Piccoli post da Venezia per FB. Altri film (come J'accuse) saranno recensiti all'uscita.
l
fragile e benintenzionato Les Epouvantails ("The
Scarecrows") di Nouri Bouzid è il tipo di film che guardi per
fare una buona azione. 5 è il numero perfetto di Igort è
una trascrizione assai piacevole della sua graphic novel - pensare
che doveva dirigerla Johnnie To! - molto hongkonghese in salsa di
guapparia napoletana. Ma anche in salsa di graphic novel, con le sue
astrazioni figurative che lo raffreddano. La vérité, di
Kore-eda Hirokazu in trasferta, è un bellissimo film, del tutto
kore-ediano nella sua trascrizione francese. L'attrice Catherine
Deneuve e Juliette Binoche, madre e figlia in conflitto, danno corpo
ai temi classici di Kore-eda: la famiglia e la percezione, come
cambia nel corso del tempo; e questo mentre Catherine Deneuve
interpreta un film di fantascienza che è un'evidente mise en abyme
della storia, e perché non sembri una trovata ovvia Kore-eda si
diverte a dichiararcelo in faccia continuamente... E non manca
nemmeno il suo "timbro": l'animale magico.
Il
sindaco del Rione Sanità di Mario Martone è come quelle
tragedie shakespeariane che vengono messe in scena in abiti moderni.
Eduardo parlava di una camorra del 1960 che oggi è storia antica,
con un boss settantacinquenne; quello di Martone è un giovane con il
comportamento aggressivo proprio dei boss d'oggi, dell'epoca della
ferocia e della droga. Una contraddizione stimolante? O artificiosa e
che fa risaltare senza volerlo le rughe del testo?
Se
Christopher Nolan ha rotto tanto con le origini di Batman, è solo
giusto che Todd Phillips dedichi un film alle origini del Joker. Joker è un'ingegnosa (ri)costruzione di come un underdog, il clown sfortunato Arthur Fleck, si sia
trasformato nel futuro peggior nemico di Batman. Una spirale di
disgrazie e umiliazioni fa riemergere una pazzia latente; il turning
point è quando Arthur uccide a pistolettate tre bastardi
aggressivi in metropolitana (fa benissimo, beninteso, ed è un vero
piacere vederli morire); di lì, è il precipizio. Joaquin Phoenix è
convincente nel ruolo, e la sua risata psicotica (che scoppia nei
momenti più sbagliati per lui!) è un tratto che non
dimenticheremo.
Non privo di qualche suggestione kubrickiana, il
film ha diverse cose buone (c'è una scena splatter molto riuscita)
ma appare anche piuttosto "pensato", costruito, un po'
meccanico. Lascia un'impressione di opera altalenante. E infatti:
alla fine, mentre Gotham City è in rivolta nella notte, il Joker
alza le braccia come un Anticristo perverso davanti ai suoi seguaci
mascherati da clown. Dici: ottimo finale. Dissolvenza - e invece dei
credits il regista aggiunge un secondo finale del tutto inutile. Ah
ces Américains...
Facevano
bene gli americani a stampare sul denaro "In Gold We Trust"
(poi c'è stato un errore di stampa ed è venuto God, ma questa è
un'altra storia). Una volta il denaro era un mezzo di scambio,
concreto e reale, come l'oro. Magari te lo rubavano di notte, ma
aveva un'autenticità. Oggi - come ci spiegano Gary Oldman e Antonio
Banderas all'inizio del delizioso The Laundromat di
Steven Soderbergh - il denaro è diventato astratto, inessenziale,
virtuale.
Giustamente, tutto comincia
da un'onda. Quella che sommerge un battello turistico producendo 21
vittime, fra cui il marito della protagonista (una gigantesca Meryl
Streep). Ma quando lei si rivolge all'assicurazione, attraverso lei
scopriamo una miriade di scatole cinesi vuote; quell'onda,
metaforicamente si ripercuote e ne produce altre, e la lezione di
economia si sviluppa a catena, fino a rivelarci il megascandalo dei
Panama Papers.
The Laundromat - non perdetelo su
Netflix - è una lezione piena di humour e vivacità (scritta da
Scott Z. Burns) su come l'inessenzialità del denaro abbia portato
alla proliferazione di società vuote, puri gusci (shells) che
servono a schivare le tasse a spese della gente normale. E' un film
non solo istruttivo ma divertentissimo. Castigat ridendo
offshores.
