lunedì 7 gennaio 2008

V per Vendetta

James McTeigue

La cupa trascrizione in bianco/nero del marchio della Warner Bros. ben introduce alla cupezza del film di James McTeigue “V per Vendetta”, tratto dal “graphic novel” di Alan Moore e David Lloyd, e sceneggiato dai fratelli Wachowski (“Matrix”, donde proviene anche l’interprete Hugo Weaving).
“V per Vendetta” inizia benissimo, con V - il giustiziere ammantellato con la maschera di Guy Fawkes - che salva la ragazza da poliziotti stupratori (è caduta in mano loro perché ha violato il coprifuoco) citando solennemente Shakespeare. E avanti fino all’esplosione dell’Old Bailey (follemente tradotto “il vecchio Bailey”) sulle note di Caikovskij: vera epopea della vendetta a suon di bombe, che incarna quella giustizia immediata ch’è il concetto morale centrale sia nel cinema sia nei fumetti.
Il film, com’è noto, si svolge in una paurosa Inghilterra totalitaria, sotto una dittatura integralista cristiana che fra l’altro condanna a morte chi possegga una copia del Corano (oggi appare un futuro più probabile la prospettiva opposta, ma bisogna considerare che il fumetto di Moore è di 25 anni fa). In questo stato di polizia agli ordini dell’Alto Cancelliere - una vigorosa interpretazione di John Hurt - gli anticonformisti spariscono nella notte portati via da squadre della morte; i musulmani e gli omosessuali sono stati rastrellati e utilizzati come cavie per esperimenti medici alla Mengele (l’immagine dei corpi nella fossa comune è un voluto richiamo iconografico ai campi di sterminio nazisti). Come ispirazione alla base di questo quadro sta chiaramente il George Orwell di “1984”.
Si può notare nel film qualche reminiscenza di “Matrix”, in alcune immagini come l’inquadratura “a piombo” della pioggia che cade su Natalie Portman, o i ralenti nello scontro finale, ne sono una citazione diretta. Inoltre, sicuramente i Wachowski Brothers sono stati attratti da una sorpresa presente nel fumetto (la vera identità del torturatore della protagonista) perché stimolava quel senso d’incertezza profonda sulla realtà che sta alla base della loro trilogia. Ciò purtroppo in “V per Vendetta” conduce alla scena più stupida dell’intero film.
Credo si possa dire che qui i Wachowski non hanno tenuto conto della differenza fra cinema e fumetto. Non solo il fumetto per la sua stessa natura grafica comprende un maggiore livello di astrazione e quindi di estremismo narrativo; di più, il “V per vendetta” di Moore e Lloyd è, pur nel suo realismo, uno “stream of consciousness” notturno e delirante (molto più nero, per inciso, del film). Quello che nel fumetto passa semplicemente come un punto estremo del racconto qui - tradotto pari pari e alquanto goffamente sulla pellicola - crolla nel ridicolo.
Va osservato che in generale il film scorre con più difficoltà del fumetto originale, e lascia inspiegati alcuni punti di quello che si suol chiamare l’universo diegetico. Per esempio non si capisce perché il regime abbia vietato, accanto alle foto di Mapplethorpe o ai nudi della pittura, anche l’arte sacra, Tiziano e “Gli sposi Arnolfini” di Van Eyck; eppure li vediamo nella (invidiabile) collezione di quadri di V, sottratti dal deposito ministeriale dei “materiali riprovevoli”. E’ che il film vuol riprendere dal fumetto il concetto di una proibizione generale della cultura (fonte, oltre che a Orwell, “Fahrenheit 451”) ma non spende un minuto a pro del contesto.
Sempre interessante dal punto di vista dell’immagine, “V per Vendetta” è un film ondeggiante e disuguale; parte benissimo, poi comincia a scadere, risollevandosi ogni tanto in alcune belle scene (come la quieta uccisione da parte di V della dottoressa colpevole degli esperimenti); si tuffa in loopings d’imbarazzo in certi dialoghi (uno a un certo punto vorrebbe strozzare Natalie Portman); questo su e giù infine esplode in una conclusione di adeguata grandezza coreografica. Così, è proprio per la bellezza di molti passaggi che resta nello spettatore un senso complessivo di delusione.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: