Nanni Moretti
Dice: andiamo a vedere il film di Nanni Moretti. Ma “Il Caimano” più che un film è un mix di film, un film-collage, un interlinearsi di linee diverse. C’è Berlusconi, naturalmente, sul quale il produttore squattrinato Silvio Orlando si lascia convincere dalla giovane regista Jasmine Trinca a produrre un film; e c’è un abbozzo di discorso sul cinema italiano (uno dei protagonisti del “Caimano” è il cinema stesso). C’è la parodia dei film di serie B italiani di una volta, prodotti in gioventù da Silvio Orlando (ci viene offerta una sequenza di “Cataratte”, più una scena ipotetica visualizzata, più vari gustosi titoli come “Maciste contro Freud”); e c’è la satira dell’ondata rivalutativa, di cui qui è gran sacerdote in un bel cameo Tatti Sanguinetti. Baluginano antichi morettismi (il matrimonio maoista anni ’70 è delizioso, puro “Ecce Bombo”). E c’è, invasivo, il dramma realistico - con vaghe aspirazioni “Stanza del figlio” - della separazione coniugale fra Silvio Orlando e Margherita Buy, coniugi con due bambini.
Il gioco sarebbe artisticamente riuscito a patto che tutti questi fili si tenessero l’un l’altro: ma possono paragonarsi a strumenti di un’orchestra che non riescono a suonare all’unisono. “Il Caimano” è un film ondivago, slegato, in ultima analisi pencolante. In generale il suo problema sono le oscillazioni di stile. Non s’intende solo tra i film-nel-film e il “racconto primo” (la crisi coniugale), ciò che sarebbe abbastanza naturale, ma anche entro questo stesso racconto base, incerto fra un generale realismo di messa in scena e interventi grottesco-poetici come le ganasce meccaniche che distruggono il muro in camera di Orlando, diretta citazione del “Prova d’orchestra” felliniana. Nota che Federico Fellini è il nume tutelare del film; anche quando Orlando in auto di notte vede passare la caravella sul camion l’immagine è puro Fellini (“Roma”) - e questo è interessante perché ci fa capire un’affinità tra Moretti e Fellini (autori di un cinema autofago) che in realtà era sempre stata sottesa, ma qui emerge in primo piano.
Inoltre, benché Orlando e Buy siano ottimi attori, sono in genere piuttosto piatte le scene che narrano la fine del rapporto fra i due coniugi. La scena in cui Orlando disturba il concerto della moglie che canta Haendel sembra uno sceneggiato tv di crisi familiare. Va detto peraltro che un paio di volte spuntano quegli improvvisi pezzi di bravura cinematografica che son soliti entrare così improvvisi nel cinema morettiano. Vedi il movimento di macchina lento ed esplorante che finisce su Orlando e i due figli che ballano; o ancor più lo splendido passaggio dall’auto di Orlando a quella della moglie mentre viaggiano per strada.
Il colmo dello scialbore è raggiunto nella figura tutta ideologica e didattica di Jasmine Trinca; al punto che è lecito sospettare che la trovatina (assai modestamente articolata) della sua omosessualità non serva tanto a dare una pennellata di politically correct quanto a caratterizzare in qualche modo un personaggio desolantemente unidimensionale.
La parte migliore del film è sicuramente quella satirico-grottesca su Berlusconi. Il quale appare nel film con quattro volti diversi: Elio De Capitani, Michele Placido, lui stesso in materiale d’archivio e Nanni Moretti in un finale apocalittico. Oltre che per ragioni narrative, Berlusconi può quadruplicarsi perché nel film diventa una categoria dello spirito, che finisce per coincidere con la società di massa in Italia. Condivisibile o no (una recensione cinematografica non deve discutere le opinioni dell’autore bensì l’efficacia del suo discorso), quest’ultimo passaggio viene enunciato a voce più che concretizzato sullo schermo - mentre per esempio ne “La messa è finita” a Moretti bastava un piccolo tocco, il vecchio malvissuto che quasi annegava il prete nella fontana, per di/mostrare un imbarbarimento collettivo quasi metafisico. Certo la conclusione è potente, e rialza il tono del film; ma non può far dimenticare i precedenti dislivelli e giravolte.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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