Uno
dei misteri della Mostra è quello dei gemelli Assayas (altro che i
gemelli Mantle cronenberghiani!). Perché non è possibile che il
geniale Olivier Assayas, che ancora l'anno scorso ha portato il
delizioso Doubles Vies, sia lo stesso che ha presentato
quest'anno un film di imbarazzante bruttezza come Wasp
Network. Deve avere un sosia.
Fondamentalmente Wasp Network riscrive a parti rovesciate il film
maccartista I Was a Communist for the FBI (1951): gli
agenti segreti del governo cubano sono i buoni che si infiltrano tra
gli anticastristi di Miami, terroristi e spacciatori di droga. A
livello di incapacità narrativa il film di Assayas si situa a mezza
strada fra Il boia scarlatto di Massimo Pupillo e Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee. Così, avevo persino
pensato che il regista avesse voluto rifare parodisticamente un film
brutto, del genere "so bad it's good" - ma non è così.
Questo è solo bad.
The King di David Michôd mostra
che gli sceneggiatori, David Michôd e Joel Edgerton, non hanno
complessi d'inferiorità. Capisco sfidare Shakespeare e riscrivere la
storia del principe Hal/Enrico V (Timothée Chalamet) e di Falstaff
(Edgerton), con Falstaff che è molto saggio e in guerra è uno
stratega; ma inserire nelle battute accenni shakespeariani, è da
cuor di leone. E sì, c'è anche una nuova versione del discorso di
Azincourt, dove Enrico V sembra un po' Al Pacino in "Ogni
maledetta domenica". Ma attenzione, il film, benché un po'
verboso, è avvincente e piacevole.
Certo,
resta la contraddizione del cinema in costume del nostro tempo: da un
lato la messa in scena cerca di avvicinarsi il più possibile alla
realtà storica effettuale (i combattimenti in armatura sembrano
risse da osteria); dall'altro questa vicinanza alla storia quotidiana
si accoppia a una lontananza sul piano culturale che sfiora
l'anacronismo: i concetti e i sentimenti dei personaggi sono XXI
secolo, non XV.
E non dimenticate: vale da solo il prezzo del
biglietto vedere Robert Pattinson che (deliberatamente) hams it
up, super-gigioneggia, nella parte del Delfino di Francia!
Inizio
di No. 7 Cherry Lane di Yonfan: sopra le case della Hong
Kong del 1967 passa un aereo ciclopico, come un'astronave di Star
Wars. Ora, è vero che all'epoca del vecchio aeroporto gli
aerei atterravano praticamente in città, passando sopra gli edifici:
ma ovviamente non c'era questa sproporzione di dimensioni. La
spiegazione è semplice: siamo nella dimensione della memoria, che
modifica gli oggetti e i loro rapporti. "Guarda come sono volati
via gli anni d'oro".
All'affascinante
film d'animazione di Yonfan presiede esplicitamente Proust. La
"ricerca del tempo perduto" è la materia di cui è fatto
il sogno che è il film. Mentre la linea narrativa, di folgorante
intensità nella grafica solo apparentemente semplice (e mutevole)
del segno, è il rapporto amoroso, socialmente impossibile,fra una
donna matura, la signora Yu, e il giovane Ziming. Un rapporto che
nasce attraverso una discussione letteraria (chi aveva mai pensato a
paragonare la Recherche e Il sogno della camera
rossa?) e si rispecchia nella visione dei film della diva
francese M.me Simone che i due vanno a vedere: in tutti si rispecchia
la loro storia, e vederli è come parlarsi attraverso quei
film.
Questa ricchissima opera di Yonfan si basa sul concetto di correspondance: ma non solo relativamente a romanzi e
film: di poetiche correspondances fra momenti,
personaggi, segni, il film è zeppo; ma anche di correspondances politiche. Con la sua evocazione di vecchie repressioni (a partire
dalla Shanghai anteguerra) che richiamano immediatamente quelle
nuove; e ancor più, con la sua evocazione innamorata e dolente della
Hong Kong del passato. Oggi a Hong Kong la nostalgia è un atto
politico.
