lunedì 7 gennaio 2008

Gatto nero gatto bianco

Emir Kusturica

Partiamo da quei sorrisi sdentati. Già, perché, di contro a noi occidentali, che sorridiamo appena a bocca stretta se solo abbiamo i denti un po' storti, i vecchi boss zingari di “Gatto nero gatto bianco” esibiscono senza il minimo problema delle gran bocche sdentate, dove sopravvivono rari giganteschi incisivi equini, in sorrisoni liberi e felici, fieri del dente d'oro che vi annuncia la ricchezza. Un'allegra naturalezza anarchica propria di tutto il fiklm di Kusturica, simboleggiata – ma il vocabolo è intellettualistico, meglio dire: incarnata – dagli animali che invadono continuamente lo schermo. Oche, anatre , maiali, capre, e naturalmente i gatti: il gatto bianco e il gatto nero, che alla fine divengono testimoni ufficiali delle nozze; che fanno da testimoni dell'intero film (bellissimo come le bestiole, girando la testa a destra e a sinistra, guardano il ping-pong degli eventi); che rappresentano le entità metafisiche che presiedono all'esistenza, il bene e il male, la fortuna e la malasorte (“I gatti neri sono pericolosi”, sussurra preoccupato un personaggio). Ma non sono principi separati e opposti: vanno sempre insieme (li vediamo anche accoppiarsi allegramente) – come la fortuna e la sfortuna, la gioia e la rogna, si accompagnano e si intrecciano nella vita – come le due metà, ciascuna contenente un puntino dell'altra, del simbolo del Tao.
Così in “Gatto nero gatto bianco” a tutto c'è rimedio. Non solo alle peripezie romanzesche – il matrimonio imposto, le truffe, la prepotenza del gangster – che da sempre esistono per risolversi. In questo film si rovescia anche l'irreparabile: a tutto c'è rimedio, anche alla morte e alla merda. Dalla morte si può tornare, così, semplicemente, risvegliandosi, senza stupori: è la vita, amici cari. E dalla merda, nella quale il gangster Dadan (lo strepitoso Srdjan Todorovic) fa un tuffo alla fine, ci si può ripulire strofinandosi addosso un'oca che passava di là. Citazione questa, probabilmente involontaria, da Rabelais; e serve per via casuale a ricordarci che anche Rabelais può essere assunto fra i numi protettori di questo film alcoolico, musicale e felice; ma soprattutto “Gatto nero gatto bianco” assomiglia molto alla pittura di Chagall (beh, qui i musicanti non volano, ma se è per questo è sempre possibile legarli su pel tronco di un albero, simili a frutti o a un totem zingaro. Vero che allora suonano di malavoglia, specie il tamburo). La cifra di questo racconto tragicomico pieno di lacrime e di inganni è una continua felicità di sviluppo e di invenzione.
Non dimentichiamo che il punto di partenza di Kusturica era un documentario su una “band” gitana. Della musica il film mantiene la gioiosità, la libertà e vorrei dire la generosità. Per questo Kusturica, teorico cinematografico della sovrabbondanza, più che mai vi rovescia vagonate di idee e di invenzioni, in un horror vacui che non si limita alla composizione dell'inquadratura ma si estende a tutta la tessitura del film. Kusturica non è un “pointilliste”, oh no: i suoi colpi di pennello sono sciabolate, forti, grevi, pastose. Non è solo la vivezza delle figure (non c'è fisionomia nel film che non sia bruciante). Questo film assomiglia ai veicoli dei suoi zingari: penso a quegli abitacoli di auto e furgoni sovraccarichi di ammennicoli che sono decorativi, ma la cui abbondanza li ricontestualizza, conferisce loro un ruolo strutturale. Allo stesso modo “Gatto nero gatto bianco” trae la sua ossatura dall'inverosimile ricchezza delle sue notazioni sparse e gettate – la scrofa che per tutto il film mangia la carrozzeria dell'auto, la cantante che strappa via dalle travi i chiodi col sedere, il crocifisso porta-cocaina, il boss col culto di “Casablanca” (noi italiani poi non possiamo non ricordare il bandito muto lettore di “Alan Ford”).
Per questa via Kusturica perviene – e quando accade, nel cinema, è sempre da celebrare – alla magia originaria del cinematografo: la meraviglia di vedere.

(Il Friuli)

Nessun commento: