lunedì 7 gennaio 2008

Inside Man

Spike Lee

Un gruppo di rapinatori si asserraglia in una banca con ostaggi; la polizia assedia l’edificio e il negoziatore (Denzel Washington) tratta coi criminali cercando di capire un comportamento sempre più incomprensibile. Cosa vogliono realmente? Ma quella che potrebbe essere facilmente l’ennesima metafora dell’incomprensibilità, nel magnifico “Inside Man” di Spike Lee apre a un alto film sull’ambiguità morale e la colpa.
Lee non dimentica mai che sta girando un thriller. La narrazione è nervosa e insieme sobria, “matter-of-fact”. Ma anche sul piano linguistico “Inside Man” è un film ammirevole. Il grande montaggio (che quando dialoga con la “score” musicale crea effetti quasi da videoclip). La vivacità della cinepresa a mano (anche qui: intensità più freddezza, eleganza più cronaca). L’originalità e la “giustezza” dell’inquadratura (Jodie Foster che viene perquisita quando entra nella banca in mano ai rapinatori: l’inquadratura perpendicolare dall’alto realizza una parodia del crocifisso). Le audacie enunciative (in un paio di momenti di rabbia i personaggi appaiono “trascinati” in avanti dalla forza estranea della macchina da presa).
Il racconto thriller si amplia e si arricchisce dello sguardo di Lee. Come i precedenti lavori del regista, “Inside Man” è tutto tocchi e osservazioni ironici e perspicaci sulla vita e la città, sui rapporti sociali e i loro riflessi personali, sui neri e i bianchi, e tutte le altre razze dell’ex “melting pot”. Al pari di Howard Hawks, Spike Lee ama cogliere la presenza dell’elemento buffo anche in uno svolgimento tragico: dal tragicomico del sikh che i poliziotti col panico del kamikaze scambiano per un arabo alla comedy pura della beffa delle registrazioni in albanese.
Il problema è sempre: “Do the Right Thing”: fai la tua scelta. Al centro di tutto il film sta il tema della colpa - che il grande cinema americano declina sempre, non in modo facilmente individualistico, ma come grande questione filosofica sottesa all’esistenza. A livello quasi di commedia nera, “Inside Man” si pone come un doppio della cupezza tragica dell’altro capolavoro recente di Spike Lee, “La 25a ora”. Occorrerà aggiungere che Lee non dà mai risposte scontate?
Ma l’aspetto più geniale del film di Spike Lee è nel rapporto che pone fra il proprio racconto thriller e il cinema in quanto cinema.
Il cinema, va da sé, è una realtà doppia. Ogni film è un doppio processo “in fieri”, e su ambo i suoi lati noi spettatori azzardiamo anticipazioni e proviamo decodifiche - e sentiamo curiosità. Da un lato c’è lo svolgersi della fittizia “realtà” di vite immaginarie giocata nel racconto (qui la rapina con ostaggi). Dall’altro, il racconto stesso è una realtà che si svolge in quanto racconto, ponendoci sfide da risolvere, pena l’incomprensibilità. In “Inside Man” il racconto dell’assedio alla banca è intervallato da brani di interviste video dei poliziotti agli ostaggi - con un effetto di spiazzamento dello spettatore sulla loro collocazione temporale (anche la grana video serve a marcare la differenza delle immagini). A quale tempo del racconto appartengono? Bisogna rispondere per comprendere il senso di quanto stiamo vedendo. A poco a poco capiamo che si tratta di un’anticipazione - e che il film gioca sullo sfasamento temporale facendoci apprendere fatti che nel “racconto primo” avverranno dopo.
La cosa geniale del film di Spike Lee è il gioco di scambio che pone fra i due livelli, e li fa equivalere in modo che si riflettano l’uno nell’altro: possiamo dire in una formula che la suspense narrativa scivola fra il racconto narrato e le tecniche narrative portate in primo piano. Tutto ciò si materializza nell’imprevista uccisione dell’ostaggio che alla fine si rivelerà essere stata una finta: qui la “messa in scena” diegetica (interna alla storia) si fonde volutamente con la sottolineatura della “messa in scena” quale natura del cinema.
In “Inside Man” il cinema diventa thriller mentre il thriller è enunciato in quanto cinema.

(Il Nuovo FVG)

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