Dopo
lo sciocco e inutile Guest of Honour di Atom Egoyan, è
stato una consolazione About Endlessness di Roy
Andersson, l'autore di Un piccione seduto su un ramo riflette
sull'esistenza. Diciamo la verità: questo film, Roy Andersson
avrebbe dovuto intitolarlo "Paralipomeni del Piccione",
perché sebbene sia un po' più slegato di quel film, il concetto è
esattamente lo stesso, con i suoi personaggi immobili dal viso cereo,
le sue brevi scene, le sue assurdità post-beckettiane. Sarà pure
maniera; ma è grande maniera: sempre appassionante, stimolante, e
cupamente comico.
C'è una cosa da aggiungere. Molti cineasti
presentano una bella fotografia; pochi presentano una fotografia di
costruzione pittorica e di gelida esecuzione come Andersson. Penso a
quella brocca abbandonata nell'angolo inferiore destro nella scena
dell'omicidio. Lui dice che gli piace Hopper, ma i suoi quadri fanno pensare al Vermeer più metafisico. E ovviamente la staticità
delle sue scene permette di esaminarli a nostro agio come se fossimo
in un museo.
L'horror
è uno dei generi più politici, se non altro per le sue enormi
possibilità metaforiche. Ma nel notevole La llorona di
Jayro Bustamante (Guatemala-Francia) - se non proprio un horror,
certo un film del soprannaturale - l'orrore nasce dalla realtà senza
bisogno di metafore. La llorona è una creatura del folklore
latinoamericano (già comparsa in un paio di film) che qui si
presenta sotto le spoglie di una serva in casa di un generale autore
di un genocidio, la cui condanna è stata annullata dalla Corte
Costituzionale; ma contro gli spettri vendicativi non c'è magistrato
corrotto che tenga. Da segnalare un'ottima idea narrativa: la moglie
del generale, che lo difende fanaticamente, nei suoi incubi rivive
col proprio corpo invecchiato i patimenti toccati alla ben più
giovane Alma, ossia la llorona.
L'idea stessa di un plot tipo "Lei
è un'adolescente malata di cancro e si innamora di un ragazzo
drogato" sembra fatta apposta per far aggricciare i denti.
Eppure, voglio testimoniarlo: Babyteeth ("Denti da latte")
dell'esordiente Shannon Murphy, abilmente scritto da Rita Kalnejais,
è un buon film. Invece di pestare sul pedale strappalacrime sceglie
una narrazione matter of fact (e pertanto ancor più
commovente) e percorsa da un filo di umorismo (le figure dei genitori
di lei sono deliziose). Grande l'interpretazione della giovane Eliza
Scanlen nella parte protagonista.
Uno
dei film più intelligenti degli ultimi anni è The Death of
Stalin (Morto Stalin, se ne fa un altro) dello
scozzese Armando Iannucci. Ora il "controcampo storico" di
quel film è fornito dal magnifico film di montaggio State
Funeral di Sergej Loznitsa, che l'anno scorso alla Mostra ci
aveva stupiti con Process, la storia di un processo-farsa
dell'epoca staliniana interamente consistente di filmati d'epoca -
dove solo le didascalie finali esplicitano il carattere
di falsificazione criminal-paranoica di quel processo, e dunque
il punto di vista del regista. Con State Funeral Loznitsa
rifà più in grande l'operazione, montando una massa enorme di
filmati d'epoca sui funerali di Stalin e sul lutto in tutta l'Unione
Sovietica, nel 1953. Il suo film è affascinante, è una macchina del
tempo: non solo sul piano oggettivo ma per l'abile rimontaggio di
Loznitsa, che fra l'altro - di nuovo - non vuole sovrimprimere se
stesso sulla materia, e si riserva solo le didascalie finali. In
questo senso Loznitsa è l'esatto contrario di Esfir Šub.
E'
certo divertentissimo sentire i discorsi dalla tribuna del mausoleo,
carichi di lodi sperticate del defunto, non solo di Malenkov (futuro
giubilato) e di Berija (futuro fucilato) ma di Molotov, che se Stalin
fosse vissuto ancora un paio d'anni sarebbe stato vittima
dell'epurazione che il despota preparava, insieme con Mikojan. Ma
soprattutto, l'autentico dolore collettivo che attraversa la Russia
ci dice molto sulla realtà del totalitarismo: il vožd (duce) come
grande padre.