uno spreco di possibilità.
Nel “Regista” l’apertura narrativa, fortissima, esplode nel finale di libertà radicale che consente allo spettatore diverse opzioni interpretative. Del resto, dice nel film il Principe, “il cinema è montaggio”: è il montaggio a stabilire i prima e i dopo, segnalare il sogno o la realtà, in una parola definire il senso delle immagini. Il racconto è inframmezzato di riprese digitali in b/n che non hanno giustificazione diegetica e potrebbero alludere all’occhio del Regista Primo, Bellocchio, dietro la macchina.
E’ un film di immagini visionarie e d’incubo - come la sequenza iniziale del matrimonio cristiano della figlia del regista Elica: cui si riallaccia evidentemente lo sviluppo base sul matrimonio di Bona, figlia del livido Principe siciliano (Sami Frey). Elica vuole sottrarre Bona a questo matrimonio, continuamente e ossessivamente messo in scena; il Principe medita di uccidere lo sposo e presumibilmente la figlia davanti all’altare. Oscure pulsioni di possesso incestuoso si muovono torpidamente nel profondo del film. Il Principe (dotato anch’egli di incongrue connotazioni registiche) si pone come un “doppio” di Elica - ma più nel senso dell’Ombra junghiana.
Quando Elica (Sergio Castellitto) entra nella villa - barocco siciliano in decadimento - i cani neri, coi quali lui cerca comicamente di dialogare in tedesco, introducono quasi un’idea di incantamento ariostesco (nel senso d’una versione alta del fiabesco, che è la cifra di tutte queste sequenze - richiamato poi dalla metafora di Bona, “Ho dormito per tanti anni”). Su tutto incombe un cattolicesimo barocco e mortuario, guardato con affascinato orrore. Diversamente da Bunuel, Bellocchio non ha mai realmente superato l’aspetto religioso, non si è mai liberato interiormente della sua educazione giovanile dai Barnabiti (legami indiretti ma assai chiari si notano tra il “Regista” e “Nel nome del padre” che Bellocchio girò nel 1972).
Subito dopo la convulsa sequenza iniziale vediamo dei frammenti cinematografici dai “Promessi Sposi” di Mario Camerini del 1941 (abile intrecciatura autobiografica: quel film terrorizzò Bellocchio da ragazzo): un’ombra alla Nosferatu, un Don Rodrigo appestato in chiave horror, l’Innominato. Ed Elica assume esplicitamente l’identificazione con l’Innominato quale incarnazione di un principio anti-cristiano (nota il successivo discorso di Bona sul sogno di cambiare i “Promessi Sposi” nel senso che l’Innominato sposi Lucia).
Il “Regista” è anche una parodia follemente distorta dei “Promessi Sposi”. Anche qui c’è un matrimonio che non s’ha da fare - e i “bravi”, quali biechi, quali buffamente incapaci, e un rapimento dal convento e così via. Per inciso l’elemento gotico qui parodiato (palazzi sfatti, gallerie, caverne) rimanda sì ai “Promessi sposi” ma non dimentichiamo che in Bellocchio un elemento gotico è vivo davvero sotto la deformazione onirica. Questo film conferma Bellocchio - con Bernardo Bertolucci, naturalmente - come il regista più importante del cinema italiano.
(Il Nuovo FVG)
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