giovedì 10 ottobre 2019

Le verità

Kore-eda Hirokazu


Il grande Kore-eda Hirokazu va in trasferta in Francia con La Vérité (che passa al plurale, Le verità, nell'edizione italiana) – il che, quando il film è stato presentato alla Mostra di Venezia, ha portato qualche bonhomme a sostenere che è un film distante dalla sua produzione giapponese. Non si potrebbe prendere abbaglio maggiore: poiché La Vérité (peraltro tratto da una pièce dell'autore) è un film iper-koreediano. Con grazia francese, con un superbo gioco d'interpretazione fra Catherine Deneuve e Juliette Binoche, dà corpo ai temi classici di Kore-eda: la famiglia e la percezione degli altri.
La Vérité è il titolo dell'autobiografia appena pubblicata della famosa attrice Fabienne Dangeville (Deneuve). Ah, ma non è affatto la verità, protesta arrabbiatissima sua figlia Lumir, sceneggiatrice che vive a Hollywood ed è tornata in visita col marito (Ethan Hawke) e la figlia bambina (Clémentine Grenier). Fabienne: “Sono un'attrice. Non posso dire la nuda verità. La verità non appassiona”.
Rancori e verità nascoste vengono alla luce. Molto “koreedianamente”, attraverso lo svolgersi della vita quotidiana il film ci mostra la guerra neanche tanto sotterranea fra madre e figlia, legata al passato (Lumir si sentiva trascurata) e al fantasma ingombrante di Sarah, un'attrice rivale, che ha fatto per Lumir da madre sostitutiva. Una guerra punteggiata di riconciliazioni a singhiozzo (“L'hai perdonata?” - “Solo per oggi”). Fabienne è una sublime manipolatrice – ma senza ammetterlo anche lei deve fare i conti con il passato. Sicché la via per la pacificazione passa per il personaggio della giovane attrice Ludivine (Ludivine Sagnier) nella quale simbolicamente si reincarna Sarah.
Questo è un punto nodale del cinema del maestro giapponese: la concezione di come il passato sia irrevocabile, come il tempo dolorosamente modelli le nostre vite in modo diverso dai progetti iniziali, e tuttavia come la nostra visione degli altri cambi nel tempo – e sia necessario “fissare” nei rapporti la nuova comprensione, che sola ci permette di crescere: un nuovo equilibrio. Precario? Ma certamente! Come tutte le cose della vita.
Se Juliette Binoche è bravissima, Catherine Deneuve è sensazionale. In un'interpretazione non priva di tratti autobiografici, porta quella sua natura algida a un livello di elegante superiorità (“Non è una colpa essere forti”, dice Fabienne) fino a una sorta di elegante cattiveria impagabile. “Nulla d'importante, è mia figlia con la sua famiglia” dice al giovane intervistatore quando li vede arrivare con le valigie dalla finestra della villa. E quando il regista del film che sta girando le dice che la sua scena va bene ma la vorrebbe più corta: “Stiamo girando una pubblicità?” Fa già parte della storia del cinema la sua espressione quando sente nominare Brigitte Bardot.
E', Fabienne, una sorta di irresistibile strega (non per nulla la sua villa viene paragonata a un castello) che tutti noi vorremmo avere come nonna (se non come madre) – al pari della bambina del film. C'è tutto lo humour di Kore-eda nel loro dialogo sull'amichetta méchante da trasformare in un animale, o quando Fabienne le racconta che la grossa tartaruga in giardino è nonno Pierre, trasformato perché scocciava. La cosa affascinante è che, quando riappare Pierre nel film, la tartaruga è sparita; e quando se ne va, toh, ecco che la tartaruga compare di nuovo. Ritroviamo il “timbro” di Kore-eda: gli animali magici.
Kore-eda è un maestro dello scorcio narrativo. Sempre nel suo cinema c'è dietro ogni personaggio una storia che vorremmo vedere in un film completo. Cito solo quella del marito di Lumir (eccellente Ethan Hawke), attore di serie televisive minori con un problema di alcool, ma vale anche per gli altri personaggi della grande casa. Colpisce in particolare l'uso che fa Kore-eda della mise en abyme. Questa è presente (ma non solo) nel film-nel-film, che Fabienne sta girando a Epinay sotto gli occhi della famiglia: un film di fantascienza psicologica alla Christopher Nolan, in cui una figlia (Fabienne) invecchia mentre la madre (Ludivine) resta giovane – perché vive nello spazio con rare visite sulla Terra – per cui le loro età finiscono per invertirsi; ed è una storia di abbandono e di confronti dolorosi, con un bizzarro scambio fra Fabienne e Lumir. Quel ch'è notevole è che Kore-eda, per evitare che la mise en abyme produca un'idea di simbolismo troppo “pensato”, si diverte molto a depotenziarla: di continuo i personaggi la notano e la commentano... laddove al cinema la mise en abyme dovrebbe essere sempre “silenziosa”, lasciata alla comprensione del solo spettatore.
La Vérité è un film incantevole, divertente, intelligente e poetico. “La poesia è necessaria al cinema”, dice Fabienne in una scena, facendo da portavoce a Kore-eda. Siamo d'accordo con lui.

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